Mamma li russi #3: Scattare una foto

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Kostromà, veduta del VolgaA chi dice che in Russia ci si sente controllati, forse bisognerebbe fare una rinfrescatina su cosa succede davvero quando in un paese il controllo delle libertà individuali è molto forte, e soprattutto lo è quello delle libertà individuali degli stranieri.
Per esempio, pochi sanno che in realtà la Corea del Nord non è chiusa: anche se gode di una pessima pubblicità e per questo quasi nessuno pensa di andarci, esistono agenzie turistiche convenzionate con il governo, che permettono ai turisti di visitare i principali luoghi di interesse, senza ovviamente allontanarsi dalle guide.
La stessa identica cosa accadeva in Russia appena una quarantina d’anni fa al giornalista Enzo Biagi, che girava l’Unione Sovietica accompagnato da una guida e interprete che chiedeva per lui il permesso di visitare posti insoliti come le carceri, oppure gli vietava l’accesso a luoghi segretati. Fare foto e filmati, nella Russia di quarant’anni fa come nella Corea del Nord di adesso, spesso non era possibile, e non solo per motivi di segretezza politica. Un paese dove circolano così pochi stranieri è come una grande campagna: è molto probabile che la gente si insospettisca o si infastidisca a vedere se stessa o le proprie case fotografate da un estraneo; ancor più se si pensa alla propaganda contro l’occidente: “Perché ci fotografano? Non siamo mica scimmie allo zoo? Non vorranno mica poi mostrare queste foto a casa loro e puntare il dito sulle cose che non vanno? Si guardassero prima loro!” L’interesse fotografico per il mondo circostante, che adesso ci sembra così normale, in realtà può risultare pornografico in contesti in cui l’informazione sotto forma di immagine non è ancora diventata accessibile a tutti.
Immaginate come vi sareste sentiti controllati se aveste viaggiato per la Russia accompagnati da una guida e aveste dovuto chiedere il permesso ogni volta che stavate per tirare fuori la macchina fotografica; se foste stati obbligati, come succede ai turisti in Corea del Nord al giorno d’oggi, a rientrare in albergo con il coprifuoco, ad essere seguiti costantemente da una guida, anche se state mangiando tranquillamente in un ristorante.
Simone mi raccontava del poliziotto che aveva fatto storie perché lui stava fotografando un poster del MacDonald’s: mi diceva che questo per lui era un esempio della cupa aria di controllo che aveva sentito in Russia. Ma è ovvio che la questione del poster del Mac è ridicola! O, non parlando bene il russo, non avrai capito per cosa ti stavano veramente rimproverando, o il tipo stava semplicemente facendo il guappo. Fare storie in questi casi, ovviamente, non conviene, specie se non padroneggi bene la lingua: non puoi mai sapere chi hai di fronte.
Anche a me è stato vietato in varie occasioni di scattare foto e filmare. Una volta, poco tempo fa, stavo provando a filmare la cupola di una chiesa dal nostro binario alla stazione di Tver’. Per quanto non stessi fotografando la stazione, ma una cosa al suo esterno, un poliziotto in piedi in un angolo mi fece storie. Vai a capire.
Un’altra volta, nella cattedrale della Natività della Vergine a Rostov sul Don, ebbi la geniale idea di mettermi a fotografare le icone. A differenza delle chiese che avevo visto a Pietroburgo, qui non c’era nessun divieto di scattare fotografie. Il divieto non c’era, forse, perché non c’erano poi chissà quanti stranieri che andavano a Rostov sul Don nel 2010, e quindi era scontata la nozione che nei luoghi sacri non si scattano fotografie. Subito una vecchietta di quelle che aiutano in chiesa, con il grembiule e la cuffietta bianca, mi venne a fare la morale. Come potevo non avere rispetto del sacro? Da quale paese non cristianizzato provenivo? Ah! Ero cattolica? Ma lo sapevo io che noi ci facciamo il segno della croce al contrario? E come mi chiamavo? Sydney?! E ce l’avevo almeno un nome cristiano? Ah! Anna! Il nome della madre della Vergine, che meraviglia. La perdonassi che mi aveva rimproverato così bruscamente.
E di lì avanti con una filippica sulla santità delle icone che, all’epoca, non potevo ancora capire. Per educazione mi limitai ad annuire e poi mi scusai dicendole che io non lo sapevo proprio che è sacrilego fotografare le icone, e me ne andai. Mai come quella volta la pashmina intorno alla testa mi fece così caldo.
A Pietroburgo non era così. A Pietroburgo, nel 2007, in quasi tutte le chiese c’era il divieto di fotografare, ma in molte era possibile acquistare un biglietto a parte per le fotografie. Cioè, per esempio, il biglietto di ingresso costa 100 rubli, ma è vietato fare foto. Se paghi 50 rubli in più, le foto le puoi fare.
L’inverno scorso, a Mosca, nel quartiere di Ostankino, mi infilai in una chiesa per sbirciare con la mia videocamera le donne che, chiuse nei loro fazzoletti, accendono candele  in occasione della festa del Battesimo, che corrisponde alla nostra Epifania. Appena fui notata, mi si avvicinò un sagrestano e mi spiegò molto compitamente che era possibile fare riprese e fotografie nel luogo sacro solo se in possesso della benedizione ufficiale del parroco.
Quindi, quello che ho capito fino ad ora: le icone, nella religione ortodossa, non sono affatto decorative come gli affreschi nelle chiese cattoliche; al contrario, di copia in copia si trasmette lo Spirito che ha ispirato il primo pittore, quindi dall’icona emana, per così dire, il personaggio rappresentato. Catturare nella camera oscura la Vergine, significa profanarla. Soltanto se un prete benedice le buone intenzioni del tuo immortalare ciò che è già immortale, il sacro non diviene profano. Quanto al pagare il biglietto per le foto, invece, a me mi sa di prostituzione. Vuoi portarti l’immagine della Vergine a casa? Lei è casta e intoccabile, ma se paghi… si può fare. Comunque, sono usi del posto, e mettersi a fare storie non ha senso. Non si tratta di una limitazione dei diritti umani in questo caso, perché non mi risulta che esista il diritto umano di scattare fotografie a destra e a manca. Se non si può fare, non si fa: è una buona occasione per raccontare le immagini a voce o comprare qualche libro illustrato.
Uno può anche non avere la fissazione per le chiese, ma essere fissato con qualsiasi altra cosa: appena posso fotografo cimiteri, negozi, gente che fa cose per strada che non ho mai visto fare. Anche in quel caso bisogna stare attenti: immaginate di trovarvi un turista americano che fa le foto alla tomba di vostra nonna mentre le state cambiando i fiori; magari non pensereste che è una spia, ma sicuramente vi sentireste infastiditi. Io ho imparato a chiedere il permesso, e nonostante lo chieda, spesso la mia richiesta appare bizzarra.
Una volta, per esempio, ero in visita al villaggio di Jagodnaja Poljana, a un’ora da Saratov. Tutto per me era degno di nota, dalle vecchie case di legno distrutte con il cartello “Via Lenin” penzolante, alle galline che attraversavano il sentiero sterrato, al negozio di alimentari con i grandi scaffali alle spalle del banco e tutte le scatole di latta in fila. La commessa mi guardò confusa. “Posso fotografare?”, chiesi. “Perché?”, domandò lei. La mia amica mi venne in soccorso: “La ragazza è venuta a trovarci in questo villaggio dall’Italia, per lei è tutto interessante!” Ero la seconda straniera che capitava in quel posto: il primo era stato Thomas Korolev, professore di inglese figlio di russi emigrati, rientrati e uccisi durante la repressione staliniana. (Trovate la storia qui).
Quello che noi non capiamo quando siamo nuovi all’esperienza del viaggio è che quello che per noi può essere curioso, per l’altro può essere non degno di nota (gli scaffali), degno del massimo rispetto (le icone), soggetto a controllo militare per motivi politici o di sicurezza (la stazione).
Quindi, nel caso del poster del MacDonald’s non saprei cosa dire: io ho fotografato tantissimi poster e non sono mai stata rimproverata; non so dove fosse questo poster e se il problema fosse davvero lui. Nel caso delle foto in generale: il divieto di fotografare alcune cose può essere culturale o regolato dalla legge, e salvo che non si sia così sfortunati da incontrare un poliziotto invasato, questo divieto non è sintomo del controllo delle libertà individuali di un regime dittatoriale. E’ solo che non state in Unione Europea, dove i turisti fanno foto da molto più tempo e dove esiste un modo diverso di interpretare la privacy.
A onor del vero: lo scorso Capodanno un uomo è stato arrestato da un poliziotto, secondo me invasato, per aver fotografato, inconsapevole, un gigantesco albero di Natale posto davanti al Palazzo di Città del paesino in cui si trovava. O almeno, questo è quanto riportavano tutti i giornali dell’opposizione, e per questo io non so fino a che punto l’informazione fosse completa; perché i giornali dell’opposizione fanno spesso una propaganda tanto distorta e agguerrita, quanto quelli di Stato; perché l’informazione se il tipo fosse stato poi rilasciato o no non ha fatto altrettanta notizia; e perché la storia ha veramente del ridicolo: cosa cambierà mai al governo centrale se il tipo ha tra i suoi archivi un albero di Natale?!
Ovviamente, spero che non mi accada mai un incidente del genere. In ogni caso, vi consiglio di non allarmarvi per un rimprovero quando fotografate: continuate a fotografare, con educazione e con discrezione, dove capite che è possibile farlo. Salvo i due o tre posti che vi ho menzionato, nella Russia di oggi è possibile fare foto quasi ovunque (questo blog dovrebbe già bastare come testimonianza).

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