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Christa come Fëdor?

Halloween si avvicina. In realtà si avvicina già da fine agosto, perché la nostra cultura ci impone allo stesso tempo di stare nel qui e nell’ora, ma anche di starci così in fretta che a duecento metri da casa mia hanno già messo un albero di Natale in mezzo alla strada. Con le lucine.

Ed ecco, con Halloween vicino, tra la peste polmonare a Irkutsk (io ci sono stata, lo sapevate?) e la povera Christa che ha aspettato per più di 30 anni la pena di morte e non sono riusciti nemmeno a farla fuori subito, dopo 30 anni… scegliere non saprei. Come al solito, avrei difficoltà a scrivere di fantasia, visto che la realtà la mia fantasia la supera sempre.

E quindi vi domando: ma a voi Christa non vi ha fatto venire in mente Fedor Michajlovich? Quello là che era stato condannato alla pena capitale e che, un secondo prima di essere fucilato, ricevette l’indulto, fu mandato in Siberia a fare i lavori forzati, per la precisione a Omsk (sono stata anche lì), con tanto di epilessia addosso, e da lì tornò, scrisse Memorie da una casa di morti e poi raccontò la sua esperienza nell’Idiota, così:

mi è appena venuto un colpo di mezz’ora perché ho scoperto di non avere l’Idiota in casa, quello che mi hanno regalato a 16 anni gli amici (sono andati in libreria e hanno detto: “Dobbiamo fare un regalo alla nostra amica, ma non ci ricordiamo bene come si intitola, vuole un libro che si intitola Lo scemo, o Il cretino, o una cosa così” e il libraio non lo so che faccia ha fatto, ma me la posso immaginare, gli ha detto: “L’Idiota!”, e loro: “Sì sì, quello,” e così ho ricevuto quello e un CD di Irene Grandi, perché in fondo sono anche una persona normale, ma questa è un’altra storia). Ecco come raccontò Dostoevskij (che è Fëdor Michaijlovich, stessa persona, tre nomi diversi) nella traduzione di Federigo Verdinois, che è la prima che mi è capitata sotto mano online:

Era stato condannato, insieme con altri, alla fucilazione. Per non so che delitto politico, doveva essere giustiziato. Gli fu letta la sentenza di morte. Se non che, venti minuti dopo, arrivò la grazia, cioè la commutazione della pena. Nondimeno, durante quei venti o quindici minuti, egli visse nella ferma convinzione che di lì a poco sarebbe morto. (…) A venti passi dal luogo dell’esecuzione, circondato dai soldati e dal popolo, tre pali erano confitti in terra, poiché i condannati erano parecchi. Trassero i primi tre verso quei pali, li legarono, li vestirono dell’abito di morte, cioè di lunghi camici bianchi, calcarono loro sugli occhi dei berretti anche bianchi, affinché non vedessero i fucili; poi di fronte a ciascun palo si schierò un drappello di soldati. Il mio uomo era l’ottavo condannato, e quindi gli toccava esser legato al palo nella terza serie. Un prete, con in mano il crocefisso, li assisteva. Si arrivò così a cinque minuti prima del momento fatale, non più di cinque.

Quei cinque minuti, diceva, gli erano sembrati interminabili, una enorme ricchezza. Gli pareva di vivere, in quel brevissimo intervallo, tante e tante vite e così lunghe, che non c’era da pensare all’imminenza della morte. E così egli distribuì il suo tempo: due minuti per dire addio ai compagni, due altri per raccogliersi e pensare a sé, un minuto per dare un’occhiata intorno. Aveva ventisette anni; era sano e robusto. Accomiatandosi da uno dei compagni, si ricordava di aver fatto una domanda insignificante e di averne aspettato con interesse la risposta. Agli addii successero i due minuti del raccoglimento. Sapeva già a che cosa avrebbe pensato: “Adesso son vivo; ma fra tre minuti, che sarò? qualcuno o qualche cosa, e dove?”. Non lontano sorgeva una chiesa, e la cupola dorata splendeva nel sole. Aveva guardato fisso a quella cupola: gli pareva che quei raggi ripercossi fossero la sua nuova natura e che fra tre minuti egli si sarebbe con essi confuso. L’ignoto che lo attendeva era certamente terribile; ma più assai lo atterriva l’assiduo pensiero: “E se non morissi? se la vita continuasse?… che eternità! e tutta, tutta a mia intera disposizione… Oh allora, di ogni minuto io farei una esistenza e non un solo ne perderei!”. Questo pensiero a tal segno lo invadeva, che avrebbe voluto esser fucilato all’istante.»

Il principe tacque, e le sue quattro ascoltatrici stettero in attesa della conclusione.

«Avete finito?», domandò Aglaja.

«Che? che cosa?», si riscosse il principe che pareva assorto. «Sì, ho finito.»

«Ma perché avete raccontato codesta storia?»

«Così… per discorrere… m’è venuta in mente…»

«Siete un po’ saltuario, principe», osservò Aleksandra.

«Che volete provare insomma? che ogni attimo della vita è prezioso, e che a volte cinque minuti valgono più d’un tesoro? E sia, ammettiamolo pure… Ma, scusate, a quel vostro amico che vi contava i suoi spasimi gli commutarono la pena, non è così?… in altri termini, secondo lui e secondo voi, gli fecero dono di una vita senza fine, di un tesoro. E che ne fece egli di questo tesoro? tenne poi conto scrupoloso di ogni minuto?»

«Oh no! glielo domandai una volta, e mi confessò di averne perduti molti.»

«Eccovi dunque una prova che utilizzare tutti, tutti i minuti della vita non è possibile… Per una ragione o per l’altra, fatto sta che non è possibile.»

«Sì, per una ragione o per l’altra, non è possibile», fece eco il principe. «Anch’io l’ho pensato… Eppure, mi sembra poco credibile…»

“Avete finito?”, “Siete un po’ saltuario”, dopo aver riletto a distanza di anni, sono per me i momenti più belli, più comici di questo passaggio. Come se l’autore stesso si prendesse in giro per il suo modo così patetico, seppur giustamente patetico, di stare al mondo, di starci non come la gente normale che si aspetta una fine alle frasi e una logica in tutto, ma come ci sta uno che soffre e ne ha piena consapevolezza.

Fa pensare al fatto che Christa, dicono, ridesse mentre provavano a farle l’iniezione e non le trovavano la vena. E molti, nei commenti in inglese, scrivono: “It takes much more than a shot to kill a demon”, ci vuole molto più di una puntura per uccidere un demone. È generalmente privo di compassione, il pubblico americano. E se Christa avesse riso perché, alla fine dei conti, stava per morire e come altro passare gli ultimi minuti in attesa di una pena di morte che deve essere veloce e indolore ma attesa per 30 anni in reclusione? Senza nemmeno una cupola dorata che splende nel sole alla quale rivolgere lo sguardo. Per un crimine vero, certo, non per uno politico inventato dallo zar come nel caso di Fëdor.

Ma Fëdor ci racconta anche altro, in Delitto e Castigo. Ci racconta il flusso dei pensieri di un assassino che si convince di essere nel giusto. E in Povera Gente e Memorie dal Sottosuolo, ci racconta il degrado. Come nascono i mostri? Forse che mostro ci si nasce?

E sui minuti preziosi: leggevo sulla rivista di San Gerardo che mi è arrivata a casa una citazione di Sant’Alfonso o chi altro, che recita “Il tempo vale quanto Dio”. Sant’Alfonso Maria de Liguori aveva fatto voto di non perdere mai più tempo.

Cosa ha fatto Christa per 30 anni in cella, in attesa della morte? Ha vissuto o ha passato il tempo?

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