Mamma li russi #2: le città militarizzate


Dopo il post Mamma li russi #1: Sorridere, continuo la serie con l’hashtag #mammalirussi, per approfondire alcune differenze culturali che scioccano gli stranieri in Russia e purtroppo spesso li fanno scappare via.

Le città militarizzate

polizia
© Michail Dzhaparidze /ТАSS

Molte persone che sono state in Russia si sono lamentate che ci sono militari ovunque, e adesso che i militari ovunque sono anche a Roma, nemmeno a Roma a loro piace che ci siano. E’ ovvio che i plotoni militari che sfilano in metropolitana con il mento in su o le camionette parcheggiate nelle piazze dei teatri e dei cinema, a meno che non sei Salvini, non ti piacciono. E’ ovvio che la militarizzazione delle città è sintomo della paura della minaccia terroristica. E’ pur vero, però, che il militare all’angolo della strada non è il terrorista (o almeno lo speriamo).Quando pensiamo a quanto ci fa impressione la militarizzazione delle città russe, se così la si può chiamare, facciamo un attimo autoanalisi e domandiamoci, invece, perché in Italia abbiamo paura della polizia. Da ragazzini vedevamo una pattuglia e ci nascondevamo. “Ma non abbiamo mica fatto niente di male,” dicevo io, “stiamo solo mangiando un gelato.” La paura del poliziotto era irrazionale e chissà da chi l’avevamo appresa. Forse dal papà che ci pregava, nel caso di un incidente, di dire una mezza bugia, anche se eravamo dalla parte della ragione. Forse dall’endemica sfiducia nelle autorità sulla quale ingrassano le mafie. Forse dagli innumerevoli piccoli atteggiamenti mafiosi che ci circondano, e che urlano ad alta voce un “non mi rivolgo a chi di competenza, faccio da me”, ma anche dalle innumerevoli mancanze di quelle autorità che dovrebbero difenderci e a volte sembrano veramente uscite dalle barzellette o incarnare le forze del male. Resta il fatto che prima di analizzare in che misura la presenza dei soldati e della polizia sia un problema, bisognerebbe analizzare in che misura e perché sia un problema per noi.

Simone raccontava di essere stato fermato da un poliziotto mentre cercava di scattare una foto a un poster del MacDonald’s, e non è l’unico racconto inquietante, ma anche un po’ ridicolo, che ho sentito. Ho sentito di gente alla quale è stato preso il passaporto ed è stato restituito in cambio di soldi, di colleghi rapinati da poliziotti.  Eppure, si fa confusione se si mescolano il concetto di militarizzazione della città a quello di abuso di potere o frode. Infatti, nel caso del poliziotto che ti impedisce di fotografare non una stazione ferroviaria, non un edificio amministrativo, ma un poster del MacDonald’s, si tratta magari di guappaggine nazionalista. Nel caso del ricatto sul passaporto e delle rapine, si tratta di criminalità, una criminalità giocata proprio sulla voce tremante del turista che non sa il russo e che pensa che adesso il poliziotto si mangerà i bambini, o sull’ingenuità del mio collega, ché col cavolo lasci la tua borsa incustodita mentre uno sconosciuto vestito da poliziotto, in una strada periferica, di sera tardi, ti controlla i documenti.

C’è anche da dire che molti di quelli che i nuovi arrivati vedono e scambiano per soldati, non sono soldati, sono soltanto gente che ha comprato in un negozio di attrezzatura militare, di quelli che ultimamente vanno tanto di moda, una tuta mimetica. Le usano per il lavoro, per fare gruppo, magari per spararsi le pose, ma se non hai un distintivo non sei un militare.

I militari e i poliziotti veri, anche se ci fa impressione che ogni tanto marcino nella metro o per la strada, io li ho sempre visti impeccabili. Mi sono detta, poi, che all’inizio mi facevano impressione perché cose del genere, in Italia, non le avevo mai viste. Mi sono detta che la paura dell’autorità è una cosa stupida, anche perché già così spesso i governi sono ingiusti e fanno paura, figurati se mi metto ad aver paura pure di uno che rischia la vita per lo stipendio.

Una volta sono caduta con la faccia sul ghiaccio, non riuscivo a rialzarmi. Nessuno di quelli che passavano si è fermato ad aiutarmi, perché in Russia, e per giunta in una grande metropoli com’è Mosca, a volte è un po’ come la Napoli di Gomorra: nun saccio niente. Dopo un paio di minuti sono comparsi una ragazza e un poliziotto, che mi ha assicurato che avevo ancora tutti i denti, mi ha chiesto di dov’ero, se avevo bevuto, dove lavoravo, e mi ha accompagnata sul posto di lavoro.

Un’altra volta un uomo ubriaco e sporco barcollava sulla piattaforma della metro. Si sono precipitati due poliziotti, l’hanno preso, hanno provato a ragionarci, siccome lui li mandava a quel paese in tutti i modi, l’hanno scosso un po’. Un ragazzo che era presente ha cominciato a urlargli contro, tutto allarmato, che stessero attenti, che non abusassero del loro potere. Ho capito che anche lui era educato ad avere paura della polizia. Uno dei due poliziotti, però, l’ha guardato con gli occhi sgranati dall’incredulità e gli ha spiegato che se non facevano così, quello poteva buttarsi sotto il treno. Hanno provato a metterlo sul treno una, due volte, mentre un gruppetto di ragazzi intorno li criticava, poi, siccome il tipo si dimenava, l’hanno portato in caserma. Quel giorno io non ho pensato all’arresto ingiusto che la folla criticona stava dipingendo sulla piattaforma della metro: ho visto come due poliziotti hanno evitato che una persona completamente fuori di sé combinasse un guaio.

Ancora un’altra volta, nel vagone in cui mi trovavo c’era molta gente, si stava stretti, e due hanno cominciato a prendere parola. Io ci sono abituata: a Mosca, specialmente in inverno, tutti prendono parola per qualsiasi cosa, tutti sono stressati. Il fatto è che pochi secondi prima di arrivare alla stazione, i due si sono letteralmente presi per i capelli e hanno cominciato a sballottare il resto della gente qua e là per il vagone. Con una tempestività da cartone animato, mentre il treno stava per fermarsi alla stazione, ho visto una poliziotta bionda e formosa correre a velocità supersonica e altrettanto velocemente infilarsi nel treno, separare i due uomini e anche dare una scossetta elettrica a uno dei due che continuava a scalciare. Dopo due secondi sono arrivati altri due poliziotti e li hanno portati via. Il treno non ha continuato la corsa: è stato evacuato ed è toccato aspettare quello successivo. Quel giorno io non ho visto una metropolitana militarizzata, ho visto un corpo di polizia sveltissimo.

Un’altra volta ancora, nel sottopassaggio, un epilettico sbatteva in preda alle convulsioni sul pavimento, con la bava che gli usciva dalla bocca e nessuno che si fermava ad assisterlo. Sono corsa nella metro, ho fermato i primi poliziotti che ho trovato e in un batter d’occhio stavano vicino all’epilettico, insieme a un altro che era evidentemente già stato chiamato da qualcuno prima di me.

Quando ho trovato una carta di credito smarrita sul mio sedile, l’ho presa, sono uscita fuori, e appena davanti all’entrata della metro ho trovato un poliziotto al quale consegnarla, che ha preso i miei dati con diligenza e precisione.

Non so chi e quando ci abbia abituato a pensare che una città “militarizzata” sia necessariamente una cosa brutta, ma certe volte non lo è. La Russia ha una grande esperienza di attentati in teatri, scuole, mezzi pubblici, e non aspetta con le mani in mano: non per fare il verso a quei fanatici che mettono i meme con Putin su facebook, ma la Russia si difende.

Che tu vada a vedere una partita di hockey o che tu vada in un disco-pub con le amiche, la tua borsa verrà controllata e magari verrai anche perquisita. Una volta, oltre alla borsa, mi hanno fatto aprire la custodia degli occhiali, l’astuccio delle penne, il portafogli. Esagerati? Una seccatura? E’ la norma, è quello che fanno con tutti, e non è mai abbastanza. Anche negli androni dei palazzi e negli ascensori ci sono i volantini sulla minaccia terroristica, con dettagli precisi su chi chiamare in caso di avvistamento di persone sospette: alcuni attentati in Russia hanno colpito proprio le case, interi palazzi sono stati fatti esplodere da camionette caricate ad esplosivo che sono passate tranquillamente nel cortile.

Da un lato c’è giustamente la perplessità, il dubbio che la paura del terrorismo possa essere usata come una forma di controllo del cittadino. Dall’altro, come lo controlli il terrorismo? Come fai sentire i tuoi cittadini sicuri? Perché il controllo sicuramente c’è, e sicuramente l’opposizione è repressa, il rapporto tra governo e criminalità è endemico (e in Italia no?), e la stampa indipendente ha non poche gatte da pelare (ma io mi limiterei, per ora, a gioire del fatto esiste)… Il controllo sicuramente c’è, ma non è che controllino me che al telefono dico al mio fidanzato che è una vergogna che si presti a partecipare alle marce pro Putin quando il capo glielo chiede, non è che siamo all’epoca di Stalin, in cui a una certa ora la radiolina posta sulla parete in cucina mi avrebbe informato dei successi del partito, e del veleno sarebbe stato messo nella mia zuppa alla mensa perché qualcuno mi aveva sentito parlare con un americano, che non lo sapevo nemmeno che era una spia. Voglio dire, il controllo c’è, ma che mi aprano la borsetta e mi perquisiscano alla partita di hockey, che mi facciano cinquantamila domande sui motivi del mio soggiorno in Russia alla dogana, non è controllo, non in quel senso cupo e nefasto in cui lo intende chi mi domanda se in Russia mi sento controllata.

Io, nel mio paesino di provincia, in Italia, non sono mai riuscita ad avere l’aiuto di un carabiniere, quando ne avevo bisogno. Con tutto il rispetto per l’arma italiana, ma certe volte puoi fare un incidente con la macchina e aspettare una vita prima che arrivi qualcuno. La Russia, da questo punto di vista, è diversa. Ci sono i pro e i contro, certamente, ma sono convinta che il controllo che sentono i turisti o gli studenti in viaggio non sia il vero controllo della dittatura, ma solo una confusione dovuta al fatto che in Italia noi non siamo abituati a questo modo di fare sicurezza.

Credo anche, infine, che questa confusione interculturale possa dipendere dall’immagine che abbiamo della Russia prima di venirci e dall’aspettativa che si crea. Se ti raccontano che la Russia è una dittatura, che le libertà individuali vengono continuamente minacciate, tu arrivi credendo che il poliziotto che fa il guappo per la strada sia un rappresentante del regime e ce l’abbia proprio con te. Non è così. E’ semplicemente che non state né negli Stati Uniti, né in Unione Europea, né in un villaggio per stranieri in viaggio di nozze in Egitto, dove vi potete sentire a vostro agio perché non dovete fare i conti tutto il santo giorno con la cultura locale.

Insomma, siete in Russia. E’ un paese molto diverso dal vostro: dovete stare attenti agli impostori, tenere mille occhi aperti, e prima ancora di criticare, cercare di capire.

 

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5 risposte a “Mamma li russi #2: le città militarizzate

  1. Sono stata in Russia una settimana e ho avuto l’impressione OPPOSTA. La sensazione che tutti fossero liberi di fare quel che vogliono a ogni ora del giorno e della notte, e contemporaneamente la sensazione di essere al sicuro da pericoli.
    Non ho visto nessuna militarizzazione: non vengo dal paesello ma da Roma, dove abbiamo le camionette dell’esercito a OGNI capolinea della metro (non Polizia, proprio i soldati), ma insieme i rapinatori che sotto la metro fanno quel che vogliono senza che nessuno intervenga. Invece, a Mosca, nella metro c’erano ovunque coppie di giovanissimi (e spesso allegri) poliziotti, che mi hanno fatto sentire molto più tranquilla che a Roma.
    Se dovete paragonare, paragonate Mosca alla capitale e non al vostro paesino. Vi assicuro che qui a Roma di soldati per le strade ce ne è eccome (ambasciate, consolati, sedi importanti ecc.), ma a differenza che a Mosca i delinquenti sono lasciati liberi di delinquere e i cittadini liberi di… crepare per la strada.
    Aggiungo che nessuno mi ha seguito o spiato, a Mosca. Per giunta faccio la giornalista e l’ho scritto anche sul visto, con buona pace dei paranoici.
    Andrei a vivere a Mosca anche domani. Roma è una schifezza, purtroppo.

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