Come sono fatti i sogni di un russo?
Non posso parlare dei sogni di tutti i russi, ma vivo con una persona di cittadinanza russa, mio marito – e in realtà sarei di cittadinanza russa anch’io, ma faccio testo?
Ebbene, mio marito, a parte sognare continuamente di essere di nuovo a scuola, di essere interrogato alla sprovvista e di non sapere nulla, un sogno che immagino sia comune a molti paesi del mondo (perfino io prima dell’esame di maturità ho sognato che il prof. di storia mi chiedeva della nascita del partito socialista e io ricordavo nitidamente una pagina nel libro, che poi ho cercato disperatamente in stato di veglia, ma non avevo idea di quale fosse la risposta: e non la so ancora oggi e non so se voglio saperla, perché forse mi piace questo mistero che mi lega a cose socialiste), ecco, dicevo, mio marito sogna una quantità propriamente russa di treni.
Propriamente russa nel senso che non sarebbe possibile che uno nato e cresciuto in Italia sognasse tutti quei treni, anche se in Italia i treni ci passano, ma non sarebbe possibile perché non ne passano poi così tanti, non ci si passa su così tanto tempo. Voglio dire: se io fossi cresciuta nel napoletano potrei sognarmi cosa, la vesuviana? Essendo della provincia di Salerno potrei sporadicamente sognare un treno regionale, ma avrebbe più senso se sognassi quel raro autobus che mi porta a casa quando sono appiedata, che sognassi l’autostop del figlio del fratello del cugino. Noi non sogniamo treni come sogniamo ascensori, non ci sono treni nell’80% dei nostri sogni e se ci sono, il treno, la stazione o i binari stessi non costituiscono lo spazio di azione della totalità del sogno che ci ricordiamo, dall’inizio alla fine.
E secondo me questo avviene perché non siamo russi. Perché se fossimo russi avremmo un’intera cultura di viaggi di 24 ore o più per vedere amici, parenti e fidanzate, di strade ferrate che le puoi seguire a piedi come nel cartone animato su Cheburashka Shapokljak per andare “dove dobbiamo andare”, di discorsi importanti, incontri, avvenimenti significativi avvenuti dentro il vagone di un treno, a un binario, in una stazione.
Perciò mio marito sogna treni, treni vecchi, nuovi, caldi, freddi, con e senza cuccetta, delle ferrovie e della metropolitana, che vanno vicino e lontano, che si perdono in mezzo al nulla o che corrono verso un ponte distrutto manco La Freccia Gialla di Pelevin, treni sotto i quali qualche Anna si è buttata di sua spontanea volontà e tram sotto i quali è finito decapitato qualcun altro perché Annushka aveva rovesciato l’olio di girasoli. E nei suoi treni succedono cose interessantissime, tipo che lui improvvisamente si accorge di non sapere dove sta andando, o che il treno non va dove lui vuole andare, o che io non ci sono, o che ci manca nostra figlia, o che lei non è ancora nata, o che io lo abbandono su due piedi per andarmene con un turco grasso e calvo in smoking.
Perché i turchi grassi e calvi in smoking conosciuti nei vagoni della metropolitana moscovita hanno il loro savoir-faire. E invece mio marito no: mio marito è talmente, e in questo è come me, lishnij chelovek, uomo superfluo, è talmente dolce, imbranato, riservato, che io, pensa lui forse, un giorno non ce la farò più e me ne andrò con il primo turco grasso e calvo e in smoking che incontro in metropolitana.
E lui se lo sente, perché in un altro suo sogno tipicamente russo, io mi sono arrabbiata per non si sa cosa, piangevo, e gli dicevo basta!, hai capito?, “это не по-советски!”, ovvero “In Unione Sovietica non si fanno così le cose!”, perché mio marito ha molto in antipatia tutto ciò che è nostalgico dell’URSS, ma nei suoi sogni, per qualche motivo, la mia fame e sete di giustizia, il mio perfezionismo, le mie richieste di osservare alcune norme igieniche per casa, un determinato rezhim per la pupa, e di conservare vive delle ambizioni di progresso per il bene della nostra famiglia, risultano fedeli a una linea di partito che lui non avrebbe mai appoggiato.
E quando mi racconta questa cosa, mi viene in mente uno dei tanti poster sovietici che stavano attaccati per decorazione e per scherzo nella cucina della scuola dove lavoravo. Un giorno la segretaria, per giocare, attaccò sotto ognuno dei poster il targhettino che incollava sopra ai pasti della mensa con il nostro nome. A me capitò questo:

“Il partito ha detto “si deve fare”, la gioventù comunista ha risposto “d’accordo”. (Andiamo) sui campi, nei cantieri!”
Con un’ex compagna di corso estone ritraducemmo la prima frase in modo che fosse più bella e comprensibile in italiano:
“QUANDO IL PARTITO CHIAMA, LA GIOVENTù COMUNISTA RISPONDE”.
Così mi hanno vista per tanti anni sul posto di lavoro. Così mi sogna mio marito, tra un treno e l’altro, e se non l’ho ancora abbandonato per un turco.

Con i tuoi “Racconti di Russoliana” prima o poi leggerro un bel libro …oltre ad assistere ad uno spettacolo di Natasha….lo so, prima o poo—
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