Mamma li russi #4: parlare di politica


Un paio di settimane fa Simone e Mirella mi spingevano a parlare di una presunta aria di repressione che si respirerebbe in Russia. Ne ho scritto in tre post: Sorridere, Le città militarizzate, e Scattare una foto. Ecco il quarto.

Parlare di politica

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foto da Angiulina

In Russia non si può parlare di politica, in Italia invece sì; ma spieghiamo in che senso.

In Italia si parla di politica al bar, al porto, a casa bevendo un caffé, a volte non fai in tempo a conoscere qualcuno, che già ti ritrovi a parlarci, o ad entrarci in conflitto, in merito a questioni internazionali che tanto non puoi risolvere giù alla piazzetta. Questo parlare, come lo chiama mia madre, pour parler, sicuramente dà l’illusione della libertà di parola. Non è questa la sede per dibattere se e in che misura ci sia la libertà di parola in Italia e in Russia, ma è meglio mettere in chiaro una cosa, prima di spiegare in che senso in Russia non si può parlare di politica: l’esercizio della libertà di parola non ne implica la presenza.

Anche facebook ci dà l’illusione della libertà di parola: ogni volta che c’è un attentato tutti a spiattellare frasi da Presidente della Repubblica. Si sente il condizionamento sociale, la necessità di dire qualcosa, anche se non abbiamo niente da dire: quindi non si esprime la libertà di parola, ma la necessità di buttare lì due righe, perché se no pare brutto. Questa per me non è libertà, come non è per forza libertà il dibattito politico che sostituisce il parlare del tempo alle fermate degli autobus: libertà di parola significa anche poter scegliere di stare zitti quando non si è abbastanza informati o quando non si vuole finire per chiudere l’interlocutore in delle categorie in base a poche affermazioni buttate là, in un contesto inadatto a risolvere problemi di livello nazionale e internazionale.

In Russia non si può parlare di politica, ma non perché ci siano le telecamere nascoste, le cimici sotto al materasso, e se dici qualcosa di contrario al regime ti ammazzano (beh, questo dipende dal pulpito dal quale lo dici, e ovviamente, bisogna ancora chiarire CHI ti ammazza). In Russia non si può parlare di politica, perché è meglio non mettersi a fare discussione con persone delle quali non hai ancora assorbito la cultura, e perché non è una bella cosa parlare di politica e mettere magari le etichette a persone che non conosci ancora abbastanza.

Quando Ivan, anche noto come A. e come il cavaliere senza macchia e senza paura, che compare in molti miei post, è venuto in Italia per la prima volta, è rimasto scioccato dalla quantità di domande che gli facevano sull’Ucraina, sul comunismo e su Putin. Non solo gli sembrava stupido, come sembrava stupido a me sentirmi domandare continuamente di Berlusconi quando ero in Germania, ma gli sembrava anche diverso: “In Russia non si fanno domande di politica ad una persona appena conosciuta!”

Di cosa hanno voluto parlare con me i russi, quando sono arrivata? Del mio cibo preferito, del mare, della musica, del cinema, della moda, della mia famiglia, di cosa avevo già visto e cosa no. Davanti a una zuppa calda a Rostov sul Don, a un uovo fritto a Mosca, a un’insalata di pasta a San Pietroburgo, con le valigie ancora chiuse, non era certo il caso di mettersi a risolvere il conflitto tra il concetto di autodeterminazione e quello di stato nazione, né la questione dei diritti LGBT, del disarmo nucleare e del buco nell’ozono.

Inoltre, parlare di politica spesso può essere deleterio: chi sei tu, straniero, per venire a parlare a ME di come dovrebbero funzionare le cose nel MIO paese? Pensateci. Il modo in cui noi politici da bar vogliamo parlare di politica all’estero risulta spesso paternalistico, e questo non piace. Non importa che sia giusta o no la politica locale, per poterne parlare devi essere uno del branco, ed entrare nel branco, diventare cittadino onorario, è un processo molto difficile e lungo, e richiede una grande volontà di mettere da parte alcune proprie convinzioni e abbracciare, comprendere, lo stile di vita del posto. Questo non significa rinnegare la propria identità, dire che è bianco se vedi che è nero. Si tratta piuttosto di capire che quello che io vedo nero non è per forza nero per un altro, di aggiungere alla propria identità la capacità di plasmarsi a seconda della situazione, per facilitare la comunicazione.

Vi ricordate quando Luxuria è andata a Sochi a sventolare la bandiera LGBT? Io l’ho fatta una chiavica, e ho subito molte critiche per questo: mi è anche stata attaccata l’etichetta di “omofoba”; come se uno, per non passare per omofobo, dovesse osannare ogni gesto o pretesa di un omosessuale, transgender ecc. In questo senso, cioè nella misura in cui si sventolano le proprie bandiere a casaccio, in Russia, e in ogni altro paese, non si può parlare di politica. Non è vero che l’interventismo si fa solo con i carri armati: interveniamo anche con la cultura popolare, come fanno inglesi e americani con i loro libri di testo usati in tutto il mondo, ma impostati sullo stile di vita degli adolescenti occidentali, o quando, in qualità di singoli individui e di completi estranei, ci presentiamo con la pretesa di portare un cambiamento con una bandiera, una manifestazione pubblica, o quattro chiacchiere da bar. E diamo fastidio, ed è pusillanime non voler vedere quanto diamo fastidio.

Ed è vero, se non si cominciasse dalla piccola manifestazione, non si arriverebbe alla grande rivoluzione. Ma qualcuno, quella rivoluzione che volete compiere in un altro paese nel quale non vivete, che non conoscete, ché storcete pure il muso quando sentite che mangiano il grano saraceno, ve l’ha chiesta? Chi vi ha chiamato a sventolare la vostra bandiera, a provare a fare proseliti delle vostre idee? E’ mai venuto un russo da voi, nel vostro paese, a raccontarvi cosa è più giusto?

La risposta non è: non ci è venuto perché non ha niente da insegnarmi, mentre io invece ce l’ho qualcosa da dirgli, ché loro stanno inguaiati, poveretti. La risposta è: non ci è venuto, perché non è educato a farlo (mentre noi lo siamo) e perché magari pensa che sia meglio non andare a ficcare il naso nei fatti altrui, per non incrementare (se arriva a pensare a questo) il conflitto tra l’autodeterminazione dei popoli e lo stato nazione (giusto per fare un esempio).

Esempio più semplice, stile parabola. Voi avete una zia il cui marito è un maiale, o almeno vi sembra un maiale tutte le volte che si presenta a casa vostra e fa il gradasso e tutte le volte che vostra zia vi racconta qualcosa di quello che succede in casa sua. Se vostro zio viene a fare il maiale a casa vostra, cioè assume dei comportamenti assolutamente contrari e incompatibili con la vostra gestione domestica, avete il diritto di cacciarlo via; ma avete anche il diritto di andarvi a prendere un caffé da vostra zia che non manda a quel paese il marito maiale, di saltare sul tavolo della cucina e urlare come andrebbe affrontata la sua vita domestica? Se non siete disposti ad affrontare il lungo percorso dell’assimilazione, dell’integrazione, prima che la vostra voce assuma autorità presso gli abitanti dell’altra casa, cioè se non siete disposti ad essere ospiti in quella casa, se ve lo permettono, a diventare membri della famiglia, a convivere con le loro discussioni quotidiane e accettarle come la normalità, in modo che il vostro parlare da dentro abbia un senso, forse è meglio che vi state a casa o che vostra zia la invitate al bar. Andare in un altro paese e parlare di politica è la stessa cosa, e lo è ancora di più in un paese come la Russia, dove non esiste l’illusoria politica da bar, vuoi per ragioni storiche, vuoi per altre che io non so immaginare.

Con questo non voglio ridurre ancora una volta le questioni internazionali a un banale e volgare “casa nostra” e “casa loro”. Voglio invitarvi a riflettere sul fatto che le questioni politiche sono tanto complesse a livello nazionale, figurarsi a livello internazionale, quando una decisione ha effetti su interi sistemi di valori e di simboli diversi gli uni dagli altri. Voglio invitarvi a pensare che, per quanto sia nobile la voglia di creare un mondo migliore, non lo farete con quattro chiacchiere sulle vostre idee “giuste” con una persona mal disposta, e se veramente avete queste belle e buone intenzioni, sarebbe forse più il caso di dimostrarle, facendo vedere al mondo che vi ospita che non lo guardate dall’alto in basso, ma che lo amate come il vostro.

E se siete curiosi di sapere le idee politiche degli altri, chiedetegliele pure, quando sentite di aver preso abbastanza confidenza e che ne vale la pena, ma siate dei bravi ascoltatori e rispondete solo se interrogati, questo non solo in Russia, ma proprio in generale. Per prendervi in considerazione, il vostro interlocutore ha bisogno di sapere che lo rispettate.

Non credo di aver risposto alla domanda in maniera esauriente, mi dispiace. Ci riproverò ancora.

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7 risposte a “Mamma li russi #4: parlare di politica

  1. Di ritorno dalla Russia (solo Mosca e San Pietroburgo). I russi li ho trovati davvero diversi da come ce li raffiguriamo. Riottosi e poco propensi a rispettare le regole, abbastanza espansivi, oggettivamente propensi alla critica ed alla satira. Una distanza siderale rispetto agli automi indottrinati e timorosi che ci racconta una certa corrente di propaganda.

    Una cosa che mi ha colpito è la forte propensione del pubblico femminile a discutere di politica: anche in maniera esplicita e rissosa, e senza imbarazzo nemmeno con degli stranieri. In Italia questa partecipazione proprio non mi pare di vederla. Gli uomini appiccicano nastri di San Giorgio dappertutto, e le signore si arrabbiano e criticano la militarizzazione pervasiva.

    Lo sfotto nei confronti dei politici è qualcosa di ubiquitario. Devo ammettere che mi sono sembrati più liberali di noialtri. Sicuramente hanno un atteggiamento molto critico nei confronti delle autorità, sono esplicitamente diffidenti. Alla fine una cosa è sicura: per quanto vogliano raccontarcela al telegiornale, i russi sono esseri umani come noi.

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    • Grazie di aver approfondito l’argomento più di quanto l’abbia fatto io… E a proposito degli umani, ma lo sai che a volte, in Russia, a parte l’assenza della politica da bar (cioè sì, magari tra amici sì, ma io proprio da bar non l’ho mai vista), ho l’impressione di stare a Napoli? Una Napoli un po’ più russa, sì, ma una specie di Napoli.

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  2. Il tuo è un punto di vista interessante in quanto nato dall’esperienza e, come sottolinei all’inizio, anche in quanto é abbastanza antitetico alla cultura di massa italiana e occidentale. In Italia si parla troppo e male di politica: il bar e la sua cultura pressapochista sono uno stile di pensiero che i media italiani spesso preferiscono simulare ed emulare, piuttosto che combattere.

    Penso che sia un buono consiglio quello di non parlare di politica con un russo prima di aver conosciuto la sua cultura, la sua storia (non solo quella nazionale ma anche quella personale), aver vissuto un po’ nel suo e provato a camminare con le sue scarpe. In primo luogo per ragioni generali di rispetto, ma non solo. La leggerezza e il senso di superiorità abusiva che molti occidentali hanno adottato nei confronti della storia e alla politica dei paesi non occidentali dopo la fine della Guerra Fredda è odioso. Purtroppo non ce ne rendiamo veramente conto, ma la narrativa secondo la quale dopo il 1989 tutti i paesi avrebbero dovuto adottare regimi democratici alla occidentale influenza ancora pesantemente il nostro sguardo su paesi che reputiamo non democratici o culturalmente alieni – e sui loro cittadini.

    I punti che segnali sono doverosi per dare ad un pubblico italiano un maggiore grado di apprezzamento della complessità della vita e della cultura russa.
    Quello che forse varrebbe anche la pena di aggiungere sul tema è che parlare di politica in Russia non rappresenta un problema solo per gli italiani, ma per i russi stessi. Una serie di temi (per fare degli esempi: Cecenia, Crimea e Donbass, omosessualità) rimangono controversi ed esprimere in un contesto non privato un’opinione non conformata alle narrative dominanti a livello politico e mediatico può avere conseguenze sgradevoli. Per un cittadino russo fare attività politica al di fuori dei partiti di sistema nel proprio paese, così come succede altrove, rimane una scelta che si intraprende a proprio rischio e pericolo. Il destino più lusinghiero per chi fa opposizione politica è quello di essere ignorato dalle autorità.

    Per carità, la violenza politica e la repressione non sono una prerogativa speciale della Federazione russa o degli stati post-sovietici. Anche in Italia a 15 anni di distanza il G8 di Genova rimane un tema controverso e divisivo, senza poi fermarci sul peso della criminalità organizzata nella vita in molti contesti sociali, di certo non solo al Sud. E questo solo per parlare dell’Italia.

    Quello che intendo dire è che la limitazione delle libertà politiche in Russia non è solo un’esperienza passata che ha influito pesantemente sulla cultura del paese e sul modo in cui ci si approccia alla politica (non si può certo pensare di parlare di politica con leggerezza con qualcuno che abbia vissuto l’epoca staliniana), ma in molti casi un’esperienza presente. Chi in Russia parteciperebbe a cuor leggero ad una manifestazione pro-LGBTQ, sapendo che le forze dell’ordine non garantiranno il tuo diritto a manifestare in sicurezza? Quale politico si sognerebbe di criticare l’attuale dirigenza cecena o, peggio, di mettere in discussione l’operato dell’esercito nella seconda guerra cecena? Chi si sentirebbe a proprio agio andando in giro con una maglietta con la bandiera ucraina per le strade di una città russa?

    Forse la mia esperienza della vita e della politica in Russia è parziale e potrai smentirmi. Lo scopo del mio commento fluviale non è però quello di ribadire la superiorità del modello occidentale. Anzi, la riflessione di cui sopra dovrebbero suggerire ancora più cautela ad un italiano che si avventuri a parlar di politica in Russia, non solo perché è maleducato farlo con sconosciuti, non solo perché é un atteggiamento fastidioso cultura russa, ma anche perché è un’azione che non è esente da pericoli e dalle paure che a questi pericoli sono naturalmente associati. La qual cosa non dovrebbe generare né senso di superiorità, né facile pietismo nei confronti di questi russi poverini, ma quantomeno rispetto per la diversità dell’esperienza altrui e per il diverso sguardo sulla realtà, dal diverso modo di camminare, che da questa esperienza può derivare.

    P.s.: comunicare sul web può creare fraintendimenti ed esagerare il peso di un commento critico. Per questo voglio sottolineare che leggo spesso il tuo blog e lo apprezzo sia per la qualità della scrittura che per la sua accessibilità anche ad un pubblico meno inserito nel mondo russo.

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    • Ciao! Ti ringrazio innanzitutto del commento.
      Vero tutto quel che dici.
      Sull’entità dei pericoli se si parla di politica, però, non so dirti. Mi è capitato di parlarne, anche focosamente, a scuola, nei pub, a casa, o anche di parlarne in strada, sul tram, come ho raccontato qualche post fa. Non mi sono sentita in pericolo, piuttosto invece ho trovato un muro, e l’ho trovato sia che stessi parlando con indottrinati putiniani che con oppositori. Era il muro del “tu non puoi capire”, “fatti i fatti tuoi”, “o è bianco o è nero, se credi possa essere grigio sei sospetta”. Non posso parlare per quelli che vanno con le teste coperte a vandalizzare l’altare della più importante Cattedrale ortodossa di Mosca (le Pussy Riot), ma penso comunque che, anche da cittadini, non sia quello il modo di fare opposizione. Io non lo farei. Conosco una ragazza che sta sostenendo la campagna elettorale di un oppositore, per ora hanno subito solo le stesse scorrettezze di cui si sente in Italia. Sarebbe interessante sapere se lei si sente in pericolo. Mi hai dato un’idea per un post. 🙂

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      • Mi fa piacere 😉
        Il muro che trovi davanti parlando di politica penso sia normale in Russia, dove il dibattito pubblico è molto radicalizzato.
        Parlando di opposizioni, non pensavo proprio alle Pussy Riot (che comunque non penso abbiano commesso un reato, e qui si potrebbe aprire un discorso molto lungo su cosa è reato in Russia, dato che categorie penali come quella di ‘vandalismo’ o ‘propaganda gay’ sembrano fatte apposta per lasciare mano libera alla polizia e alle autorità). Pensavo piuttosto ai giornalisti e politici che sono stati oggetto di persecuzione dagli organi statali e violenze commesse da anonimi perché erano diventati figure pubbliche scomode (non penso tanto a Nemtsov, quanto a Navalny e Politkovskaya, solo per citare i casi più famosi).
        Probabilmente però è come dici tu: in Italia le autorità commettono gli stessi reati che commettono in Russia. La differenza decisiva a mio modo di vedere è che in Italia le forze dell’ordine e la magistratura, con tutti i loro limiti e difetti, svolgono la loro funzione di tutela dei diritti dei cittadini. In Russia questi due corpi sociali per ragioni storiche non sono indipendenti dal potere politico e questo genera molte storture, per i cittadini russi in primo luogo. Esempio stupido: tutti sanno che in Russia e in Bielorussia ci sono brogli elettorali sistematici ed organizzati, ma dato che questi metodi fanno parte del sistema di governo il reato non è perseguito, a differenza del’Italia e di molti altri paesi.
        Comunque per il momento rimango solo un osservatore esterno, e sentire cosa ne pensa una russa che si occupa di politica è sicuramente più interessante del mio pensiero. Aspetto il prossimo articolo!

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  3. Pingback: Nadya, Agitator, e le elezioni del 2016 | Russaliana·

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