Mamma li russi #1: Sorridere


L’altro giorno Mirella mi ha presentato Simone, che mi ha chiesto di parlargli della Russia. Sia Mirella che Simone affermano di essersi sentiti controllati durante i loro soggiorni in Russia, rispettivamente di un mese e di una settimana. Dicono che si avverte che c’è una dittatura e che la libertà delle persone è molto limitata.

Mirella, soprattutto, pone l’accento sull’atteggiamento diffidente e altezzoso dei russi, sulla loro aria di sospetto. Simone racconta di essersi avvicinato a un poster del McDonald’s per fotografarlo e di essere stato fermato da un poliziotto.

A Simone ho spiegato che, sebbene sì, a Mosca si vedano poliziotti e militari ovunque, quello che è successo a lui non è quello che succede tutti i giorni ed è solo sintomo della guappaggine di alcuni membri delle forze dell’ordine. A Mirella ho spiegato che quella che a noi spesso sembra diffidenza e altezzosità, magari è soltanto indifferenza.

Sono troppo ottimista? Quattro anni di Russia mi hanno lavato il cervello? E’ possibile, certo, che io non senta la pressione della dittatura, perché mi ci sono abituata (o perché sono una semplice insegnante e non la leader di un partito di opposizione non rappresentato in parlamento). Sono anche possibili e probabili un mare di altre cose delle quali è urgente e necessario parlare, se vogliamo veramente essere i rappresentanti di quell’Europa tollerante e cosmopolita dalla quale diciamo di provenire.

Questo è il primo di una serie di post sul modo in cui si manifestano le differenze più inaspettate tra due culture, ed è per Simone, Mirella, e tutti quelli che, inconsapevolmente e nonostante la buona volontà di essere aperti al diverso, si irrigidiscono davanti allo straniero.

Ne ho programmati quattro, per ora:

Sorridere

Città militarizzate

Scattare una foto

Parlare di politica

Ecco il primo.

Sorridere

sorriso

foto da Google Images

Siamo abituati a pensare che sorridere sia normale, no? Non ci facciamo nemmeno caso, ormai: entriamo in un negozio e sorridiamo, ci presentano qualcuno, gli stringiamo la mano e sorridiamo, ci fanno un rimprovero e anche lì, senza accorgercene, mostriamo i denti. Al liceo il mio prof di filosofia mi fece notare che tra gli animali mostrare i denti è segno di una minaccia, e che solo gli umani mostrano i denti per stabilire rapporti pacifici. Io non sono per niente competente nella materia antropologica, ma la mia esperienza di viaggiatrice e conoscitrice degli umani mi suggerisce che la generalizzazione del mio prof di filosofia andrebbe invece diversificata, perché non tutti gli umani mostrano i denti allo stesso modo e nelle stesse occasioni.

Non parliamo ancora di Russia. Parliamo di quel gruppo indistinto di giapponesi, cinesi, coreani e filippini dei quali spesso si sente dire che, al contrario di noi caucasici, sono “tutti uguali”. Di loro si dice anche che “ridono sempre”, implicando con questo che spesso ci sembrano deficienti, anche se ormai grazie ai canali di informazione sappiamo che il sorriso di molti popoli dell’estremo oriente è una forma di educazione, di rispetto per l’interlocutore. Non importa che il giapponese in questione dopo due minuti vada a fare il karakiri, lui ti sorride (vabbè, sto disegnando quadretti iperbolici per farvi capire).

Quando si va in Russia, siccome la Russia dove andiamo di solito sta al di qua del Caucaso, crediamo di stare in Europa, e ci dimentichiamo che invece non lo siamo, e se non è poi tanto scontato che nell’Unione Europea siamo simili, figurati in Russia.

Rimanere male quando uno non ti sorride o alza il sopracciglio significa che si è andati aspettandosi di essere accolti come accoglieremmo noi. Non è un’accusa, anzi, è un fenomeno abbastanza normale, e per quanto una persona possa essere istruita, aperta, e bla bla bla, succederà comunque. E’ ovvio che, se a casa nostra siamo abituati ad offrire il caffé, ci confondiamo quando, a casa di qualcun altro, il caffé non ce lo propongono. Io poi, a proposito di caffé, mi trovo spesso ad accettarlo anche se mi fa male, per non offendere il padrone di casa. Il caffé non è una cosa scontata, se ci andate a pensare, e così non lo è il sorriso.

Si dice che i russi non sorridano e ci credo che, se sei stato in Russia per una settimana o un mese, hai avuto poche occasioni e poco tempo, per vedere un russo sorriderti spontaneamente e fare la battuta. In realtà i russi sorridono e ridono anche a crepapelle, ma non è la norma scambiarsi troppe parole e mostrare i denti quando non ci si conosce. Per questo, se sei appena arrivato in Russia, ti presenti in un negozio e la cassiera ti fissa con la faccia spenta, ti guarda storto se le sorridi, e non ti dice grazie e arrivederci, non è la cassiera che è scostumata, sei tu che hai aspettative sbagliate.

C’è anche da dire che la Russia sta cambiando rapidamente. Nell’anno corrente è molto più probabile che una commessa sorrida, a Mosca, anche se potrebbe ancora non farlo in provincia. Comunque, non bisogna dimenticare che l’educazione non è una sola e non è sempre come la nostra. Una mia collega più anziana mi raccontava che la mamma, quando lei era bambina, le raccomandava sempre di non sorridere agli sconosciuti. Al giorno d’oggi succede ancora: ho visto nonne sugli autobus raccomandare alle nipoti di non indicare, di non ridere, di non parlare a vanvera.

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti e Ivan della fiaba di Tolstoj era scemo, e non a caso la particolarità della fiaba è proprio che, pur essendo scemo, alla fine vince. Il sorriso facile, in Russia, è normalmente interpretato come segno di stupidità o di ipocrisia e ha anche un nome: dezhurnaja ulybka, cioè il sorriso da portinaio.

Io non lo so da dove ho preso tanta saggezza, quando sono arrivata in Russia, ma più che l’aria di oppressione dittatoriale, avvertivo l’aria della diversità: quando sono riuscita a farmi mostrare i denti da commessi, guardiani e insegnanti di russo, ho sentito le campane. Perché se poi la gente ti mostra i denti, in Russia, significa che ti ha aperto il suo mondo.

E a proposito di aprire il mondo: il mio cavaliere, fin dall’inizio, mi ha sempre detto che trovava curioso il mio modo di ridere mostrando tutti i denti. Ogni tanto gli viene in mente e si sforza di metterli in mostra tutti, come per imitarmi: non sembra che stia sorridendo, sembra che stia soffrendo.

Io mi sono abituata: adesso, quando sono a Mosca, neanche io sorrido spesso sui trasporti pubblici, nei negozi, negli uffici. Saranno i neuroni specchio? Fatto sta che quando mi accorgo che mi si stanno paralizzando le guance, comincio a tirare su gli angoli della bocca a forza. E’ qui che la buona educazione cede il posto alla ginnastica facciale.

Quanto ai “grazie, arrivederci”, una volta capito che non è solo perché non ce n’è l’abitudine, ma anche perché è rimasta un po’ di cultura sovietica del commercio, o perché a volte, quando fa freddo ed è buio e i soldi non bastano mai, la gente si sente frustrata e si chiude nella propria crudeltà… mi sono messa a dirli a tutti. A volte vedi la cassiera o l’impiegata risvegliarsi da un sonno, e rispondere con un misto di gioia e stupore. Altre volte non ti rispondono nemmeno e ti guardano come se fossi scema, ma la cosa non mi riguarda, né mi fa cambiare idea su questo paese così affascinante. Non deve essere il “grazie, arrivederci” di un altro a tirarmi su di morale, può anche essere il mio. E poi, a furia di dire “grazie, arrivederci”, chissà che non funzionino anche i loro, di neuroni specchio.

Potete trovare un post ancora più esauriente su questo argomento su questo blog.

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3 risposte a “Mamma li russi #1: Sorridere

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