C’è un post del 2015, forse, in cui racconto come ho partecipato, una volta, alla parata del primo maggio in Piazza Rossa tra le file della federazione dei sindacati di Mosca.
C’è un video del 2016 in cui partecipo di nuovo alla stessa parata ed è anche Pasqua.
Poi ci sono queste foto di Saratov del 2013. La mia coinquilina mi portò con sé dalla mamma, arrivammo in città proprio il primo maggio.


E c’è questo video girato quel giorno e ripescato oggi da un vecchio hard disk, in cui la mia coinquilina commenta la parata.
E mi racconta, come seppi poi dal fidanzato che nel 2015 mi portò con sé in Piazza Rossa, che quasi nessuno partecipa alla sfilata del primo maggio per reale convinzione, ma per obbligo o per avere un giorno libero in più garantito o altri favori al lavoro.
Esistono due ordini di cose. Non lo dico io, in realtà, lo diceva già Platone nel mito della caverna. Ci sono le ombre e ci sono gli oggetti che fanno ombra. Ci sono le cose come ci appaiono, come le vediamo, e ci sono le cose come sono indipendentemente dalla nostra capacità di osservarle. Queste due cose i filosofi le chiamano, e semplifico, perché ho studiato filosofia al liceo ed è finita lì, nell’ordine: doxa ed episteme. E poi, pure nell’episteme ci sta l’intoppo, perché sei tu, sempre tu, osservatore parziale, che osservi, e quindi la natura di ciò che osservi può essere epistemologica, cioè legata alle tue categorie di conoscenza, o ontologica, cioè legata all’essenza stessa delle cose al di là della contingenza della tua osservazione.
Insomma, ci sono le parate, le marce, i concerti (e le prime pagine dei giornali, anche quelli che si chiamano Pravda, che significa “verità”), e ci sono le persone a casa loro, nel quotidiano. E in più ci sono queste persone a casa e alle parate come le vediamo noi attraverso il filtro della nostra lingua e della nostra cultura, e come sono senza il nostro commento.
C’è il paese ideale, il paese inventato, c’è il paese reale, il paese vissuto. E poi c’è il paese raccontato e c’è quello percepito.
Tutte queste cose sono vere, ma la loro verità è di diversa natura.
Possiamo dire che la parata del primo maggio è una finzione, una recita? Ni. Perché lo spettacolo è la natura stessa di alcuni eventi che costruiscono l’identità nazionale. Dice, Syd, ma la Corea del Nord sullo spettacolo ci ha costruito tutta la sua propaganda. Esattamente, vi dico io, la Corea del Nord nelle arti figurative ha una scuola che, senza farne mistero, si propone di creare una realtà emotiva e non di riprodurre fotograficamente il visibile: sarebbe superficiale etichettare questo tipo di arte come inno alla finzione, quando sappiamo tutti benissimo che l’arte stessa è mistificazione. A questo proposito, Alice Wielinga ha creato una serie di lavori in cui le foto vengono sovrapposte al dipinto in stile nordcoreano.

Possiamo quindi dire che forse la Russia non è come sembra? Che forse ci manda segnali contrastanti, che la nostra mancanza di conoscenze ci confonde? Sì, ma come sempre, c’è di più, per me, ancora oggi. Il fatto, per me, come sempre, è che dovremmo piuttosto chiederci che cosa questa Russia ci dice di noi stessi. In che modi e in che misura ci inganniamo confondendo il mondo che vogliamo raccontarci e far vedere agli altri con quello che viviamo realmente?
Qualche giorno fa parlavo con una mia studentessa russa degli inni nazionali. Fa un po’ riflettere il fatto che l’inno italiano sia pieno di guerra e di mito di Roma (un mito tanto caro al fascismo), mentre quello russo non abbia niente, nel testo, che rimandi a sete di conquista e superiorità nazionale. In che modo i simboli che usiamo per identificare le nostre nazioni riflettono o contraddicono l’essenza del nostro posto nella Storia?
Degli inni parlerò in un altro post. In questo vi lascio, come sempre, con tante domande buttate là.
