La conferenza di Yalta. 1- Lo strapiombo.

In un mondo in cui si rimane intrappolati nelle convenzioni e nella routine, i pazzi si ritrovano sempre.

Io, per esempio, ordino il cappuccino dopo la pizza, se non addirittura durante, e quando torno a casa la sera metto gli avanzi tutti nello stesso piatto: in un angolo la pasta, in un angolo la carne, in un angolo l’insalata. Mia zia mi guarda esterrefatta ed esclama a mia madre: “Ma sta criatura s’è scurdata tutt cos! Magn comm’e’stranier!” (“Questa bambina ha dimenticato tutto! Mangia come gli stranieri!”). La mia fedeltà alla patria si nota ancora, certo, in piccole cose, come il mio rifiuto di lasciare che gli ospiti spremano maionese e ketchup sulla pasta e fagioli.

Sebastopoli

Quindi io ero sulle montagne russe dei miei ormoni scioccati dall’apparente instabilità della mia vita, e dovevo fare qualcosa per non rimanere a fissare il soffitto durante le vacanze di maggio: ho prenotato senza badare a spese un biglietto per la Crimea, ho cercato altri couchsurfer che mi ospitassero. Il mio piano era: arrivare a Simferopoli, da Simferopoli prendere la filovia fino a Yalta, rimanere a Yalta per tre giorni in grazia di Dio facendo l’eremita sulla spiaggia per ritrovare me stessa. Nelle conchiglie, sul fondo del tubetto di protezione solare vuoto, insieme ai sassolini che ti si infilano nelle mutande, non lo so.

Ma poi è successo che sul couchsurfing mi ha contattato Boris e mi ha chiesto di incontrarci a Yalta per girare insieme, e io ero d’accordo. Un estraneo in più che disturba la mia ricerca di un senso non farà male, posso sempre isolarmi, se voglio. Però Boris evidentemente non sta tanto bene con la testa, e quindi mentre stavo facendo le valigie mi ha chiesto di raggiungerlo a Sebastopoli perché doveva farmi vedere un posto bellissimo dove non era ancora andato. Capiamoci: io ho appena aggiunto Boris su VK per farmi i fatti suoi e illudermi che non sia un maniaco, non lo conosco, non conosco Sebastopoli, lui non conosce il posto bellissimo dove mi vuole portare, io non so ancora se nella valigia ci metto un maglioncino e una giacca a vento, o un maglioncino e un cardigan. La prima reazione è stata prudente: “Io non me la sento di cambiare programmi per uno sconosciuto. Vediamoci a Yalta quando arrivi.”

Boris è di un paesino vicino al lago Baikal, ma vive a Mosca. Si è licenziato la settimana prima, ha ricevuto una telefonata di un conoscente di Sebastopoli, il giorno stesso ha preso un pullman e si è fatto ventiquattr’ore di viaggio per approfittare della libertà prima del prossimo lavoro; il secondo giorno ha contattato una completa sconosciuta sul couchsurfing e le ha chiesto di cambiare programma e raggiungerlo in un’altra città. Se lui è pazzo… Io non sono da meno. Arrivata a Simferopoli mi sale l’arteteca dentro e gli scrivo: “Ho cambiato idea. Sto venendo a Sebastopoli. C’è posto nel tuo ostello?”

Sebastopoli_fermata_autobus

Dopo essermi persa tre volte per le strade di Sebastopoli, per colpa delle vecchie che si affollano alle fermate degli autobus per dare le indicazioni sbagliate, e del sistema di numerazione delle case in Russia, che a volte fa capitare vicini il 13 e il 17 saltando il resto dei numeri, nel pomeriggio ero in ostello e conoscevo Boris.

Ci mettiamo in cammino, cominciamo a parlare. E parliamo, e parliamo, e parliamo, sembriamo due peripatetici, e io non so dove stiamo andando e mi scuso, che non sto collaborando nemmeno un po’, ma sono stanca dopo aver cercato l’ostello per tre ore e qui non si capisce niente, la gente parla russo e ci sono un mare di edifici sovietici, ma sembra di stare in Italia. E allora lui mi dice: “Rilassati. Ti guido io.”

E siamo in una stradina sterrata in mezzo a una campagna, che dovrebbe portarci a un monastero, e un vecchio con la pelle scura e rugosa che gli penzola dal mento e dalla panciera sbuca dalle frasche di un orto e comincia a seguirci. Boris si rassegna alle sue richieste, gli porge la mano.

“Io sono un medico,” dice il vecchio in una specie di delirio, “e vedo… vedo… che tu hai dei problemi al sistema nervoso, le vedi queste lineette sulle unghie? e anche un’insufficienza della colecisti… questo gelato, vedi? Non lo dovresti mangiare… Non dovresti nemmeno fare sport, non dovresti mangiare fritto, grasso, carne, non dovresti bere alcolici…”

Non dovresti fare sesso…, penso, e mi immagino che il signore sia un medico di scuola sovietica in pensione, uno di quelli scrupolosissimi, che se hai un tic alla palpebra è perché soffri di stitichezza. E che “In Unione Sovietica il sesso non c’è”.

Li fisso tenendomi a una distanza di sicurezza e mi domando perché proprio questa volta non ho portato la videocamera. Cerco di trattenermi dal tossicchiare, per evitare che il vecchio prenda per mano anche me e trasformi la mia laringite in un anatema.

“Non devi fare questo, non devi fare quello… Cos’è che posso fare, allora?” domanda Boris, e mi fa l’occhiolino.

L’unica cosa alla quale riesco a pensare è che il pirog con le patate che mi sto ingozzando mi farà venire mal di stomaco, e che tra un paio d’ore il sole sarà già tramontato, e noi stiamo qui, in una strada sterrata che mi ricorda la mia infanzia, a indugiare sulla colecisti di uno che mi ha acchiappata su internet.

“Con moderazione… Questa è tua moglie?”, il vecchio si volta verso di me, mi squadra dall’alto in basso. Io, in apnea, trattengo la tosse, e vorrei dire qualcosa, ma siccome sono in apnea e sto anche masticando il pirog, non faccio in tempo.

“Non ancora,” risponde Boris, e mi sorride.

Io rimango immobilizzata a guardarli: o ho le allucinazioni e sono usciti da qualche novella di Gogol’, o sono entrambi pazzi da legare. Poi mi rendo conto che quella che ha prenotato su due piedi un volo per la Crimea senza organizzare niente e che dall’aeroporto ha deciso all’improvviso di unirsi a un completo sconosciuto per andare a vedere uno strapiombo che non sa nemmeno dove sta sulla carta geografica, sono io. E che comunque, siamo in Russia: il minimo che ti può succedere è che un incontro casuale assuma una dimensione esistenziale.

Sebastopoli_Florentij

Mezz’ora dopo eravamo su Capo Fiolent, superato il muro del monastero si apriva una vista mozzafiato sul Mar Nero e io ho emesso un gemito tirando dentro tutta l’aria che c’era. Il mare. La Russia, ma con il mare. E dopo ottocento gradini per scendere in spiaggia e ottocento gradini per salire, ci siamo fermati senza dire una parola su una panca di legno tra due alberi, su uno strapiombo. Il sole era già tramontato e sulla linea dell’orizzonte aleggiava una striscia rosa e violacea. Cominciava a scendere l’umidità e non si sentiva quasi più nessuna voce umana, a parte il canto degli uccelli e l’incresparsi delle onde, e i respiri.

Mi sono dimenticata: avevo qualche problema? Stavo cercando qualcosa? Che cosa volevo da quest’avventura? E di nuovo l’apnea: sta succedendo qualcosa, in questo film, di cui dovrei essere al corrente? dovrei dire qualcosa? dovrei fare qualcosa? No, aspetta, il mare, lo strapiombo, le montagne, i salici, i lillà, le buganvillee e l’odore dei pollini, non riesco a stare dietro ai pensieri. Oggi sciopero, vado dove mi porta il vento.

Non so quanto tempo siamo rimasti in silenzio ad ascoltare il mare. Boris, comunque, non era un maniaco, e non lo ero nemmeno io.

Davanti ad una lunghissima tazza di tè, quella notte, mi ha domandato qual è la differenza tra uno sconosciuto e un conoscente.

Quarantotto ore dopo, in una casa di Yalta, gli ho prestato le mie forbicine per le unghie.

Sebastopoli_Florentij_2

0 pensieri su “La conferenza di Yalta. 1- Lo strapiombo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *