Scrivere per la propaganda

A metà giugno ho cominciato un breve tirocinio a Russia Beyond the Headlines, progetto internazionale della Rossijskaja Gazeta, che è un giornale ed editore alle dipendenze del dipartimento di comunicazione dello Stato. Qui cerco di mettere insieme un po’ di riflessioni e impressioni su quello che succede in un “organo della propaganda”. Lo faccio per punti.
Nell’ordine:

  • “Organo della propaganda”
  • Giornalisti che sembrano impiegati
  • Direttore, ti prego, credi nel tuo personale
  • Scrivere per la propaganda?
  • Essere femmina e fare la corrispondente

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L’ingresso
 
“Organo della propaganda”
Pare il nome di una zona erogena ancora inesplorata. A parte gli scherzi: quando ho raccontato a una collega americana che avevo fatto domanda di tirocinio ad RBTH, lei mi ha raccontato di un suo conoscente che, al contrario, era uscito da RBTH perché non gli piaceva lavorare lì. Non gli piaceva, perché non poteva scrivere (tutto) quello che voleva. “Non prendeva la cosa come un semplice lavoro”.
Mettiamo in ordine le idee. Fare un semplice lavoro, non significa farlo senza passione e senza coscienza, il lavoro lo si può scegliere: non stiamo ai tempi dell’URSS in cui, dopo l’università, ti arrivava un documento in cui ti si mandava a lavorare dove la patria aveva bisogno. Se tu non vuoi lavorare per un giornale / canale / ente statale, sei libero di non lavorarci. Dice: ma trovare lavoro come giornalista è difficile. Caspita, siamo nell’epoca dei blog, se sei bravo buttati e magari diventi un giornalista indipendente.
Secondo: se lavori per un “organo della propaganda” non puoi scrivere (tutto) quello che vuoi. Questo messaggio è per chi fugge dalla propaganda russa come da Satana: non mi risulta che chi lavora in RAI sia sempre felice e contento e mi pare che invece molti giornalisti prima o poi lascino la RAI perché si sono rotti di fare informazione distorta. Tutto il mondo è paese. Fuggire la propaganda come lettore ci sta, ma ci sta anche analizzarla, come cittadino, e magari come giornalista. E facendo un po’ di analisi, trarre alcune conclusioni pure abbastanza ovvie. Mettiamo che tu fai la giornalista per Cosmopolitan: puoi scrivere (tutto) quello che vuoi? Per quanto ti piaccia scrivere di mascara e di zone erogene, sicuramente ogni tanto ti piacerebbe anche parlare di buco nell’ozono e di quanto è idiota questa cosa che delle case di moda ogni anno devono decidere cosa sarà di tendenza e non può farlo invece tua nonna. Eppure Cosmopolitan non è un “organo della propaganda”, e tu puoi decidere, se ti viene offerto un lavoro a Cosmopolitan, di lavorarci o no, e se ci lavori, lo fai sapendo che il giornale per cui lavori parla di mascara e zone erogene.
RBTH è un progetto con l’obiettivo di pubblicare, online e in supplementi alle principali testate del mondo, informazioni che vadano oltre quello che normalmente propongono i titoli dei giornali: non il fatto fine a se stesso di Putin che è bravo o cattivo a seconda del paese, ma altre cose che normalmente la gente non sa. Si tratta di approfondimenti e analisi politiche ed economiche, consigli di viaggi, informazioni sulla civiltà dei popoli della Federazione, sulla cucina, sulla religione, l’arte, la letteratura, la vita quotidiana, la musica. RBTH  non è un giornale la cui linea editoriale ricerca spasmodicamente la critica del regime, e non tanto perché è figlia di un “organo della propaganda”, ma proprio perché lo dice anche il titolo. Non puoi pubblicizzare una bancarella della porchetta su un giornale per vegetariani: non puoi fare una chiavica il sistema politico russo in un giornale di approfondimento atto soprattutto a creare un interesse positivo verso la Russia. Puoi, al massimo, cercare di essere il più informativo possibile, senza troppi aggettivi.
Questo significa essere schiavi della “propaganda”? Non so quanto paghino, ma in ogni caso, nessuno li obbliga a scrivere lì e a non mandare il curriculum ai giornali indipendenti. E se invece decidi di lavorarci, il fatto che sia limitato da una linea editoriale precisa non significa che il tuo lavoro non possa essere fatto con passione.
 
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“Chi non lava i piatti, dopo il licenziamento finisce alla Pravda
Giornalisti che sembrano impiegati
Non tutti i giornalisti sono d’assalto. Ci sono i corrispondenti di guerra, gli investigatori, quelli che si occupano di cronaca nera, quelli che scrivono dei nuovi prodotti sul mercato, o di gossip. E per quanto riesca difficile immaginare un giornalista come un impiegato, ai nostri tempi ci sono anche i giornalisti che stanno tutto il giorno in ufficio e si limitano a reperire e manipolare materiale trovato su internet: e questa cosa è noiosa e insulsa. Eppure, anche questa professione si sceglie.
Nella cucina di RBTH, sul lavandino è attaccato un foglio A4 sul quale è scritto: “Chi non lava i piatti, dopo il licenziamento finisce alla Pravda“. La Pravda si trova al piano di sopra ed è veramente un organo della propaganda, in confronto al quale RBTH è soltanto un giornaletto di civiltà per stranieri. La Pravda è tanto di propaganda, che spesso escono articoli altisonanti su informazioni non verificate che si rivelano errate cinque minuti dopo. Si capisce che, se sei un giornalista ambizioso e non sei un fanatico del governo russo, non ti piacerebbe mai e poi mai lavorare alla Pravda.
Quando ho visto il cartello, mi sono fatta una risata. “Che ficata questo coso,” ho detto alla collega, la redattrice della rubrica sulle nuove tecnologie, che stava seduta lì vicino. E lei: “Io lo trovo inquietante.” In quattro anni credevo di essere io a non capire il senso dell’humour russo, ma adesso proprio non capisco come non ci si possa fare una risata davanti a quel cartello. Perché se proprio non ti riesce di fare il giornalista come dici tu, puoi sempre scrivere per giornali stranieri, o cambiare mestiere. Io sono arrivata qui dentro a fare un tirocinio a 30 anni, e tutti sembrano trovare curioso che sia un’insegnante di lingue. Il fatto è che nessuno di noi è insegnante, giornalista, idraulico o elettricista: sono cose che facciamo, quello che siamo è una materia molto più malleabile. O almeno: io credo che sarebbe meglio se fosse così.
Alla riunione dei caporedattori, dei giornalisti fortunati che non lavorano alla Pravda, ci vado come ospite insieme alla mia redattrice. Il caporedattore enumera con entusiasmo gli argomenti degni di nota e si dimostra pronto a valutare proposte di sviluppo o di altri argomenti. Una, due, tre volte. L’atmosfera è piatta. Lui si agita, gesticola, pare amare il suo lavoro, e la massa di jurnaliugi (giornalettisti) più e meno giovani di me reagisce con l’impeto di una gelatina sotto un colpo di cucchiaino: si limita a vibrare, mentre io mi aspettavo di vederla gonfiarsi come un muffin. Chi messaggia con il cellulare, chi disegna fiorellini, chi tra sé e sé fa del sarcasmo e poi strizza l’occhio al compagno. In quel momento, mi dispiace tanto che il caporedattore non sia un insegnante: perché se fossi io davanti a quella massa di gente durante un’ora di lezione, non esiterei ad alzare i toni e dire: “Forse non ci siamo capiti: siamo qui per lavorare! Spegnete i cellulari, guardatemi in faccia quando vi parlo, e tu, se non ti piace lavorare, al posto di fare il simpaticone, la porta sta là.” Invece il caporedattore si limita a dire: “Ragazzi, svegliatevi”. Qualcuno alza la mano, fa qualche proposta.
Una ragazza della versione in tedesco spiega che la loro redattrice esterna ha proposto di mettere in evidenza storie di donne russe famose poco note all’estero, perché secondo lei il tema delle donne russe è poco coperto dalla stampa tedesca.
– Di cosa si può scrivere?
– Di Zemfira, tipo. Bene, bello. Contatta gli agenti di Zemfira per un’ intervista.
– Oh, no, Zemfira non concede interviste a nessuno, anche Tizio e Caio ci hanno provato e non ci sono riusciti.
– Sì, ma tu non ci hai provato.
– Ma richiede troppo tempo.
– Ma non puoi scrivere una biografia di un personaggio limitandoti a scopiazzare da internet, devi fare un lavoro originale! Devi farlo bene, se no è meglio che non lo fai!
E qui nasce l’attrito. Sento le ragazze offese dalle parole del capo, e il capo che cerca di mantenersi calmo e spiegare che questo non è modo di fare giornalismo di qualità. Mi viene allora il dubbio che si sentano più poveri e sottomessi giornalisti di propaganda gli altri, che lui che li dirige. Ed è triste: perché significa che questi si sentono impiegati a priori, e non perché il loro leader li tratta da tali.
Ritorno in ufficio. A volte mi annoio da morire, pare che mi abbiano presa per il tirocinio e poi non sappiano cosa darmi da fare; ma noi siamo la squadra multimedia, e all’improvviso esce una riunione su come realizzare un video, un’intervista da fare ai campanari della Cattedrale di Cristo Salvatore, e anche se si tratta di andarci di domenica, il mio cuore esulta di gioia, perché mi piace essere poi libera di scorciarmi il lunedì perché il lavoro al computer l’ho già fatto tutto, e sapere che ho passato la domenica a produrre qualcosa di nuovo e interessante.
Il giornalista non lavora dalle 9:00 alle 18:00, e se lavori per giornali come RBTH, salvo nelle nottate in cui si producono i cartacei o durante il forum internazionale dell’economia di Pietroburgo, ti può capitare di avere intere mattinate libere per fare altre cose.
 
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Masha e Igor, prima delle riprese di una degustazione di gelato dai sapori tipicamente russi di Chajnaja Vysotà.
Direttore, ti prego, credi nel tuo personale
Durante la seconda settimana mi mandano a conoscere il direttore.
Lui mi domanda cosa faccio nella vita e perché sono lì. Gli spiego che sono una russista, che insegno italiano e inglese, che mi piace il mio lavoro, ma sento di avere molti talenti non realizzati, uno dei quali è quello di raccontare storie. Racconto già storie nel mio blog, agli amici, ai parenti, ma so che la mia voce non ha nessuna autorità e che ho bisogno di continuare a studiare perché un giorno, magari, quello che racconto possa avere valore anche per chi non mi conosce di persona. Sono qui per imparare.
– Imparare cosa? Domanda lui. E da chi?
– Imparare a realizzare un video professionale, imparare come funziona una redazione, come si crea un’intervista. E magari un giorno smettere di fare l’insegnante, cambiare professione.
– Quindi a lei piacciono i video prodotti dalla nostra redazione multimedia?
– Guardi, io non sono un’esperta, ma posso fare il confronto con i video che carico su youtube, e sicuramente i video fatti dalla redazione multimedia sono belli, professionali, e interessanti a confronto. Ovviamente si può sempre migliorare, ma è evidente che i ragazzi qui hanno degli strumenti che io mi sogno.
– Ma quali strumenti… Quelli piangono sempre pietà e misericordia che avrebbero bisogno di altri strumenti, più nuovi, e soldi non ce ne sono…
Il tipo deve non aver capito che gli strumenti, per me, non sono solo i droni, ma anche le competenze che io ancora non ho acquisito. Incalzo.
– Ma non c’è per forza bisogno di tanti soldi per realizzare prodotti di qualità. Con uno staff motivato e in gamba si possono fare grandi cose partendo da molto poco.
Sì, sembro una deficiente uscita da qualche film americano per Italia 1, ma io lo SO cosa significa, per esempio, mettere in scena uno spettacolo e poi farlo girare partendo da un budget di 100 euro massimo. Mi fa specie che in nessun modo il tipo lodi il lavoro dei suoi dipendenti; si limita a precisare che non sa che cosa possano insegnarmi. Gli spiego che al contrario, durante la prima settimana mi è stata sottoposta una sceneggiatura sulla quale lavorare, e che io prima non ne avevo mai vista una.
La nostra conversazione si protrae per mezzora, credo, e io perdo dieci chili. Questa volta non li perdo più per la paura di essere esaminata, ma perché è come fare sollevamento pesi: sento la pesantezza di chi lavora in un ambiente dove immaginavo la leggerezza e l’impeto di chi ama raccontare storie, e non posso rinunciare a provare a sollevarli e far sentire loro che ci sono cose veramente pesanti a confronto: e non parlo di raccogliere pomodori in una serra nel mese di luglio o di fare 30 cappuccini di fila con il latte che ti si smonta in continuazione ma, per esempio, di insegnare l’inglese per otto ore di fila a gruppi di adolescenti demotivati che pensano che l’eroe di Shakespeare si chiami Hamster (criceto). Lo so che qualsiasi professione diventa pesante col tempo, ma come può il direttore stesso parlare con tanta pesantezza del suo personale? Dice che i giornalisti delle diverse sezioni lasciano fare il lavoro multimediale solo alla redazione multimedia, e credono che si possa fare giornalismo soltanto scrivendo. Ha ragione, ma tu cosa fai per smuovere le acque? Cos’è quest’aria di sufficienza? Fai qualcosa!!!
 
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Zoo di Chelyabinsk. Foto di Sergey Kolyaskin.
Scrivere per la propaganda?
Un giorno mi hanno chiesto di fare una gallery con dei lavori di un fotografo sullo zoo di Chelyabinsk. Alle fotografie erano allegate le descrizioni e una specie di diario della sua esperienza nello zoo. Parlava male di tutto e tutti e con toni autocommiserativi tipici anche della più comune salumiera giù all’angolo, che ti domanda lo Stato dov’è quando lei si rompe un’unghia?
Mi avevano detto di tradurre il suo testo, ma ho subito capito che dovevo in qualche modo manipolarlo e renderlo più informativo e meno “oh madonna salvateci qui lavoriamo per due copechi e si allaga il recinto delle renne”. Non potevo certo riportare testualmente la frase: “Il direttore è un idiota”. Tanto più che i lettori sono stranieri ai quali, per quanto di tanto in tanto possa interessare quanto è brutto e cattivo Putin, interessa innanzitutto sapere Chelyabinsk dove sta, e una volta saputolo, non è che possono farci qualcosa che lo zoo non ha ancora aggiustato il recinto delle renne. Mi sono consultata con la redattrice, e avevo ragione.
Non potevo fare a meno di sentirmi in colpa. In quel momento mi sono resa conto che, per la prima volta, stavo manipolando una notizia. Ma la stavo manipolando davvero? O la stavo rendendo più notizia di quello che era prima? E soprattutto, lo stavo facendo perché ci vergogniamo di dire che in certe città russe le infrastrutture funzionano male, o perché la linea editoriale del mio giornale non si occupa di fare sensazionalismo su quello che non va?
La frase sull’idiotismo del direttore l’ho cancellata. Ho cambiato l’ordine del testo. Sono partita con informazioni generali su dove e cosa, ho proseguito con la storia di amicizia tra uomo e animali di cui voleva parlare il fotografo, ho raccontato solo in seguito delle difficoltà degli operatori dello zoo, alternando quest’informazione a dati sui momenti di innovazione della struttura, ho concluso informando il lettore del costo dei biglietti. E’ venuta fuori una cosa più appetibile per il lettore leggero, magari probabile turista, e molto più attira-click.
Oddio, sono un mostro, ho manipolato un testo altrui.
 
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Durante le riprese del video sui campanari della Cattedrale di Cristo Salvatore
Essere femmina e fare la corrispondente
Significa che assolutamente l’intervistato maschio guarda come ti sei vestita. Questo, ne sono sicura, succede anche nei giornali non di propaganda, cioè in quelli che propagandano il contrario di quello che propaganda la propaganda, o che propagandano merci.
Dovevo andare a fare un’intervista alla cattedrale di Cristo Salvatore e volevo mettere un vestito carino, ma siccome l’estate era arrivata da poco, mi ero dimenticata che il vestito non si fermava appena sotto, ma appena sopra al ginocchio. Solo che quando ero già vestita, avevo cinque minuti di tempo, che non bastavano per cercare qualche altra cosa di fresco e di carino che si adattasse all’occasione, tanto più che dovevo ancora infilare le lenti a contatto e abbinare al vestito un fazzoletto da mettere in testa e un cardigan per coprire le spalle. Mi sono detta che, per una chiesa ortodossa, lo sforzo di aver messo una gonna e di aver portato con sé un cardigan e un fazzoletto è abbastanza: al massimo la gonna lunga me la daranno lì all’entrata, e me la darebbero anche se stessi con i jeans. Perché devo ossessionarmi su quattro dita di ginocchio e arrivare in ritardo?
Il fatto è che quando arrivo, dopo che davanti alle gradinate ho già indossato cardigan e fazzoletto, la prima cosa che mi dice l’intervistato è che non sa se mi fanno entrare con questa gonna. Io rispondo che non è un problema, se la chiesa non accetta le gonne da sopra al ginocchio, al massimo mi daranno una gonna lunga all’entrata. Io sono ingenua come una dodicenne: il gender nella mia vita è talmente un dettaglio, che parlo della lunghezza della mia gonna con un uomo sconosciuto senza nemmeno accorgermi che sembra che mi stia giustificando.
Poi la moglie si avvicina e dice che non succede niente, in questa chiesa fanno passare anche così. A quel punto io comincio a pensare: che cosa buffa, fa caldo, tengo il capo, il collo, le spalle e le braccia coperti, e questo va a notare quelle quattro dita di ginocchia. Ed è in quel momento che mi accorgo che, mentre lui continua a conversare con la moglie e con l’operatore, con la coda dell’occhio mi fissa le gambe.
Ma allora il problema non è né la Chiesa, né Dio. Il problema sei tu: sei tu che vorresti che fossi venuta con quattro centimetri di vestito in più perché non sai proprio resistere alla voglia di guardare. Ma se lo Spirito è con te, non dovresti essere forte abbastanza da capire che, bbuon bbuon, si tratta di due rotule con un poco di carne intorno e che non vale la pena fissarle come una scandalosa nudità? Che se poi fossero scandalose, non dovresti appunto fissarle.
E poi, se ero uomo, quello non mi diceva niente, mi parlava e basta. Il fatto che sia femmina, invece, implica che lui abbia il diritto di commentare sul mio vestiario anche se non è necessario. Non c’entra con la propaganda, ma qualcosa deve cambiare, e ogni donna deve cambiarlo piano piano, poco a poco.
 
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Celebre scatto del pioniere della fotografia a colori Prokudin-Gorskij, di cui ho parlato qui.
Per quanto riguarda la propaganda, non lo so. Io non mi occupavo di Putin e di Erdogan, ma di campane, caramelle, imprenditori e artisti. E non perché mi era vietato dire la verità su Putin e Erdogan (ammesso che qualcuno la possegga per intero), ma proprio perché non era la materia di cui mi occupavo. Non tutti i giornali si occupano di smascherare gli intrallazzi dei potenti, di fare il gioco dei buoni e dei cattivi, del bene contro il male, non tutti i giornali creano schieramenti: alcuni provano a costruire ponti. E’ peccato che gli stessi che ci lavorano dentro sembrino non rendersene conto.
Comunque, un tirocinio alla Pravda l’avrei fatto lo stesso. Lavorare per un organo della propaganda resta comunque un’esperienza impagabile, se ti piace raccontare storie. E, come spiegavo a un conoscente tempo fa, forse “sono una tirocinante inspiegabilmente entusiasta”.

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