Le notti bianche. Un bilancio triennale.


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La notte bianca

Mi piace giocare con le date.

Il 28 luglio 2007 arrivavo per la prima volta in Russia, a Pietroburgo. L’entusiasmo delle mie prime avventure si è attaccato alle note di una famosa hit turca che mi insegnò la mia coinquilina, quella ragazza con enormi ricci e camicia da notte bianca che mi venne incontro, senza avvisare, la mia seconda notte nello studentato, e mi venne un colpo. Una hit che ho imparato a memoria anche senza conoscere il turco e che mi ha accompagnata quando vivevo con i turchi in Germania e ogni volta che compare qualcosa di turco nella mia vita.

Questo succedeva 8 anni fa. Poi, dopo un mese, tornai da Pietroburgo, finii la triennale (con Rushdie), ripartii per Canterbury, lavorai, studiai, feci tante cazzate, tornai, ricominciai a studiare in Italia, ripartii per Rostov sul Don, ancora cazzate, ritornai, ripartii per il tirocinio in Germania, ritornai, finii la specialistica (con Dovlatov), ripartii per Mosca. Era il 12 giugno 2012.

Il 12 giugno 2012 è festa nazionale, una festa strana, con poco spirito patriottico e molto senso della pacchia, visto che ogni volta che in Russia c’è una festa, normalmente c’è anche un ponte. Il 12 giugno si celebra la dichiarazione di sovranità della Federazione Russa come stato indipendente dopo la caduta dell’Unione Sovietica; molti la ritengono una ricorrenza inutile, perché la Russia era sovrana già da prima.

Il 12 giugno è anche il giorno in cui trovare un mezzo che ti porti a Pietroburgo per una cifra ragionevole è quasi impossibile, perché a giugno a Pietroburgo ci sono le notti bianche e quindi la festa blocca il paese come in Italia il Ferragosto.

Il 12 giugno 2015, dopo 8 anni, e in occasione del mio terzo anno a Mosca, sono tornata a Piter, con l’autobus. Costa solo 1000 rubli dalla stazione Planernaja (o Shodnenskaja, se si ricordano di avvisarti che hanno cambiato punto di partenza), viaggia di notte e ci mette 10 ore, o 15, all’andata, se trovi il traffico e rimani fermo ogni volta un’ora in autogrill.

Gli autogrill sono cambiati. O forse io non ne avevo visti abbastanza. Una volta, a Pietroburgo, facemmo un’escursione con la scuola a Velikij Novgorod e ricordo che ci fermammo in un autogrill che mi ricorda tanto certi negozietti sporchi e decadenti delle campagne russe, quando andiamo alla dacia, per esempio. Invece questa volta l’autogrill era luminoso e aveva le stesse cose che troverei sulla Salerno-Reggio-Calabria.

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In lontananza, il Salvatore nel Sangue

Col passare degli anni, credo sempre di più che ritornare in posti del passato per ritrovarli come li avevamo lasciati possa lasciare solo un sentimento di disillusione. Come quando da bambina, un giorno, mi sono infilata nella nostra prima casa, ormai vuota, e nella quale si stava per trasferire un’altra famiglia, e mi sono accorta di quanto era piccola.

Ci sono posti della mia vita nei quali non sento l’esigenza di tornare ancora: so che tornandoci li troverei non solo diversi, ma altri, non più miei.

Quando sono arrivata a Pietroburgo la prima volta, ero già stata all’estero più volte, ma non avevo mai vissuto in una grande città, né in una grande città russa. Mi affascinò la grandezza delle strade, la grandiosità degli edifici, mi colpirono le distanze, le decine di minuti da percorrere a piedi per trovare un negozio, la quantità di numeri da digitare per fare una telefonata, la scarsa accessibilità di internet, l’odore di muffa dei banchi dell’università, i denti d’oro degli autisti delle marshrutke.

Dopo tre anni di Mosca e dopo otto anni in cui nella mia vita è successo di tutto, Pietroburgo mi è sembrata una piccola, tranquilla città di provincia, una capitale bomboniera: bella, pulita, ibrida. E’ l’effetto che fa a tutti i moscoviti, mi ha detto una mia amica. Ne traggo una conclusione: sono diventata un po’ moscovita e questo, inevitabilmente, ha delle conseguenze quando ritorno a casa in Italia. L’esempio più banale è dimenticare che il giovedì mattina gli alimentari sono chiusi, o uscire per prendere il latte a un’orario improbabile, per trovare il negozio chiuso.

Dopo otto anni, ho i ricordi pieni di strappi. Un angolo di strada, un frammento di edificio, le uniche figure intere sono quelle delle fotografie guardate e riguardate, scattate in posti vicini tra loro: il Salvatore nel Sangue, l’edificio della Singer che ospita la Casa del Libro, la Prospettiva Nevskij, la Cattedrale di Kazan, il Gostinyj Dvor, la Piazza del Palazzo, il Palazzo d’Inverno, l’Ammiragliato. Camminiamo a piedi per ore sull’isola Vasilevskij e nonostante ricordi ancora l’indirizzo, non riesco a trovare la Casa dello Studente dove vivevo; quando la trovo, si erge inanimata e solitaria davanti allo stesso supermercato di otto anni fa: entriamo a comprarci un gelato, usciamo dall’altro lato della strada: ricordo la mia prima lunga passeggiata alla ricerca di un negozio di telefonia; su questa strada il deserto economico sembra rimasto lo stesso, su quella di prima un mare di nuove costruzioni, di punti di riferimento che non riconosco.

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Il cielo nella pozzanghera

La notte bianca. Ho passato un bel po’ di tempo a fare il giro del Sole e della Terra con le mani per capire come funziona, se è possibile che in tali condizioni il Sole sorga esattamente a est e tramonti esattamente a ovest. Non è mai alto, fa un giro lentissimo, tramonta come di traverso alle 10:00 di sera e si nasconde sotto l’orizzonte; scivola lì sotto per alcune ore, colorando di rosa e di viola il crepuscolo, e poi sorge, un po’ più avanti, intorno alle 2:00, credo. Ti svegli alle 9:00 che è già mezzogiorno, se sei riuscito a chiudere occhio.

Rimaniamo colpiti dalla quantità di servizi di “moglie a ore”, “ragazze” o Dashe, Mashe e Natashe con cuoricino dipinti sull’asfalto e affissi abusivamente ai muri. Non mi ricordavo ce ne fossero tante, di donne a ore, a Pietroburgo, e mi domando, avvilita, da dove provenga tutta questa richiesta. A Mosca sembra essercene molta di meno, e va molto più di moda il “marito a ore” che, si dice, ripari rubinetti, registri ante di armadi, e poi, se hai bisogno, chi lo sa…

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Dasha fa l’amore con te 24 ore su 24.

Gli scrittori russi (Pushkin, Gogol’, Dostoevskij) hanno testimoniato la malia di questa città stregata, in cui si sovverte l’ordine della natura: per estensione, per me, questa malia è sempre stata la malia russa, la malia di un mondo occidentale perché cristiano e orientale perché isolato dal tran-tran positivistico mitteleuropeo. Cosa ci fa la Russia, alla gente, non lo riesco a spiegare. Diranno la ricchezza delle capitali, il fatto che non vedi la povertà, ma si sbagliano: ho visto le campagne, le derevnje, e mi sembra sempre che in Europa e nei grandi centri si abbia un concetto troppo esteso di povertà. Sei veramente povero se guadagni 400 euro al mese e te ne bastano 150 per vivere? Se d’estate coltivi tutto il necessario per l’inverno, i figli ti portano abiti nuovi dalla città, lo stato ti costruisce ospedali e la chiesa templi lì dove solo 30 anni fa c’era solo il kolhoz? Non puoi andare all’estero, sì. Spostarti ti costa di più, trasferirti ti costa di più. Ma è più povero chi vive in un paesucolo con un solo bar, una Casa della Cultura, una sola scuola e due negozi di alimentari e beni di prima necessità, o chi vive in una città di medie o piccole dimensioni e non ha un lavoro, un ordine della vita, un programma? E’ povero chi non ha da mangiare o chi deve faticare quattro volte tanto per mettersi su un aereo?

Cosa hanno fatto a me tre anni di Russia. Sento di aver perso molte cattive abitudini, ma anche molti amici. Non sono mai stata parte di un branco, ma ancora meno lo sono adesso. Vedere il mondo da qui era un mio grande sogno da tempo, ho soppresso amori, ho provato a farlo capire alla gente, e adesso che da qui vedo il mondo come dalla finestra di fronte, mi riesce difficile far capire quello che vedo e le considerazioni che ne traggo, guardando da entrambe le finestre, alle persone che mi credono cambiata, che non mi riconoscono, o che vorrebbero che tutti fossimo davvero uguali. E forse è anche il caso di rinunciarci: a che pro? Siamo in tanti quelli che, per un motivo o per un altro, se ne sono andati via, non come per un Erasmus, ma come per una sorta di viaggio di ricerca antropologica e di cammino spirituale alla ricerca degli universali dei codici dell’umanità. Trovi consolazione quando parli con loro: loro sanno cosa intendi, quando parli, loro sanno cosa significa sentirsi dire “Quando torni?”, “Rimani per sempre?”, “Ma che ci fai lì?”, “Ma non è pericoloso?”

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Qui si è suicidato Esenin. Adesso al posto dell’Angleterre c’è un locale che si chiama “Felicità”

Pericoloso. Non mi è mai sembrato meno pericoloso girare in giro di sera a Salerno o a Napoli, francamente. Dice Enzo Biagi nel libro che sto leggendo (Russia, collana Geografia, Rizzoli, 1975, 1980), che sarebbe bello poter parlare della Russia come di un paese normale. Purtroppo, ancora oggi, quasi nessuno lo fa: la Russia è un fenomeno, non un paese reale. Per me però il fenomeno del saggio critico, del romanzo, dell’articolo di giornale, è diventato la realtà, una realtà limbo in cui vivo concretamente ogni giorno e in cui ogni giorno sono avvolta dal mistero della quasi inesistenza di carte che testimonino la mia cittadinanza. Ho un contratto di lavoro vero, un visto vero, un’assicurazione valida solo per le emergenze, una tessera del fondo pensioni della quale non ho capito se potrò fare uso in vecchiaia, un conto in banca, un paio di carte bonus in negozi in cui non vado mai, un abbonamento alla scuola di danza ed una tessera del club Nike+.

Ecco, quello che è cambiato è che sono in club Nike. Io con la Nike non avevo mai avuto a che fare prima. Mi sembravano il male, quella gente che fa produrre le scarpe ai bambini cinesi per due copechi e poi se le rivende a 200 euro e ti torna tuo fratello a casa da scuola e litiga con mamma e papà perché le vuole, le vuole e basta, perché tutti ce le hanno, e tu ti vai a chiudere in camera tua e provi a capire Pelevin per ovattare le urla in cucina.

In Russia nella mia vita è subentrato lo stile, quello che non credevo nemmeno di avere in Italia, perché non mi interessava molto – in parte, chi lo sa, era il sintomo dell’asservimento della donna al potere patriarcale? E non si tratta di truccarsi per forza la mattina prima di uscire di casa, cosa che non faccio quasi mai, o di portare i tacchi, che adesso porto qualche volta, ma senza mai eccedere con i centimetri. Si tratta piuttosto di un’attenzione bizantina al decoro esteriore della cosa sacra; di un ritrovato senso dell’equilibrio e della modestia – ho ricominciato a pregare, del buon gusto come un biglietto da visita per le persone intorno e della sensualità in senso orientale: saggia, misteriosa, velata. E’ un cammino difficile. Il mio armadio è in crisi.

E poi c’è Mosca. Diamo la colpa a Mosca. Diamole la colpa che è un mese che non pubblico un post, che sono tre mesi che sono ferma sullo stesso libro, che sono sei che non traduco una riga e che è un anno che prometto di scrivere un articolo per una rivista e non lo faccio, diamo la colpa a Mosca che è una settimana che sono in vacanza, è una settimana che voglio spolverare e non riesco a trovare il tempo o non mi decido a darmi delle priorità.

Diamo la colpa a Mosca e alla sua sujetà: una parola bellissima, che significa “vanità” nel senso di superfluo, lussuoso, ma anche “movimento”, nel senso di caos, traffico, eccesso di cose da fare, eccesso di negotium e poco tempo per l’otium creativo o spirituale. Perché ci sono le distanze: abitare vicino al lavoro significa metterci un’ora ad andare e un’ora a tornare; e poi c’è il lavoro, quello dell’insegnante, che se lavori ogni giorno per 6 ore accademiche, significa che per 8 ore non avrai il tempo nemmeno di accorgerti se hai fame o se devi andare al bagno; e poi c’è lo sport, bisogna farlo almeno 3 volte alla settimana per stare bene, specialmente in inverno, ché se no quando non vedi il sole per anche un mese, puoi diventare depressa e cominciare a piangere per una sola parola storta; e poi c’è da lavarsi, cucinare, pulire, e anche da incontrare le persone, che anche bisogna ricordarsi di farlo e trovare il tempo, perché ci aiuta a stare bene… e alla fine ti rendi conto di fare un mare di cose per TE, per stare bene TU e di aver perso, tu che trovi cinque minuti per pregare nella folla in metropolitana, il senso del vivere come un cristiano, ma almeno per finta, visto che tanto comunque vivi con il tuo fidanzato senza essere sposata: il senso, che sarebbe di fare qualcosa per gli altri, che sicuramente farà stare bene anche TE, ma di farlo perché fa bene agli ALTRI.

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Il Cavaliere di Bronzo

E ti guardi intorno e ti domandi: santiddio, ma qua qualcuno fa qualcosa per gli ALTRI? Ma in questa città in cui raramente la domenica trovo il tempo di andare a sentire una messa in qualsiasi lingua me la propongano (sono disposta, vista la sujetà, a stare seduta tra gente che prega in spagnolo e ad arrangiarmi), tutta questa gente che con me la domenica va nei parchi e si sperpera nei divertimenti e nei caffé, quando non si sperpera nei lavori di ristrutturazione in casa (mai terminata crisi dell’immobile), tutta questa gente che viene a va nella tua vita, che si lamenta di Putin o lo glorifica, che schifa la Russia e va all’estero o che la ama e compra solo nostrano, che d’inverno per poco non ti sputa in faccia se gli intralci il passaggio per la strada e che d’estate si interessa genuinamente del tuo gatto nella gabbietta, come se foste amici, tutta questa gente qualche volta si preoccupa dei problemi per i quali in Italia la gente marcia?

E sia la gente che marcia, sia la gente che se ne va al Gorky Park, che a volte mi ricorda il Paese dei Balocchi, fanno qualcosa per gli ALTRI? Tipo: chi ci va negli orfanotrofi a dare una mano? Chi aiuta ad allestire le chiese per Natale? Perché nessuno pigia il pulsante di chiamata al macchinista quando una donna sporca e dolorante sta distesa sui sedili? Chi toglie l’alcol ai barboni e chi dà da mangiare ai poveri, quelli veri? Chi consola quelle persone che ogni tanto, tra la folla, gli vedi scendere una lacrima e ti viene una grande voglia di avvicinarti e domandare: “Scusi, cosa le è successo? Non mi voglio intromettere, ma sa, andrà tutto bene!”? Perché io non lo faccio e continuo ad essere presa da tutte queste cose MIE?

Il mio scrivere questo blog aiuta qualcuno? Le mie e-mail e i miei post di facebook? Chi aiuta davvero il mio insegnare per soldi? Quando faccio sport aiuto davvero in qualche modo misterioso chi è intorno a me? Quando incontro gli amici, sono loro di aiuto?

Ecco, è successo. Sono diventata Gogol’ alla fine del racconto La Prospettiva Nevskij. Mi faccio le seghe mentali sull’utilità della letteratura, e del resto, e sul valore della Patria, in senso lato.

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La Prospettiva Nevskij

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