I loculi più su – Moscow City


Preambolo: se arrivate alla fine di questo scritto intimistico, trovate qualcosa di utile se venite in viaggio a Mosca.

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La verità è che questa megalopoli ha fascino quando sei appena arrivata, ma quando diventi (quasi) una del posto, cominci ad apprezzare la lentezza, il calore, addirittura la banalità del paesino di provincia. Cominci a capire che è una fortuna poter vivere come alla dacia tutto l’anno, ma senza rinunciare a una specie di città che sta ad appena dieci minuti di macchina. Se hai la macchina.

Nel senso che a me Mosca mi ha cominciato a fare schifo. Dice il cavaliere senza macchia e senza paura che non è Mosca, ma la vita adulta: quel momento in cui ti svegli e ti accorgi che convivi con una persona che si fa chiamare “tuo marito”, in un paese che hai scelto, sorprendentemente, da sobria, hai un lavoro abbastanza fisso che una volta quasi non credevi più che potesse esistere e delle responsabilità che ammazzano il battito di ali della farfalla… ammazzano?! Ma che?!

E sì invece. Perché com’eri appena 6 anni fa? Non sapevi cosa volevi fare da grande, o lo sapevi solo in parte: in realtà, nonostante gli ottimi voti, nonostante i complimenti a destra e a manca, la tua sensazione era che, a 25 anni, non riuscivi proprio a prendere una via. Sentimentalmente, non ne parliamo: secondo me la fissa del grande amore ce l’avevi di più per la paura che ti facevano le tue stesse idee femministe. Infatti, se ti sei incaponita di non aver bisogno di nessuno e di essere libera in questo modo, come fai a non cacarti sotto di rimanere da sola? Ci vuole misura, nelle cose. E tu sei sempre stata una che vuole tutto, e quindi, anche quando ha molto, non è contenta. Appesa tra l’università, il teatro, i lavoretti (perché erano solo lavoretti, non importa che consistessero, per esempio, nell’insegnare per un anno intero le domande con il “Do” e l’inversione del verbo ad un allergologo che provava a convincerti di avere le allergie), certi amori inconsistenti, le seghe mentali che provavano a ritagliare un modello di quello che sono io staccandolo dolorosamente da quello che sono per gli altri.

Diciamo di sì, la metafora della morte del battito delle ali della farfalla è ingiusta. Non è che muore una farfalla, e non deve morire. Forse si è trasformata in un altro animale? Non so ancora quale. So che in questa vita da adulta è difficile fare tante cose e conservare tante relazioni quante ne avevo prima. È difficile per diversi motivi. Uno è illustrato dal protagonista della Grande Bellezza, un film che magari vi fa schifo, ma che segna un momento particolare di questa mia nuova vita: non posso più perdere tempo a fare le cose che non ho voglia di fare. Che poi, sono comunque costretta a farne tante, la vita da adulta è così; però ho scoperto il bisogno costante di fare pulizia, di ridurre le mie relazioni all’essenziale. Quanti dei tantissimi amici che avevo sono veramente amici? Con quante persone riesco veramente a condividere qualcosa? Ho imparato a non essere gentile e disponibile a tutti i costi e a impormi di preoccuparmi di meno: se non ho tempo o voglia per te, non ce l’ho, non stai morendo, quindi non mi devo sentire in colpa. L’altro motivo è che ogni cosa che la farfalla inseguirebbe freneticamente richiede tempo e costanza: altrettanto tempo e costanza richiede vivere da soli, senza più il supporto di mamma e papà, e fare i cittadini. Per questo i miei battiti sono rallentati e a volte li rallento a forza, perché se batto troppo le ali di qua e di là, mi viene l’ansia.

Per quanto sia nobile sentire la responsabilità dei propri talenti, non si può nemmeno rimuginare in eterno sulle cose fatte male o rendere la propria vita una corsa contro il tempo in cui non riesci nemmeno più ad accorgerti della goccia appesa al rubinetto che fa toc, toc, toc, del tramonto viola, dei granellini di zucchero che cadono sul tavolo quando rosicchi un biscotto, dell’odore della mamma.

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E poi ci sta questo vuoto, la mamma. Che non è solo la mamma, ma è quello che la mamma significa. E nella mia vita, ho scoperto, la parola mamma, ha un posto speciale.

“Ciao mamma!”

“Voglio la mamma.”

“Devo telefonare a mamma.”

“Quando rivedrò la mia mamma?”

Uno penserebbe che sono mammona, e forse sono mammona; ma io ho scoperto che la mamma non è solo la mamma, per me. La mamma è una sineddoche che racchiude il fratello, il papà, la parmigiana di melanzane, l’orto, il mare, il mercato del sabato, la processione, l’odore dell’incenso e il peccato in ogni goccia di sudore, il cielo e tutte le cose più care.

E pare che te ne sei andata in un momento di follia ancora giovanile e all’improvviso sei adulta e ti accorgi che la mamma non ce l’hai più. Cioè, ce l’hai ancora, basta che prendi un aereo (se non cade), ma la cosa più grave è che, bello e buono, la mamma sei tu, e tua mamma è diventata una strana creatura che vedi due o tre volte l’anno e che si ostina ad aggiustarti il colletto, a dirti come pettinarti, e a domandarti se ti sei lavata le mani. Che tra l’altro, Dio solo sa quanti dolci ha mangiato, se non si è presa qualche medicina di testa sua e se non si è fatta imbrogliare da qualcuno al lavoro. E tu non ci sei.

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Improvvisamente tu ti cerchi nella fotografia di famiglia, e non ci sei.

E dove sei? Dove sei, dopo essere scomparsa dallo sfondo campestre piccolo-borghese… ma voi che varie volte mi avete incollato questa parola, che ne sapete? Che sono figlia di generazioni di contadini, che per me non conoscere il tale film e il tale libro non è una vergogna, perché è un orgoglio poter raccontare quel poco che so ai miei genitori (e ai miei nonni, quando ce li avevo).

Dove si è andato a incollare quel ritaglio, sostituito dallo sfondo con i limoni? Sta qua, dentro a una di queste finestrelle illuminate, tra miliardi di finestrelle illuminate in milioni di edifici cubici chiamati “case”, circondati da due alberi che in inverno se ne stanno con le nere braccia stizzite a scongiurare per un po’ di luce, in questo loculo tra i loculi in un gigantesco, lussuosissimo cimitero per morti viventi: esci la mattina, vai al lavoro, torni la sera, fai la spesa in un negozio, porti a casa verdure che non hai mai visto crescere, che sembrano nate nel supermercato, e cucini roba cacciata dal frigorifero. Fai yoga, non balli nemmeno più, perché o la chitarra, o gli anni di scartiello, ti costringono ad occuparti della tua salute e a reimparare la calma. La calma? Cos’è la calma? E ti fai pure le lampade, ma non per abbronzarti: il medico ha detto che hai bisogno di vitamina D, che il tuo sistema immunitario fa cilecca perché sei figlia del sole e sole non ne vedi abbastanza.

E quindi paffete, un altro vuoto: cosa diavolo ci faccio in un posto dove mangio verdura che, per me, potrebbe essere stata addirittura stampata in 3D, e dove acquisto minuti di sole sintetico?

Il vuoto non significa che la voglio fare finita. Cerco di interpretarlo come il vuoto del mantice del fabbro: dal vuoto esce l’aria, l’aria attizza il fuoco. Io cerco di stare vigile, di non tenere troppe palle per aria, per essere pronta a capire qual’è la prossima svolta che devo prendere. Perché io so che anche tornare a casa non sarebbe più un ritorno, ormai, ma un nuovo inizio.

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Perché vi ho raccontato queste cose? Volevo mostrarvi delle foto fatte dal cinquantottesimo dei cinquantanove piani della torre Imperia del complesso architettonico Moscow City, che cresce proprio sulla stazione della metropolitana Vystavočnaya. C’era la mia mamma, quella sera. L’avevo stancata per bene portandola a spasso per Pietroburgo il giorno prima, e così abbiamo improvvisato una gita tranquilla, una veduta panoramica.

C’è gente che nei grattacieli ci vive. Attraverso il muro di vetro, vedevo in una finestra nel palazzo di fronte la luce della TV andare e venire, un divano, una gamba in pigiama. Si può davvero vivere così vicini al cielo, senza poter volare? In questo lusso, dove puoi crescerti un giardino in casa e mandare la colf al centro commerciale sotto a farti la spesa, si può davvero essere felici? Ma allora forse insieme al giardino, nell’appartamento devi portarti gli uccelli, perché ti sveglino al mattino.

Guardate Mosca quanto è grande. Dove finisce?

Quando vuoi andare alla dacia ci metti anche due o tre ore in macchina, ed è una campagna senza posta, senza negozi, senza ospedali per decine di chilometri. Io in tre ore potevo arrivare dal Tirreno all’Adriatico. Il mio mondo era piccolo e a misura d’uomo, e io non lo sapevo.

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Ah! Vi siete sorbiti il papiello esistenziale, adesso vi meritate qualche info turistica.

La torre Imperia si può visitare senza prenotazione, l’escursione guidata in russo costa 700 rubli (circa 12 euro con il cambio corrente). Arrivati al cinquantottesimo piano vi sparaflesciano una foto e poi ci fanno dei magneti, che vendono alla modica somma di 300 e 500 rubli. Sono tanti ed è un furto commesso da miliardari, ma avevo bisogno di avere la mamma sul frigorifero, e che anche lei avesse me.

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2 risposte a “I loculi più su – Moscow City

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