Lo sport, il femminismo, Joan B. Samuelson, Mosca, e io: Nike Women’s Moscow 10k 2015


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Stamattina, andando al lavoro, A. ha notato un titolo sul giornale che stava leggendo un signore seduto di fronte a lui, e mi ha mandato un messaggio, pensando che forse l’articolo parlasse dell’evento al quale ho partecipato ieri:

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В беге только девушки (V bjegje tol’ko devushki, lett. Nella corsa solo le la ragazze), che è una parodia del titolo del film Someone like it hot (A qualcuno piace caldo), tradotto in russo В джазе только девушки (V djaze tol’ko devushki, lett. Nel jazz solo le ragazze).

Proprio sabato sera, prima della grande maratona, i primi 10 km della mia vita e per giunta senza una preparazione atletica specifica, parlavo con alcuni amici uomini e loro mi dicevano: “Ma perché una maratona solo per donne? Ma gli uomini possono partecipare?”

Ho spiegato che il regolamento non escludeva categoricamente gli uomini, ma precisava che la maratona era orientata alle donne e i risultati maschili non sarebbero stati tenuti in conto. In realtà questo regolamento lasciava perplessa anche me, ma il motivo di questo post è un altro: loro mi hanno detto che “allora deve essere un evento femminista“. In russo dare della femminista a una donna non è una bella cosa: il femminismo è interpretato non come una conquista di diritti un tempo negati, come una celebrazione dell’uguaglianza, come un movimento che (beh, se affrontato in modo bilanciato e critico) rivaluta anche il ruolo dell’uomo; piuttosto in Russia il femminismo è visto come l’estremizzazione della volontà femminile: la donna che crede di non aver bisogno dell’uomo e ostenta indipendenza, la donna che si inorgoglisce di una presunta assenza di istinto materno e che in realtà ha un carattere di merda e non riesce a trovare un polipo, la donna che si sposa, divorzia e nega i figli al marito, che è perennemente in viaggio per lavoro e non capisce il valore di una vita condivisa, il trauma, la strega, insomma, il femminismo no, non è una cosa bella.

E ci tengo ad alzare le mani prima di criticare e dire che certo, la Russia è un paese arretrato, come minimo per loro il femminismo è un’indecenza, sono gente barbara, le ragazze si sposano a 20 anni o meno, a 30 si sentono sfigate se non hanno l’uomo, non hanno obiettivi, non hanno interessi, la dittatura le tiene in un relativo benessere economico e le ricopre di tutela sociale in modo che non si interessino di politica… Che da un punto di vista eurocentrico potrebbe anche essere vero, ma bisogna fare alcuni passi indietro e capire che, forse, in Russia, di tutto il femminismo che abbiamo avuto noi non c’è mai stato molto bisogno.

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Io e Lyuba

Lo racconta Biagi nel libro Russia, che sto citando a sbafo in questo blog negli ultimi mesi:

Le donne rappresentano il 50 per cento della risorsa umana dell’URSS; sono donne il 75 per cento dei medici, il 70 per cento degli insegnanti, il 40 per cento degli avvocati e il 29 degli ingegneri. (…) 

Le donne che vedi andando per la strada, fanno i manovali, stendono il catrame, spostano le rotaie; lavorano, ogni giorno, tredici ore, sette per lo Stato, nell’ufficio o nello stabilimento, sei per la casa, per il marito e per i figli. 

E quando i ragazzi sono nove, lo Stato le decora con l’Ordine della Gloria Materna di 1° classe; con otto è solo di 2°; sette, quasi quasi, non valgono la pena, solo 3° categoria. (p. 154)

E ancora:

Se Natasha si sposa, può assumere il cognome del coniuge, oppure affiancarlo al proprio o tenersi il suo. Se rimane incinta le spettano settanta giorni di congedo pagati e il posto sicuro per un anno. (…) La ragazza madre gode di tutti i provilegi della coniugata. Non esiste, lo si ripete spesso, la prostituzione. Chiamano le poche professioniste al servizio, soprattutto, degli stranieri, la “fanteria motorizzata” perché per esercitare si avvalgono della complicità delle autopubbliche. (pp. 149-150)

Pare che la rivoluzione femminista in Russia non abbia mai avuto luogo, perché è stata imposta dalla rivoluzione comunista. Ho fatto una lunga chiacchierata sul femminismo, una volta, con una mia studentessa, laureata in inglese e francese, ex manager di una multinazionale, madre di tre bambini, casalinga. Mi raccontava che, ogni volta che va in Francia a trovare una sua cara amica, questa la rimprovera per il fatto che lei non lavora, e rimane sconvolta dal fatto che lei sta a casa con i figli, e quasi non crede che lo faccia per sua volontà, ma sospetta che sia colpa del marito. La mia studentessa mi spiegava che lei, al contrario, non riesce a capire perché la sua amica francese, a 40 anni, abbia dato tutta la sua vita alla carriera in un’azienda che non le terrà la mano sul letto di morte, non sia riuscita a creare un legame stabile e produttivo con un uomo e abbia rimandato così tanto il desiderio di maternità da trasformarlo in un capriccio che ti può venire, un giorno, quando sei stanca di lavorare. Mi spiegava ancora che, in Russia, non succede come le racconto io, che il datore di lavoro, al colloquio, si assicura che non hai intenzione di fare figli, che sì, a livello statistico si rileva che le donne guadagnano meno degli uomini e questo potrebbe essere realmente un problema, ma che il fatto che ci siano meno donne che uomini a ricoprire cariche alte non dipende da nessuna discriminazione, ma semplicemente dal fatto che, a parità di età, quando un uomo svetta sulle più alte cariche, la donna si prende una pausa per educare i bambini e magari poi succede che decide che i bambini sono la sua vetta. “Le donne russe,” mi diceva, “possono scegliere cosa fare: se normalmente scelgono la famiglia, forse è perché hanno capito che vale di più”.

Le mie studentesse, a 24 anni, hanno uno o due bambini. Io mi immagino magari che l’italiano sia il loro unico hobby in una vita di pappe e pannolini, e invece puntualmente scopro che hanno un marito che le supporta, se ce l’hanno (o se non sono sposate con armeni brontoloni e maschilisti), e una mamma o una suocera che stanno a disposizione; e che non si sono fatte nessun problema a sposarsi a 19 anni, quando l’amore era fresco e c’è tutta la salute, perché da sposati si può finire gli studi col volere di Dio e della famiglia, e lavorando si possono anche fare dei bambini. Le mie studentesse sono dei mostri.

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Attraverso il parco Muzeon e oltre

La mia risposta ai ragazzi con cui parlavo della maratona è stata che:

1- è possibile che abbiano creato una maratona solo femminile perché le donne e gli uomini hanno diverse possibilità fisiche;

2- è possibile che, trattandosi di un evento commerciale della Nike, si siano dirottati direttamente sulla fetta di consumatori più propensa a spendere soldi in vestiti e nei vari altri sponsor di maquillage presenti all’evento.

Quando alle possibilità fisiche, subito un omone ha alzato il vocione: “Nooooo! Non è vero!”

“Ma come non è vero?” Per quanto in Russia ci siano stati anche muratori donne, “Converrai con me che, a meno che io non fossi una ragazza alta, grossa e corpulenta, tu saresti un muratore più svelto e capace di me”. E lui: “Ah sì, ma quella è la forza muscolare… Le donne hanno più resistenza…” “E appunto, magari hanno fatto una corsa solo per donne, perché le donne hanno più resistenza degli uomini”. “Ah, perché altrimenti li avrebbero battuti tutti!”

Ecco, io qui non capivo. Sarò troppo ingenua, ma senza alcun dato scientifico alla mano posso dire che ci sono donne che si fanno giorni di doglie prima di dare alla luce un bambino e dopo non solo sono ancora vive, ma riprendono un ritmo di vita ancora più stressante di quello precedente, mentre mio padre se ha un raffreddore comincia a scrivere il testamento: le donne sono mediamente più resistenti, secondo me (campano pure di più!). E poi boh, sì, siamo tutti uguali, ma perché quando si dice che gli uomini e le donne hanno diverse possibilità bisogna subito cominciare il gioco della contraddizione? E’ evidente! A. porta sempre più borse della spesa di me, quando lavoriamo in casa lui fa le cose pesanti e io le rifiniture e le pulizie infinite… e questo ordine di cose mi fa più che comodo e non mi sminuisce affatto!

Quanto al punto 2, sì, sicuramente era così, ma sul femminismo i ragazzi non si sbagliavano: il femminismo è usato spessissimo, anche nella Russia in cui viene importato insieme alle grandi marche, ai fini del marketing. E lo potete capire dalle parole della canzone che ha dato il via alla maratona, che ripeteva fino all’ipnosi il verso “Who runs the world? Girls”, creato, bellissimo, sul doppio significato della parola run, “correre” e “governare”.

Eppure, vicino al marketing, c’era anche il momento culturale, e il femminismo vero, quello che viene da una cultura diversa, dove non moltissimo tempo fa, anche se ce lo dimentichiamo spesso, intorno alla materia femminile esistevano un sacco di pregiudizi: il colpo di partenza è stato sparato da Joan B. Samuelson, campionessa delle Olimpiadi del 1984, e la sua voce è stata usata nella app Nike Running disponibile gratuitamente su Google Play. Traduco i punti che ho trovato più interessanti nella sua intervista per Metro, il giornale che mi ha indicato A.

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Metro. Mosca, p. 4. Lunedì, 22 giugno 2015

(…)

“Nel nostro sport c’è molta bellezza”

(…)

Quanto tempo dopo il Suo trionfo alla maratona delle Olimpiadi del 1984, ha cominciato a notare che la corsa femminile era passata ad un nuovo livello?

Le donne si interessavano alla corsa anche prima dei Giochi ma, a quanto pare, non trovavano spazio in questo sport. Anche io all’inizio mi vergognavo da morire, quando mi vedevano alle corse. Sono cresciuta con tre fratelli ed ero un maschiaccio. Quando andavo a scuola volevo liberarmi di questa immagine di me e perciò, se mentre mi allenavo per strada, passava una macchina, io facevo finta di stare camminando velocemente. Poi mi sono detta: “Massì! Ma che me ne frega di quello che pensano? Faccio quello che mi piace”. E dopo quel momento, un inverno, notai che alle corse cominciavo a vedere più donne che uomini. 

Ci tengo a precisare che non sono stata la prima: atlete come Roberta Gibb e Cathrin Switzer (le prime donne ad aver preso parte alla maratona di Boston, ndr), misero in luce il nostro sport e aprirono le porte a molte donne, tra cui anche io.  A scuola mi era permesso di correre solo 1500 metri, perché all’epoca si credeva che le grandi distanze facessero male al corpo femminile e che provocassero l’infertilità. Ma sa cosa le dico? Io o corso 240.000 chilometri e ho cresciuto due bambini, e corro con tanta passione quanta ne avevo 40 anni fa.

Come può la corsa essere femminile?

Nel nostro sport c’è molta bellezza: la vedi nella natura intorno a te, nei movimenti, nella persona stessa. Molte donne si sentono belle mentre corrono.

Lei ascolta la musica quando corre?

No, come la maggior parte dei corridori professionisti, che competono sul tempo. Voglio sentirmi unita con la natura, e non avvolta dai cavi. La corsa offre la possibilità di far “prendere aria” al corpo e alla mente, io mi sento più concentrata dopo gli allenamenti.

Come evitare i traumi?

I corridori conoscono il proprio corpo meglio di chiunque altro. Bisogna percorrere la propria distanza, non quella di un altro. Nel senso che bisogna affidarsi al proprio istinto e ascoltare, cosa vi dice il vostro corpo. E’ proprio così che corro io. 

Bogdan Zyrjanov

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Joan Benoit Samuelson è arrivata prima insieme ad Anna Kosova, atleta di professione. La sua pagina facebook è Annjoyrun. 45 minuti, pare. Io ci ho messo un’ora e 6 minuti, spezzando il ritmo con una camminata veloce di 7 minuti e 30 dal chilometro 6,5 al chilometro 7. Una grande vittoria, considerato che avevo corso solo il martedì prima per 4 chilometri e che l’ultima corsa di almeno mezzora me l’ero fatta cinque anni fa.

Per concludere, e per farvi capire la commozione che sentivo io: io almeno credevo di arrivare alla fine del quinto chilometro all’inizio, ma la ragazza del video non sperava nemmeno di arrivare al secondo! Da guardare tutto d’un fiato.

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