Viaggiare da sola?


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In questa foto non c’è il mare. In questa foto c’è il lago Baikal.

Prima di partire per il mio viaggio in Transiberiana, ho contattato gli amici per chiedere loro di fare repost: come fai a documentare un viaggio se non hai dei destinatari? Uno dei miei vecchi amici ha reagito così: “Bellissimo! Conosco un’altra ragazza che l’ha fatto. Però lei l’ha fatto DA SOLA.”

Non mi sarebbe suonato nessun campanello d’allarme se la battuta fosse stata: “Però lei l’ha fatto senza sapere il russo“; “Però lei l’ha fatto su una sedia a rotelle“; “Però lei l’ha fatto nell’ambito di un progetto di volontariato, per aiutare i bambini negli orfanotrofi in giro per la Russia“. Invece così mi è suonata in testa una campana enorme; sarò suscettibile, ma la sensazione è stata: “Beh sì, che sfigata. Le ragazze toste del terzo millennio riescono nientepopodimenoché a viaggiare da sole, e tu ti fai accompagnare dal fidanzato. Viaggi con il trucco, fai la vita facile”.

Mi sono subito ricordata di questi stessi vecchi amici, quelli del paese, quelli che non sai più come ti sono amici, perché, da quando; i vecchi amici, come i vecchi parenti, i vecchi conoscenti. Mi sono ricordata che tredici anni fa, per la prima volta, stavo partendo per l’Erasmus in Inghilterra. Da sola. Cioè sì, quella mattina, all’aeroporto, eravamo in quattro e non ci conoscevamo nemmeno: due andavano a Warwick, io e un’altra a Canterbury. Non ci eravamo organizzate insieme, non avremmo vissuto insieme, e non solo: la mia compagna di Canterbury non durò nemmeno una settimana.

Non mi posso mai dimenticare il peso che ho sentito in quei giorni (forse mi stai leggendo: niente di personale). F., si sentiva lontano un chilometro che non aveva voglia di restare. Si era portata da casa, a parte la pasta, l’olio e la passata di pummarola, perfino le pentole e i cuscini. F. era più grande di me e io, a 19 anni, non mi ero nemmeno posta il problema. Dopo due giorni, F. mi ripeteva trenta volte al giorno quanto sarebbe stato difficile adattarsi, non conoscendo ancora bene la lingua, e come avremmo fatto a seguire i corsi? sicuramente non avremmo dato nemmeno un esame! E il caffé Lavazza dove lo vendevano? Dopo tre giorni, F. decise di rinunciare alla borsa di studio e tornare a casa. Nei quattro giorni che precedettero la sua partenza, provai con tutte le mie forze a non farmi trascinare nel suo vortice di sfiducia nelle proprie capacità: “Io sono venuta qui per un motivo, diventerò fluente, seguirò i corsi, darò gli esami con buoni voti, e non solo, alla fine di quest’anno scriverò versi anche in inglese”, mi dicevo.

A casa, al paese, continuavano a domandare ai miei genitori: “E tu la mandi?” come se fosse una cosa dell’altro mondo “mandare” una ragazza a studiare in un altro paese, come se poi una ragazza si “mandasse” e non ci potesse invece andare da sola. Avevo fatto domanda di borsa da sola, ero andata ai colloqui da sola, avevo organizzato il viaggio da sola. L’aiuto dei miei genitori era stato esclusivamente economico, a parte il supporto morale. Cioè, no, i miei genitori non mi hanno mandata in Inghilterra, mi hanno solo dato la loro benedizione per andarci.

Dopo tre anni, a ventidue anni, organizzai il mio primo viaggio in Russia. All’epoca la mia università non era convenzionata con nessuna università russa, perciò feci tutto da sola. Mi trovai l’università, mi scelsi il corso, mi prenotai l’alloggio, mandai le e-mail in russo, preparai i documenti; questa volta tutto a spese mie. Organizzarmi il viaggio dei sogni, aprirmi le porte verso il mondo misterioso che studiavo dai libri all’università, mi rendeva euforica e felice.

Il mio fidanzato dell’epoca non sembrava altrettanto contento. Secondo lui, la ragazza con cui avrei condiviso la camera nello studentato doveva per forza essere una tossica o una maniaca, gli aerei delle compagnie russe dovevano per forza cadere, e necessariamente la mafia russa avrebbe dovuto rapirmi per la strada.

Qualcuno, sentendomi parlare dei miei programmi per l’estate, dava per scontato che non ce l’avessi, il fidanzato. “Vabbè, se fossi fidanzata non viaggeresti così liberamente.” Ma dde che?!

E di nuovo al paese, a mamma e papà: “E tu ce la mandi?”

No. La lego a una sedia. Le dico: “Figlia mia, fino ai 18 anni ti ho lodata per la tua intelligenza e ti ho mandata all’università, ma da qualche altra parte non ti manderò mai. Prenditi il pezzo di carta e torna a casa! Bisogna togliere la feligna da dietro ai mobili!”

Pietroburgo era bellissima! Anche con l’odore di vodka per la strada, l’ubriacona che mi veniva alle spalle mentre tornavo dai corsi e mi faceva prendere un colpo, le vecchiette troppo serie, la gente che non si capiva cosa dicesse, le distanze da vesciche sui piedi, la diversità che gridava da ogni portone, da ogni finestra accesa. E c’erano un mare di altre ragazze come me, che viaggiavano da sole, e non avevano paura! Erano italiane, polacche, turche, americane, tedesche. Alcune avevano il fidanzato, altre no, ma erano tutte felici!

All’epoca di Pietroburgo non avevo un blog letto da un migliaio di persone. Facebook non aveva nemmeno ancora sfondato in Italia. Le foto sono state condivise con la famiglia e con gli amici, dopo il viaggio. I racconti non sono stati mai messi per iscritto. Il mio viaggio in solitaria al di fuori della Comunità Europea non è diventato l’emblema della ragazza moderna, che si emancipa dal patriarcato e viaggia da sola. È stato solo un viaggio, il mio, e per me è stato così naturale, che non ci ho nemmeno pensato più di tanto che essere femmina e viaggiare da sola fosse una cosa super innovativa. Capirai. In che modo avere la patatina dovrebbe rendermi difficile viaggiare?! Sono nata in una parte del mondo in cui, lasciando stare le statistiche e le convinzioni personali, le donne sono libere di scegliersi un destino. Non ho dovuto lottare per questo e, per questo, non mi sentivo speciale durante il mio viaggio, mi sentivo soltanto immensamente grata.

Dopo Pietroburgo ci sono stati altri viaggi in solitaria. Da sola sono tornata in Inghilterra per un anno accademico. Da sola sono ripartita per Rostov sul Don, per un mese. Da sola sono andata in Germania a insegnare italiano con il programma Comenius. Da sola sono ripartita per la Russia, e sono venuta a vivere a Mosca.

Ormai mi avvicinavo sempre più alla trentina, e ancora domandavano: “Ce la mandi?”; “E il fidanzato?”; “Ma non hai paura?”; “Ma ci vuole un coraggio!” Una volta ho anche fatto una lista.

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Poi ho conosciuto il cavaliere senza macchia e senza paura. Perché non è che non me ne fregasse di avere o non avere il fidanzato: mi sarebbe piaciuto molto essere innamorata e avere una relazione stabile e prepararmi non solo a dare il mio contributo all’umanità fuori di casa, ma anche a fare la moglie e la mamma; però continuavo a fare tentativi sbagliati, continuavo a stare in ansia per la mia solitudine, come se stare da soli fosse un fallimento (e non riuscivo a pensare a quanto fossi cazzuta per il fatto di saper viaggiare da sola); e l’anima non era pronta all’impegno che richiede una relazione; e la persona capace di avere una relazione con me non arrivava. Ma poi io sono diventata pronta, e la persona è arrivata. Non badate all’ordine, non so nemmeno io qual è, so solo che è successo.

In Transiberiana io mi ci ero sempre immaginata da sola, come sempre, perché è solo “da sola” che finora io mi sono vista in viaggio. Però, mentre contavo i soldi e valutavo le possibilità, mentre quella che per anni era stata solo un’idea cominciava a materializzarsi, ho cominciato a capire che sì, so ancora e posso ancora viaggiare da sola, ma quella fase della vita è temporaneamente chiusa. Adesso non è più il momento di viaggiare da sola, o di viaggiare esclusivamente da sola. Sono diventata un po’ triste. Ero delusa.

Perché? Uno dovrebbe essere felice di andare in viaggio con il fidanzato!

E invece no, gente, l’animo umano non è fatto di “dovrebbe” e non “dovrebbe”. Non ci sta uno standard di qualità alle quali dobbiamo corrispondere per essere normali. Come si sente un figlio unico se all’improvviso gli nasce un fratellino? Magari vi dice anche che è contento, ma sicuramente dentro di sé, a momenti alterni, pensa a come farlo fuori.

Fino a pochi anni fa il mondo era soltanto mio. Durante un viaggio, il mio tempo era soltanto mio, le mie scelte, i miei cambi di programma, i divani, i materassini, le camere di albergo, le cabine telefoniche, le schede, i menù, gli incontri, i momenti di panico, quelli di noia, le scoperte… era tutto solo e soltanto mio. E sapete perché finivano le mie relazioni? Non erano soltanto quei ragazzi a non voler viaggiare con me; molto più spesso ero io a non voler viaggiare con loro. L’ho capito solo adesso. Io non volevo condividere il mio mondo.

Viaggiare con il cavaliere è stato più facile che viaggiare da sola?

Sinceramente, no. Anzi, certi giorni è stato più difficile.

Parliamoci chiaro, e questo lo voglio dire soprattutto agli uomini: non ci sono impedimenti oggettivi per una donna che viaggia; dipende dove viaggia, ovviamente, ma lo stesso vale per un uomo. Se vai in Jakuzia in inverno da solo e senza conoscere la lingua e la cultura hai esattamente le stesse possibilità di sopravvivere di una donna. Che non devi andare a casa di sconosciuti, sviluppare un acuto sesto senso, restare sobrio e vigile, non vale mica solo per le donne.

Quando viaggi da sola, però, non hai nessuno con cui litigare. Se secondo i piani, una volta arrivata a Ulan-Udè, dovevi rimanere a Ulan-Udè, nessuno ti dice niente se, bello e buono, decidi che invece vuoi andare a Goryachinsk, prepari lo zaino e ti imbarchi sul primo autobus. Se vuoi girare intorno allo stesso piccione per mezzora e fotografarlo di sotto, di sopra, di sguincio, riflesso nella pozzanghera, controluce, mentre mangia, mentre spicca il volo, lo puoi fare senza che nessuno si metta a sbuffare. Se conosci qualcuno al bar e ti vuoi intrattenere a parlare fino a notte fonda, non devi fare i conti con la stanchezza, il nervosismo o la gelosia dell’altro. Quando viaggi da sola, non ti devi fermare in una tavola calda a tenere compagnia al fidanzato se lui ha fame. Non ci sono fidanzati che periodicamente dicono minchiate, che senza farlo apposta, per abitudine, decidono al posto tuo a che ora devi farti la doccia e quanto tempo devi metterci a spazzolarti i capelli.

Insomma, per non farla lunga, per quanto due si possano volere bene, mi sembra ovvio che se viaggi da solo hai molte meno rogne che se viaggi accompagnato. Viaggiare accompagnato ha dei lati positivi? Sì, certo.

Se non hai il selfie-stick, hai chi ti fa le foto e risparmi di chiedere ai passanti. 😀

Se non capisci qualcosa, hai chi ti spiega (sempre che siate in un paese del quale il tuo fidanzato conosce la lingua. Nel mio caso, se viaggiamo per l’Italia o per l’Europa, sono io quella che spiega). Se non ti senti bene, hai chi ti accudisce. Se lo zaino è pesante ed è uno, si può fare a turno. Se hai finito i soldi, c’è chi te li presta. Se ti si rompe il telefono, c’è chi te lo presta.

Se hai voglia e tempo, puoi fare l’amore tra una tappa e l’altra. Se hai voglia di parlare, hai con chi farlo (ma se hai voglia di stare in silenzio e l’altro non vuole?). Quando torni hai il doppio delle foto, il doppio delle memorie, e la metà sono condivise, il che significa che, se è vero che la capacità di leggere nel pensiero non scende da cielo, dopo un viaggio insieme si è un poco più capaci di indovinare. Se un giorno fai i figli, potrai raccontare loro le avventure di mamma e papà.

Si diventa più vicini, in viaggio, anche se lo si scopre soltanto quando si è già tornati a casa. Si impara a volersi bene, ad abbassare la testa qualche volta, a dire una parola di meno, a capire il prezzo dello stare in coppia: quanto era veramente cara quella semplice, spensierata solitudine e quanto impegno richiede invece imparare a condividere quell’esperienza del viaggio, metafora della vita, che una volta apparteneva solo e soltanto a te.

Non so se gli uomini abbiano mai fatto queste riflessioni pensando alla vita e ai viaggi. Perciò voglio che il commento del mio amico diventi uno spunto di riflessione non solo per le ragazze che si domandano se valga la pena viaggiare da sole, ma anche per gli uomini che credono che sia così difficile e degno di nota e che non si sono mai domandati forse se, stando in una relazione di coppia, sanno davvero condividere, o monopolizzano il percorso.

Viaggiare da sole è una ficata. Viaggiare con il partner, pure. Viaggiare da sole è difficile. Viaggiare con il partner, pure. Non c’è niente da dimostrare: l’eroismo di una donna si manifesta in entrambi i modi, e il femminismo dell’altro ieri, che ci vuole solitarie a tutti i costi per essere toste, non ha niente a che fare con la nostra dignità di persone. Toste lo si può essere da sole, lo si può essere accompagnate, e il +1 non è una categoria che definisce il grado di figaggine di una ragazza.

Però, se non l’avete mai fatto, io vi consiglio di viaggiare da sole, finché siete in tempo. È il regalo più bello che possiate fare a quella ragazza insicura seduta dentro di voi, che non ha ancora dimostrato a se stessa di essere lei il guru, e non qualcun altro là fuori.

 

A questo proposito, mentre io ero in Transiberiana con l’accompagnatore, un’altra ragazza era in Transmongolica da sola: il suo blog si chiama Transmongolica in Gonnella.

 

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Una risposta a “Viaggiare da sola?

  1. Condivido parola per parola.
    Ho fatto il mio primo viaggio da sola un anno fa e dopo quel momento viaggiare con il mio ragazzo o con qualsiasi altra persona è diventato molto più difficile, direi quasi ansioso! Ma poi ci si abitua di nuovo e si impara a bilanciare il tutto 🙂

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