Gentilezza russa


C’è una cosa di cui non ho ancora parlato su questo blog, un po’ rabbonita da questa vena antropologica, culturologica, cosmopolita, della serie che tutto il mondo è paese, siamo tutti fratelli, paese che vai usanza che trovi.

Questa cosa è che le commesse e le impiegate russe, nella fattispecie le donne (perché di uomini in queste posizioni ne ho visti pochi e comunque mai sprucidi fino a questo punto, se non sotto effetto dell’alcol) sono delle vere streghe, acide e (non si dice?) stronze.

Dice, ma forse sono io che sono troppo diretta, sono i miei modi che non vanno bene? No. Abito in Russia da un anno e mezzo e se la cosa dipende da me, può solo dipendere dal fatto che magari si nota che sono straniera; ma se si considera il fatto che vengo spesso presa per armena, ebrea, o di un’altra delle ex repubbliche, allora l’unica risposta può essere che avere a che fare con queste donne significa cercare di parlare ai loro uteri disperati pensando troppo ottimisticamente che esulterebbero davanti ad una natura morta come noi, perbeniste e cosmopolite donne alla conquista del mondo, che pare che perché hanno studiato e si spostano dalle capitali nei piccoli centri alle prese con piccole, inventate, pseudo-ricerche etnografiche, allora della vita hanno capito tutto.

Gli esempi che vi porterò sono della città di Tula, 3 ore e 30 di autobus a sud di Mosca, città nella quale Pietro il Grande fondò un’importantissima fabbrica di armi, che ospita un museo dei Samovar e uno dei Prjaniki, e a venti minuti dalla quale si trova Jasnaja Poljana, villaggio nel quale si possono tuttora visitare la casa, la tomba e la tenuta di Lev Nikolaevich Tolstoj.

In realtà, di donne sprucide così ce ne sono anche a Mosca, ma nei paesi un po’ più in culo sembrano assurgere a tratto etnografico tipico.

L’autobus si ferma in un’area di sosta. Devo andare al bagno, ma non lo trovo. Vado di fretta, perché ho paura che ripartano senza di me. Lascio però lo zaino sul sedile, perché lì c’è il mio ragazzo che lo guarda. Trovo il bagno, mi ci precipito dentro, non faccio nemmeno in tempo che la signora dietro al banchetto mi fa:

– Dove cavolo va?

– In bagno.

– E che non lo sa che si paga?

– Mi scusi, non lo sapevo.

– Se, non lo sapeva.

Allucinata da quest’indisponenza, corro in autobus a prendere il portafogli. Il mio ragazzo:

– Che è successo?

– Niente, si paga, non lo sapevo.

– E?

– La tipa è una stronza.

Lui è un paciere quando si tratta della Madre Russia, sorride della serie: alla vostra destra potete vedere una tipica stronza russa di manifattura sovietica!

Torno in bagno, le lascio nel posacenere 20 rubli, cioè più dei 15 segnati sul cartello attaccato sul banchetto. Mi scappa, corro al bagno, con la precisa intenzione di testare se questa donna tanto ligia, che mi ha squadrata distrattamente quando ho posato i soldi, si ricorderà che mi deve il resto. Ma no, come sospettavo, non se ne ricorda, e nemmeno io glielo chiedo. Con quei cinque rubli e il cambio favorevole, comprati un’aspirina per il raffreddore.

Arriviamo a Tula, il mio ragazzo lì vuole vedere il museo delle armi. Nel guardaroba mi tolgo la pelliccia, ma nella tasca dimentico il suo telefono, che mi ha prestato per fare le foto.

– … No, ho dimenticato il telefono… Scusi? Mi può far prendere una cosa dalla tasca?

– No, tanto nel museo non si può telefonare.

– … in ogni caso non voglio lasciarlo nella giacca.

– Eh già, non sia mai se lo ruba qualcuno…

Mi cadono le braccia.

Interviene il mio ragazzo:

– Beh, ma le foto si possono fare, no?

– Sì.

– Beh, lo vede.

Mentre guardiamo le armi, gli domando quale cavolo è il problema. Mi dice che io sono europea, ho questo modo diretto di pormi, ho detto che avevo dimenticato il telefono, potevo dire semplicemente che avevo dimenticato una cosa.

– Ma io l’ho detto a te che avevo dimenticato il telefono, che lei mi ha sentita è un fatto secondario.

– Vabbè, ma potevi dire non che non volevi lasciarlo nella giacca, ma che dovevi fare delle foto…

– E che ne sapevo io che per lei fa differenza cosa devo farci con il tuo telefono per lasciarmelo prendere dalla MIA giacca?

Il mio ragazzo rimane senza parole, perché ci sono cose, della Madre Russia, che non si possono spiegare. Lo diceva anche Tjutchev.

Poi, nello stesso giorno, andiamo in un negozio di prjaniki, dolci fatti di biscotto ripieno. Fuori al negozio c’è scritto “Museo”. Entriamo, mi guardo intorno, non vedo nessun museo.

– Scusi, ma dov’è il museo?

La signora dietro al bancone mi guarda già come se mi volesse sputare in faccia, perciò mi scappa un sorrisone da simpatico folletto e mi dilungo in una spiegazione:

– … no, perché… ecco… ho visto che fuori c’è scritto “Museo”, e mi domandavo il museo dov’è.

– E’ dall’altro lato il museo, ma è chiuso.

La signora, nel dire questo, tira anche un mezzo sospiro, ché essere costretti anche a rivolgere la parola a un cliente, dopo una giornata di lavoro, è quasi un’infrazione della carta dei diritti umani.

– E’ già chiuso? Ma che ore sono?

– Le otto.

Finita questa breve conversazione che ci invoglia ad approfondire ulteriormente la nostra conoscenza dell’ospitale città di Tula, la signora ci spiccia con fare certosino, cioè sta in piedi dietro al bancone, ci guarda come se fossimo dentro a un televisore, ci risponde solo sì, no e uhm.

Convinti che siano le otto, ci viene fame e cerchiamo una pizzeria. Camminiamo tipo ancora mezzora, entriamo, ci sediamo e dopo aver ordinato, per caso, tiriamo fuori il cellulare. Sono le 19:45.

– Perché quella ci ha detto che erano le otto, se erano le sette?! Facevamo in tempo a vedere se non il museo, un’altra cosa.

Il mio ragazzo guarda affranto il telefono, sospira.

– E’ che sono cattive. Forse non sono istruite, forse lavorano sempre, forse non sono abituate agli stranieri…

– Forse è che quando non esisteva la proprietà privata non c’era la necessità di essere gentili perché la gente comprasse la tua merce e i tuoi servizi. O forse è che non scopano. Vai a parlare con i mariti, fagli un bel discorso, forse il giorno dopo si svegliano felici, accomodanti e ben disposte verso il prossimo.

Lui mi guarda affranto, della serie “ma mo quante stronzate vuoi mettere in fila?”

Ma poi oggi è costretto a telefonare all’autostazione di Efremov, dove, se nella grande Madre Russia nessuno ha pensato di rubarli nelle ultime 36 ore, dovrebbero trovarsi i guanti e il cappello che ha dimenticato all’arrivo scendendo a Tula. Perché lui è un romantico, e con il mio ostinato seppur non convinto supporto, vuole provare a rintracciare l’autista di Efremov e fare in modo che, tornando a Mosca sulla linea Efremov-Mosca via Tula, gli riporti i guanti e il cappello.

Dopo cinquantamila telefonate solo per capire qual è il numero giusto dell’autostazione di Efremov, riesce a parlare con una donna che gli risponde con indisponenza e con flemma, oltre che, dico io, con il pregiudizio che solo un cretino di Mosca si mette a telefonare ad Efremov per ritrovare dei guanti e un cappello a lui particolarmente cari.

Il mio cretino mi concede un’esilarante e verosimile imitazione dell’impiegata al telefono, e allora capisco tutto. Non è che è un paciere quando si tratta della Madre Russia. E’ che fino a prova contraria, bisogna essere positivi, e cercare cappelli in luoghi dimenticati dall’etichetta e dal senso della comunione delle genti e dei popoli.

sov4s

“Serviamo con gentilezza tutti i clienti!”

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4 risposte a “Gentilezza russa

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