Io la pago per Stalin


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Il cavaliere senza macchia e senza paura ha deciso che dobbiamo tornare in Russia in treno. Nel combattimento tra quello che è più sensato ed economico e il desiderio di soddisfare l’amato, purché si renda conto che fa delle pazzie, sono rimasta sconfitta. Mi sono trascinata, riposata e abbronzata come una zingara, su un treno per Milano e da lì sono saltata, scudiero di un cavaliere senza cavallo, sul treno RZD che fa Nizza-Mosca.

Il treno attraversa l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Bielorussia, e dal finestrino si intravedono tanti di quei torrenti, ruscelli, pascoli, tante di quelle distese interminabili di grano, che spendere tutti quei soldi per stare 44 ore chiusa nella cuccetta e poter scendere solo per prendere aria, fa venire veramente voglia di mangiarti le mani.

Per questo, quando dopo quasi 24 ore il treno si è fermato per 50 minuti circa alla stazione di Bohumìn, cittadina della Repubblica Ceca al confine con la Polonia, sono schizzata e mi sono precipitata fuori dalla stazione, con gli infradito, per vedere cosa c’era.

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E cosa c’era? Niente, era come scendere alla stazione di Mercato San Severino alle nove di sera. L’edicola chiusa, ma con la finestrella illuminata che mostrava quelle copertine così interessanti in una lingua sconosciuta ma non del tutto incomprensibile, le luci arancioni sui marciapiedi puliti, due o tre persone di passaggio, case abitate con le finestre accese, vite umane monotone e silenziose qui, come nel resto del mondo. E un negozio di alimentari aperto, e tutti i turisti russi che facevano la fila.

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Ci siamo infilati dentro a fotografare i prodotti cechi come i cretini. Io a leggere le etichette e le liste degli ingredienti con una pronuncia sicuramente vergognosa, per indovinare, passando per il russo e per il tedesco, il significato, e lui a ridere, perché le parole che emettevo, per le sue orecchie, erano parolacce. Mi sono presa un bily yogurt (uno yogurt bianco) e un tubicino di wafer con la crema di nocciole.

Fenomeno interessantissimo del quale ci avevano parlato a filologia slava, e che ci sarebbe rimasto molto più impresso, e del quale avremmo capito molto meglio il significato, se invece di sommergerci di fotocopie di accademici rugosi, ci avessero portato qualche etichetta, qualche biglietto dell’autobus, qualcosa di quotidiano come sono tutte le lingue: sul retro del wafer, sul retro dei biscotti, sul retro dello yogurt, ci sono scritti gli ingredienti in due lingue, il ceco e lo slovacco. E fin qui ci siamo, perché giustamente, uno pensa, se si sono divisi (nella mia ignoranza o dimenticanza storica dei fatti) un motivo ci sarà; non fosse che sto leggendo The Foundations of Ethnic Politics: Separatism of States and Nations in Eurasia and the World, di Michael Hale, Cambridge University Press 2005, dove dice che certe volte questa differenza etnica è vera e forte, certe volte molto superficiale, certe volte tanto superficiale che forse ce la inventiamo, o se la inventa, chi ha bisogno del nostro istinto naturale a raggrupparci sotto bandiere per indirizzare secondo il suo comodo la nostra naturale esigenza di dividere le risorse e i territori. Fin qui ci siamo, ma il fatto è che, se fai attenzione, le due lingue sono esattamente la stessa lingua, ma scritta con due ortografie diverse. Qui il diacritico c’è, li’ non c’è; qui una “e”, lì una “i”; qua un accento, qua no: all’occhio di un linguista, non siamo di fronte a due lingue non mutualmente intellegibili, come è nel caso, per fare l’esempio a me più vicino, del napoletano (chiamato a torto dialetto, come il resto dei dialetti d’Italia) e dell’italiano. Non è il caso di: “Piglim a’ tiella, ca’ vulesse fa a’ bobba” versus “Prendimi la padella, ché vorrei fare le verdure stufate”. Quello che vede il linguista esperto e il politologo improvvisato, qui, è un caso palese di invenzione della differenza linguistica, di isteria nazionalista. Perché se perfino uno straniero che non conosce né il ceco, né lo slovacco, riesce a notare che sta leggendo esattamente lo stesso identico testo con la sola differenza di alcuni segni grafici, c’è qualcosa che non torna.

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Arriviamo alla cassa. Una delle due cassiere, quella libera, sbraita qualcosa con in mezzo “hrony, jevro, hrony, jevro” e io capisco che lei prende solo le corone,  mentre la collega prende gli euro. Mi metto in fila. La collega degli jevro guarda tutta la fila di russi con una faccia da schiaffi, parla con toni bruschi che manco un tedesco nei film coi nazisti, e sembra sbattere la merce in faccia come certe commesse di scuola sovietica, che tanto il negozio era statale, quindi che ragione c’era mai di sorridere. Arriva il mio turno: uno yogurt bily, un tubetto di wafer alla nocciola, dei biscotti. La tipa, pallida e con i dentoni gialli, mi guarda come quelle maestre isteriche che pretendono che sappia scrivere “zenzero” senza conoscere la zeta, e biascica qualcosa, e allora capisco che qualcosa non va.

-Jevro, da? … yes?, – le faccio.

-Che fai, parli in inglese?- mi dice il cavaliere.

Il fatto è che non so in che lingua parlare. Se parlo in russo, sono una bastarda. Se parlo in inglese, sono una bastarda. Il ceco però non lo so. So dire prichuty, che sta scritto da qualche parte sulla confezione, e che il cavaliere dice che è una parolaccia. Se volete, vi dico prichuty.

Perché alla fine, un anno e mezzo fa sono andata in Lituania, perché avevo bisogno di uscire rapidamente dal territorio russo per richiedere un visto di lavoro dall’aera Schengen. Tutti mi avevano messo in guardia, che in Lituania odiano i russi e si rifiutano di parlare in russo, e io ho pensato che, anche se trovo che sia irragionevole, la cosa ha un suo senso storico e, da bravi viaggiatori, bisogna adattarsi e imparare ogni volta a mimetizzarsi un poco. Arrivo all’aeroporto di Vilnius, salgo su un autobus, tiro fuori la mappa, dico all’autista: “Excuse me, do you get to this place or could you tell me how to get there?” e l’autista si pietrifica, e vedo lo sguardo che gli si appanna di incomprensione. Nell’angolo c’è il tipo con cui stava chiacchierando prima del mio arrivo; gli fa in russo: “Non ho capito niente, forse riesci ad aiutare la ragazza?” Sbalordita come non avrei dovuto essere, gli faccio: “Ma guardi che io parlo in russo! Mi dica!” Quello non ci poteva credere: “Parla anche in russo? Ma di dov’è, scusi? Perché non l’ha detto prima?” “E che ne so, mi hanno detto che in Lituania, stando in Unione Europea, bisogna parlare inglese.” Risata: “Signorina, qua il russo lo parlano tutti.”

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E così sto alla cassa, col portafogli in mano, in Repubblica Ceca, a Bohumìn, con questa cassiera secca e lunga con i denti gialli che mi guarda come se stesse aspettando che le do una capata in bocca.

-Jevro?

Segue una serie di suoni, alcuni familiari, altri no, con l’altra cassiera che fa da spalla alla scenetta. Quello che capisco io: non prendono euro nessuna delle due. E vabbè… -Carta?- le faccio, con un filo di voce. E mi scappa, in russo (perché anche se fossi in Spagna mi scapperebbe in italiano, anche se non sono la stessa lingua – perché farei appello al principio di cooperazione di Grice), “è solo che non so se qui funziona, perché è un bancomat italiano, non l’ho mai usato all’estero.”

La tipa capisce, ma non risponde a me. Guarda la collega alle mie spalle e le fa tutta una tirata su come arrivano qua questi “russki”, questi “russki”, e pretendono di parlare “russki, russki”. E anche se non parlo il ceco, ho capito benissimo e divento rossa anche se non ho fatto niente di male, ma perché mi vergogno di tanta maleducazione e di tanto rancore negli esseri umani.

Solo che poi, figura di merda, la commessa si passa con attenzione la carta tra le mani, evidentemente legge i dettagli, e sbotta: “Figurati, non è manco russa, è tipo spagnola.” E ride. E non ride a me, o con me, ma di me, e io sono presente, come un pupazzo, e vorrei sapere il ceco per poterle tenere testa come faccio in Russia, con i russi, quando fanno gli ignoranti.

Mi lascia lo scontrino, metto insieme tutta la gentilezza e l’urbanità di cui sono capace, e le dico: “Spasibo” con un sorriso che i denti le devono cadere dall’invidia.

E poi comincio a rimuginare ad alta voce per la strada, davanti alla stazione, che è una vergogna, che anche se in Unione Sovietica era tosta, non vale la pena mitizzare le difficoltà e le ingiustizie fino al punto di crearne di nuove, e che anche se fosse davvero stata così tosta da dover schifare fino a questo punto la Russia, schifare in massa i russi, pure quelli acquisiti, ma non sulla carta, come me, è un atteggiamento contrario a qualsiasi sentimento di umanità e di fratellanza, quindi mi dovete dire a me che cavolo ci fate in Europa, punto primo, e punto secondo, come pretendete di lamentarvi dei trattamenti ricevuti in passato se siete delle bestie.

Comunque lo yogurt era buono, era il bastoncino con la crema di nocciola che sembrava di polistirolo.

E Stalin, purtroppo per le donne che non amano lavarsi i denti, è morto molto prima che io nascessi, e delle cose brutte che ha fatto (se non vogliamo metterci a fare una dettagliata e coscienziosa analisi storica), io non ho colpa.

Ah, signora dal sorriso colorato: ringrazia che il post è in italiano, perché se lo riscrivessi in inglese diventeresti famosa.

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Bohumin

Postilla per i lettori. Esiste un post simile su questo blog e parla della gentilezza nell’ex Unione Sovietica. Cliccate qui.

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Una risposta a “Io la pago per Stalin

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