Signorina, lei fa propaganda!

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Quando ero piccola, in prima media la mia sezione, la F, e altre due, la G e la H, studiavano in tre aule al piano terra della scuola elementare di cui mio nonno era il custode. Le aule si trovavano al piano terra solo rispetto all’entrata della scuola,ma dall’interno si trovavano più sotto rispetto alla strada, e per questo erano illuminate da una finestrella con le sbarre posta sotto il soffitto.
In seconda media a qualcuno venne in mente che le aule delle nostre sezioni erano inagibili, e per questo ci trovarono un posto alla sede centrale della scuola media alla quale appartenevamo, non so come, e predisposero per noi un pullman che ci prendeva dal quartiere di mio nonno e ci portava al centro. Eravamo in attesa di una scuola nuova, che servisse il quartiere dove ci trovavamo, ma questa scuola i nostri genitori l’avevano aspettata l’anno prima e l’anno prima ancora, e non apriva.
In terza media decisero che, siccome non c’era posto per noi nella sede centrale e nemmeno negli sgabuzzini della scuola elementare, ci avrebbero alternato e fatto fare i turni pomeridiani: andavo a scuola alle 14 e uscivo alle 19. La nostra scuola non era ancora pronta, e io, quell’anno, un po’ perché c’era il panico prima dell’esame, un po’ perché uscivo da scuola di sera, rinunciai alla ginnastica ritmica. Fu allora che i nostri genitori cominciarono a protestare. Messi poco al corrente delle nostre sorti, vedendo la scuola nuova attraverso il cancello e non spiegandosi come fosse possibile che dopo così tanto tempo non fosse finita, si riunirono, non ricordo nemmeno come, e cominciarono a telefonare, a scrivere lettere, a informarsi presso avvocati, a insistere.
Questa azione di protesta culminò in due eventi che non so nemmeno più se siano avvenuti nello stesso giorno o in due diversi. Il primo: era una mattina di sole e insieme ai nostri genitori ci mettemmo in piedi in mezzo alla strada e bloccammo il traffico nei pressi della scuola; venne l’assessore e cominciò a fare tante chiacchiere e io, che allora avevo 12 anni, non lo so come, sentii dentro alle mie ossa che questo era una di quelle persone che sa dire 100 parole di fila lasciando le domande e le richieste senza risposta, e quindi montai su tutte le furie e gliene dissi due: “Voi vi pensate che ci date la caramella e ci fate contenti, ah?”, o qualcosa del genere. Quello mi guardò dall’alto in basso, che non era difficile, visto che all’epoca sfioravo il metro e quaranta, mentre lui aveva le proporzioni della torre di Pisa. Scoppiò pure in una risatina. Adesso che ho trent’anni mi rende molto felice sentirmi ancora piccola, non sentire molta differenza con la bambina di allora nello spirito di iniziativa, e sapere che però, adesso, non solo è difficile che qualcuno si permetta di rivolgermi quella risatina ma, che se lo facesse, avrei il diritto, approvato dai genitori, di far partire la capata in bocca.
Il secondo evento: i nostri genitori ci sguinzagliarono da un’entrata secondaria e noi, felici e gagliardi, ci mettemmo a correre per la nuova scuola, occupata, da questo momento e per poche decine di minuti, da cittadini tra i 10 e i 14 anni. Quando al liceo si parlava di occupare la scuola vuoi per demorattizzarla, vuoi perché effettivamente ci crollava in testa l’intonaco dal soffitto, o semplicemente perché andava tanto di moda emulare i sessantottini, mi sembrava sempre una grande stronzata. Che poi, questo mi rendeva una sfigata. Al liceo, se tu pensi che in realtà sei molto fortunata ad avere professori illuminati e illuminanti, che non ti danno dello stupido alla lavagna, che ti insegnano a cosa ti serve Socrate nella vita, se tu pensi che occupare non serva a fargli riparare il solaio ma sia una buona scusa per saltare il compito in classe che, tanto, si farà lo stesso e meglio farlo prima per sapere cose nuove prima, che farlo dopo per rimanere asini… sei una sfigata. Però, pur sapendo di non essere popolare, sfigata non mi ci sono mai sentita, forse proprio perché c’era questo evento alle mie spalle. Nella scuola nuova non facemmo niente di male: i nostri genitori ci istruirono bene; non bisognava commettere atti vandalici, questa era la nostra scuola, noi la volevamo bella, pulita, erano loro i cattivi, non noi. Ci mettemmo solo a correre per i corridoi e a urlare. E nella corsa, io mi affacciavo nelle aule per controllare se ci fossero le lavagne, i banchi, i gessetti, perché io ho sempre amato quei banchi, quelle lavagne, quei gessetti, e l’odore dello zaino e delle matite e dei libri nuovi. Poi ci trovammo davanti un paio di muratori abbronzati, che ci urlarono contro di andarcene. Uno in particolare, piccoletto e con i capelli neri, ci sbraitava contro che lì non potevamo stare. Le mie compagne si intimorirono. Io, che ero la più bassa di tutte, mi gonfiai come un pesce palla e gli dissi: “Perché? Se no che ci fai?” Ora voglio premettere, per quella scuola di pensiero che giustifica la pedofilia con la storia che i bambini cercano il sesso da soli, che quella frase uscita dalla mia bocca non aveva assolutamente alcun doppio senso. Il muratore si inviperì e ci disse di andarcene ancora una volta, e io gli gridai “NO! NO! NO!”, e lui ci mostrò la cazzuola, e le mie compagne mi tirarono via e corsi indietro con la gloria della scugnizza, e di quella giornata non mi ricordo più niente. Dopo una settimana la scuola ce la diedero, era nostra. La lezione di francese delle 8:30 cominciò con la prof che diceva: “Siamo venuti a prendere un po’ di polvere.”
Perché racconto questa storia? Negli ultimi anni mi sono resa conto di non amare i cortei, le manifestazioni di piazza, di trovare non solo i mezzi, ma spesso i pretesti che sottostanno alla protesta, inutili. Mi sono domandata molte volte se la mia non sia ignavia, assoluto disinteresse sociale, e mi sono risposta che non è così, anzi. E’ come se avessi raggiunto il limite, come se sapessi già fin dove posso arrivare con i mezzi che ho e per cosa io sento che vale la mia protesta e per cosa no. Quel giorno nei corridoi della scuola, io SAPEVO che quello che stavo chiedendo mi spettava, SAPEVO che la mia età e la mia statura mi costavano risatine sarcastiche da parte di gente alta e eloquente e che questo non era giusto, SAPEVO che di tutti i desideri del mondo, proprio quello di avere una SCUOLA che tra l’altro stava già lì, era un mio DIRITTO. Negli anni a seguire non ho mai sentito che ci fosse un diritto che valeva tanto quanto quello, tranne quei diritti che mi sono stati gradualmente riconosciuti senza dover bloccare il traffico, o che mi sono guadagnata senza dover occupare, ma così, a botta di esperienze.

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la scuola media Catello Ferreri, in cui sono avvenuti i fatti appena raccontati

Oggi mi sono ritrovata a fare di nuovo l’attivista, ma per caso. Una mia amica, con cui proviamo a far partire il blog Pritzel.me, mi ha chiesto di condurre con lei un reportage riguardante la protesta di alcuni cittadini di Mosca contro l’abolizione del servizio di filobus e la sua sostituzione con gli autobus. La mia amica avrebbe distribuito i volantini e insieme avremmo mostrato i percorsi del filobus attraverso il centro storico di Mosca e le reazioni degli intervistati in merito alla questione. Nonostante siano stati raccolti circa 15000 dollari da un gruppo di circa 500 volontari a favore della mobilitazione contro l’abolizione del filobus, ritenuto un trasporto più economico e più ecologico, oltre che un’eredità storica, l’autorità municipale non ha autorizzato manifestazioni pubbliche né i media hanno prestato attenzione a questa notizia. Tra due giorni la prima linea del filobus verrà smantellata e molti dei passanti non ne sanno niente. Ho capito subito che l’argomento non mi interessa soltanto perché mi interessa capire la Russia, ma anche perché mi interessa capire perché a molte persone stia così poco a cuore la possibilità di tenere più pulita l’aria che respirano. Non ne ho potuto fare a meno: al posto di starmene lì come un’osservatrice, col quadernetto e la videocamera, mi sono messa a parlare.
Il risultato è stato questo. Una nonna molto giovane, che stava accompagnando la nipotina da qualche parte, ci ha risposto che forse non ne siamo al corrente, ma al posto del filobus metteranno l’autobus, che è molto più veloce, e avrà anche una corsia separata. Le dico: “Signora, ma l’autobus sarà anche più veloce, ma è meno ecologico.” La signora mi ha guardata e mi ha continuato a parlare della corsia preferenziale, come se non sapesse assolutamente di cosa sto parlando. Le ho detto: “Sì, ok, ma il punto è: cosa vuole per i suoi posteri: un mondo più veloce o un mondo più pulito? La scelta è sua.” La signora per poco non mi ha fatto la stessa risatina sarcastica dell’assessore di vent’anni fa e io ho pensato, questa volta, “Syd, fai la brava, perché il mondo non si cambia mica a capate in bocca.” In tutto questo, la nipotina mi ha guardato con certi occhi sgranati che pareva un’Amish che per la prima volta vede una minigonna. La signora, poi, continuava a provare a convincermi.
La questione è che, proprio in merito alla questione “filobus vs autobus”, non sento che mi serva leggere molto per sapere che è meglio il filobus e che semplicemente a qualcuno sono girate le palle di riciclare soldi per creare una nuova rete di trasporto. Non torna niente: la corsia preferenziale la si può fare proprio per il filobus, se gli automobilisti sono incivili e si parcheggiano sotto le linee del filobus, si parcheggeranno anche sulla corsia preferenziale; il rimodernamento della rete del filobus costa sicuramente molto di meno che la spesa per creare una rete di autobus nuova; gli autobus vanno a benzina, cioè a petrolio, il prezzo del petrolio scende adesso, ma non per sempre, e a parte il prezzo, adesso che lo sappiamo e che dal mondo ci arriva notizia dei danni delle emissioni di CO2, sarebbe una scelta sensata fare tutto quello che è in nostro potere per ridurle. Se questo significa tenerci la buona vecchia filovia anziché correre dietro la novità secondo la mentalità positivista senza coscienza del nostro secolo e di quello prima, va bene. Non sta scritto da nessuna parte che, per funzionare meglio, una cosa debba essere nuova.
Alla signora tutto questo papiello non gliel’ho nemmeno detto, le ho solo ripetuto che per me un mondo più pulito è più importante di un mondo più veloce. Allora si è aggiunta un’altra che ha buttato là che siamo scese alla fermata del filobus a fare un po’ di propaganda, sicuramente siamo di un’altra compagnia che fa concorrenza a quella degli autobus. Io sono diventata tutta rossa per colpa della parola propaganda: suonava così brutta. Siamo abituati, infatti, a pensare che la propaganda sia una cosa brutta. Mi sono anche chiesta se si sentono così i membri della comunità LGBT quando li accusano di propaganda. Non che creda che gli LGBT non facciano molta propaganda, ma è anche vero che alcune cose non sono propaganda: che propaganda è denunciare la violenza e la discriminazione, spiegare che l’omosessualità non è una malattia? Ora io per esempio mi ero limitata a piantare un semino, che nell’amministrazione di una città oltre alla velocità che annebbia il senno, c’è la pulizia a cui bisogna pensare, perché il mondo non è solo nostro, ma anche di chi verrà domani. Non appartengo a nessuna organizzazione, a nessun partito, sono IO che la penso così.
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Mi è subito venuto in mente come funziona qui: se sei all’opposizione, la propaganda è quella di Russia Unita; se sei per Russia Unita, la propaganda è quella dell’opposizione, e l’opposizione è qualsiasi cosa che vada contro le scelte di Russia Unita. Di conseguenza, io sarei l’opposizione. Mi sono sentita talmente irritata dalla facilità con cui mi hanno attaccato addosso la propaganda, che ho risposto: “Guardate, io non sono nemmeno russa, per la cronaca, sono straniera, quindi potrebbe anche fregarmene del vostro trasporto pubblico!” E’ in quel momento che ho capito cosa mi fa sentire spesso così fuori posto: sono a casa mia ovunque.
E poi per un attimo mi è salito su il ricordo dell’inattività della gente di casa mia, di quanto fosse difficile convincere la nonna che la raccolta differenziata non fosse un’inutile “spasa di bidoni per la casa”, ma un gioco divertente per ristabilire l’armonia tra il nostro corpo e il posto in cui viviamo; convincere il cugino che non c’è veramente bisogno di prendere la macchina per non fare un chilometro a piedi e che se tutti pensano che non lo cambiano loro il mondo, allora non lo cambia nessuno; convincere l’amico che non puoi stare seduto ad aspettare che finisce la crisi ma è meglio che fai qualsiasi cosa perché la crisi finisca almeno per te, così forse grazie al tuo movimento, si muove qualcosa per qualcun altro. Mi sono ricordata di quanto fosse difficile sognare anche la cosa più scema, di quanto la gente guardasse al futuro solo nella misura in cui questo era un futuro in cui avrebbero vissuto loro, senza pensare ai figli, ai figli dei figli, al fratello che abita nell’altro emisfero, alla verità ultima nascosta dentro le piccole cose che va cercata, cercata, senza sosta, perché solo così la vita è piena di senso.
O almeno per me. Perché per quanto ne so, potremmo tutti essere una casuale scorreggia sul mondo e il fatto che una vocina dentro mi dica che non è così, non cambia che così la pensano molti. Dunque faccio propaganda: la tartaruga vinse sulla lepre nella favola di Esopo e Esopo, anche se antico, non è sfigato, anzi; a Diogene il Cinico forse del filobus non gliene sarebbe fregato un tubo, ma a Platone sì: nella caverna i prigionieri vedono le ombre e pensano che siano la migliore vita possibile, solo perché non vedono cosa le produce. Nelle città le persone vedono la velocità e pensano che sia la migliore soluzione possibile: solo perché non sanno cosa la produce; se lo sapessero, potrebbero scegliere diversi modi di produrla, potrebbero anche sapere se ne hanno veramente bisogno.
P.S. Oggi è stata solo la prima parte. Continuiamo a girare domani. Chissà che ne esce.
 

0 pensieri su “Signorina, lei fa propaganda!

  1. Mi fa strano questa faccenda, specie se consideriamo che gli stessi Miller (GazPromNation) e Putin (non servono delucidazioni) si sono permessi di raccontare in pubblico che l’economia dei combustibili fossili è destinata a declinare. E loro sanno di cosa si parla, non c’è dubbio.
    Evidentemente l’amministrazione cittadina ha vedute diverse da quelle dei vertici del Paese. Forse tutto il problema autobus nasce da una carenza contingente di fondi? O magari è solo una frode a favore di qualche fornitore amico degli amici? Vai a sapere.

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