Fare filone / Filonit'

Oggi al lavoro ho fatto filone, che in russo, incredibile, si dice filonit’. Chissà perché. In realtà non ho nemmeno fatto filone, ho semplicemente approfittato del fatto che un gruppo è in vacanza e ho chiesto di spostare una lezione alla quale rischiavo di non arrivare in tempo, per andare a rinnovare il passaporto.
Credevo che, siccome sono iscritta all’AIRE, l’avrei ricevuto subito, invece me la sono sbrigata in 10 minuti: ho compilato il modulo e mi hanno lasciato il numero a cui telefonare per confermare che hanno ricevuto il nulla osta, e che quindi posso andare a fare il passaporto nuovo.

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Il consolato italiano si trova vicino al Patriarshij Most, il ponte dietro al tempio di Cristo Salvatore


Mi sono anche resa conto che, siccome sono iscritta all’AIRE, sul nuovo passaporto, che sarà valido per altri 10 anni a meno che non finiscano prima le pagine, ci sarà il mio indirizzo di Mosca. E questa cosa mi rende nervosa. I passaporti definiscono un po’ chi sei: se sulla carta d’identità ci capita una foto dove sembri fatta, sembrerai fatta per 10 anni o più. Adesso non è nemmeno obbligatorio cambiare lo stato civile sul documento, né scrivere la professione: il profilo di facebook non è, ma sembra, più prova della tua esistenza che il documento ufficiale. Fino a poco tempo fa ero una straniera, se mi chiedevano il documento, c’era scritto che vengo da Mercato San Severino. Adesso se mi chiederanno il documento in qualsiasi parte del mondo, ci sarà scritto che vengo da Mosca e a me mi sembra una bugia. Domani potrei abitare a Berlino e non verrei da Mosca. O forse sì?
Quindi mi sono ritrovata con la mattinata davanti e l’imbarazzo di andare al lavoro, dove mi sono fatta liberare per niente. Il sole è alto, la temperatura è sui 16℃, le strade sono quasi vuote, perché gli altri,stamattina, non hanno fatto filone.
Decido di andare in una bulochnaja anche se ho mangiato la grechka alle 7.30 stamattina. La colazione al bar è un rito dei giorni di pacchia: mi compro un cappuccino piccolo con la cannella e un cornetto con le mandorle. Poi controllo sulle mappe come arrivare al Gorky Park, perché il primo anno che stavo qui ho sempre girato a zonzo e non ho mai imparato orientarmi. Google maps mi manda giù per l’Ostozhenka, così imparo come si chiama una strada che in realtà conosco bene, perché ci sono stata già altre volte.
Voglio che questa mattinata non sia persa, perciò decido di dare uno scopo alla passeggiata: raccontare come ci si sente con un nuovo indirizzo e mostrare alla gente di casa mia cosa si vede tra la metro Kropotkinskaja e il Gorky Park.
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Questa è la metro Kropotkinskaja. Nella mia testa si associa a una scena di una serie TV che ho visto, che è stata girata qui. La serie si intitola Kratkij Kurs Schastlivoj Zhizni (Corso accelerato di vita felice) e la scena è quella dell’ultimo episodio, in cui Petja si ferma al negozio di fiori e prende un gattino.
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A Kropotkinskaja c’è il tempio di Cristo Salvatore (Храм Христа Спасителя), che in Unione Sovietica era stato trasformato in una piscina. Manco a farlo apposta, il primo anno che stavo a Mosca lo chiamai per sbaglio “Храм Христа Спасателя“, cioe’ “Tempio di Cristo il bagnino”. “Spasitel'” significa “Salvatore”. “Spasatel'” significa “bagnino”; del resto Gesù camminava sulle acque e addestrava “pescatori di uomini”.
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Domenica, oltre ad essere il primo maggio, capiterà la Pasqua ortodossa. Per strada davanti alla metro vendono i kulichi, il dolce pasquale russo, che assomiglia un po’ al panettone.
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Nella piazza di fronte, un quadretto socioeconomico: il monumento a Engels, e nell’angolo un barbone.
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Il cambio dell’euro è sceso un poco. Magari cambio.
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In un angolo, spunta un’altra chiesa con le cupole dorate. Devono essercene milioni, a Mosca. Di queste innumerevoli cupole ne parlava anche Bulgakov in un testo che ha tradotto la mia prof di letteratura russa e relatrice di tesi, Antonella d’Amelia, e che non posso citare, perché l’ho lasciato in Italia e non me lo ricordo. Forse si chiamava “Mille e mille cupole”?
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Il MAMM, Multimedia Art Museum of Moscow. A parte che quest’autunno c’era una bellissima mostra sul marketing in Unione Sovietica, qui fanno dei workshop fichissimi. Ci sono stata un anno e mezzo fa durante le feste di Capodanno, insieme a mio fratello, a imparare come si fa uno schizzo.
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Tre anni fa passeggiavo con una persona che non frequento più da queste parti, e questa persona mi disse che questa è la casa di Margherita. Considerato che ho capito perché non valeva la pena di frequentare questa persona, i riferimenti a Bulgakov reali e mitologici che sono sparsi per Mosca e il fatto che non ne ho azzeccata una su Bulgakov alla “Città in Corsa” dell’anno scorso… è molto probabile che quella persona mi abbia detto una bufala.
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Percorrete l’Ostozhenka fino alla fine, svoltate a sinistra. A destra, se proseguiste diritto, dopo pochi minuti trovereste la sede di Ria Novosti, dove ho fatto un colloquio tre anni fa presso il The Moscow News, e ho pure pubblicato un paio di articoli di prova per i quali non ho ricevuto nessun feedback e poi è finita lì. E poi il giornale ha pure chiuso; dicono per colpa di Putin – ché poi se la loro pratica è far andare in giro per Mosca la gente a scrivere articoli di prova senza alcuna guida, compenso, riscontro, e senza farti capire se ti vogliono o non ti vogliono assumere, magari Putin ha fatto bene. E comunque secondo me hanno chiuso perché hanno fallito, e non per colpa di Putin. In ogni caso, voi non svoltate a destra, ma a sinistra. A sinistra c’è l’Accademia Diplomatica. Non so chi siano questi due nella foto, ma mi ricordano la Scuola di Atene che stava appesa dietro alla cattedra sotto al crocifisso in prima liceo.
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Poi comincia il Krymskij Most (il Ponte di Crimea). Da qui si vede Pietro il Grande, o Cristoforo Colombo, a seconda dell’interpretazione.
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Il Krymskij Most è anche rappresentato nell’immagine di copertina di questo blog, da quando l’ho aperto. Questa zona era una delle mie passeggiate preferire i primi mesi che ero qui.
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Non chiedetemi perché. La Russia non si intende con l’ingegno, diceva Tjutchev. Sul lungofiume che costeggia il parco Museon e la sede della Galleria Tretjakovskij dedicata all’arte contemporanea, hanno messo le Tartarughe Ninja. Qualcuno si fa anche fotografare con loro. Chissà se si fanno fotografare anche con lo Stalin o con i personaggi delle antiche fiabe russe che stanno 300 metri più avanti.
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L’ingresso trionfale del Gorky Park, che in russo si chiama altisonante: Parco di Cultura e di Svago Gorky. Ogni stagione ne pensano una diversa su come addobbarlo. Adesso ci hanno messo le gabbiette degli uccelli. Una volta nel sottopassaggio per raggiungere l’ingresso c’erano i pittori che esponevano le proprie opere per la vendita. Adesso li hanno spostati tutti quanti in degli stand lungo il fiume, proprio dietro alle Tartarughe Ninja.
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Nel Gorky Park c’è un pezzo di mare finto, con una piccola spiaggia finta. Ci sono anche i pedalò, veri, e le barchette per fare il giro in tondo. In estate la gente viene a prendersi il sole e i bambini vengono a fare i castelli. Ci si sta molto stretti, e mi sembra meglio, a questo punto, prenderlo alla dacia, il sole, vicino allo stagno, con le rane che saltano, i cani liberi a spasso che si vengono a fare la nuotata e poi ti si scuotono addosso, e le altalene appese agli alberi usate come trampolino dai ragazzi che, ogni estate, si riuniscono in campagna.
E’ primavera. Il mare è molto lontano, molto più dei soliti 40 minuti di macchina che ci sembravano troppi. Abito in un monolocale di fattura sovietica, come tanti altri, identico a tanti altri, nel quartiere Golovinskij. Come tanti altri, ho un gatto. Come tanti altri, mangio la grechka, e come molti non ho comprato il televisore, perché mi rifiuto di farmi “zombizzare”, come si dice qui. Come tutti, secondo il vecchio detto tirato fuori dalla commedia di Gribojedov Che disgrazia l’ingegno!, “si sta bene dove non ci sto io”.

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