32 chili di tritolo

32 chili di tritolo. E’ la quantità che aveva addosso una delle due kamikaze di Volgograd, mi pare.

Mi sono chiesta a lungo come non si fa a notare una persona con 32 chili di tritolo addosso. Saranno pesanti. Poi, dopo che una è esplosa, come fanno a sapere con certezza quanto tritolo era? Sarà che io non ho nemmeno idea di come sia fatto, il tritolo.

Ero in Italia quando hanno dato la notizia al telegiornale. A dire la verità, quando fa il telegiornale il mo cervello va in stand-by, deve essere un rifiuto psicologico. Anche qui ogni tanto lo accendo sul computer, il TG italiano, e dopo un solo minuto che è partito mi accorgo già di aver smesso di ascoltarlo: orecchio non sente, cuore non duole, forse. Solo il TG russo riesco ad ascoltare con più attenzione, e secondo me perché non è nella mia lingua e questo mi dà una forte motivazione. Comunque quella volta di Volgograd, come altre che dicono qualcosa in mezzo a un milione di cose che mi interessa, ho fatto “shh” almeno tre volte. Mia madre mi ha guardata di sottecchi, come se mi dicesse: “Devi ritornare in un posto dove fanno gli attentati”. Che è vero, sì, ma come se poi non provenissi da un posto dove fanno le sparatorie per strada, danno fuoco ai negozi, o armano i bambini.

Mosca si è allertata più di prima.

La voce registrata nella metro e negli autobus continua ancora a dire, come prima, “Gentili passeggeri, avvisate il macchinista della presenza di oggetti sospetti”, “Se avvistate oggetti sospetti, non toccateli, rivolgetevi all’autista”. Ci ho vissuto un anno e mezzo con questa voce registrata tutti i giorni una decina di volte al giorno, e avevo smesso anche di farci caso. In Italia dalle mie parti non ci sono cartelli che ti avvisano che il salumiere dove compri la mozzarella potrebbe essere un mafioso.

E la polizia è ad ogni dieci metri, come prima, ma forse un po’ di più.

Nella scuola superiore dove si tengono i corsi di ballo che frequento, c’era un cartello all’ingresso, con una richiesta agli studenti e ai cittadini di partecipare all’identificazione delle persone coinvolte nell’attentato di Volgograd. Quattro uomini e una donna, tutti cittadini del Daghestan, regione meridionale della Russia, con le fotografie. La donna, in parangià, cioè con il velo che lascia scoperto solo il viso, difficile da riconoscere tra le altre vestite allo stesso modo. Gli uomini, con gli occhi un po’ a mandorla e la pelle un po’ olivastra. Non che siano tutti uguali, ma dei tratti somatici così comuni. Giurerei di essere salita sul taxi di uno di loro, di essere stata servita al banco del kebab da un altro. E poi, la fotocopia è fatta così male, non si vede bene.

Sotto al mio palazzo, un avviso: “In vista delle festività e nei mesi a seguire la città è a rischio di attentati. I signori cittadini sono pregati di collaborare ad evitare questi eventi, comunicando tempestivamente l’avvistamento di movimenti sospetti, specialmente nei pressi di mezzi di trasporto, istituzioni pubbliche e centri abitati”. E un numero di telefono da chiamare, nel caso:

2014-01-14 17.12.19

Nessuno si preoccupa particolarmente. Dicono che a Mosca non arrivano gli attentati. Forse si affidano al calcolo delle probabilità, che se ci sono stati nel 2009, allora è difficile che ci siano adesso. Oppure, come me, sono dell’idea che la morte non ti avvisa e se non è l’attentato, può essere una comune tegola in testa, il che non significa comunque non tenersi cara la vita prestando un po’ di attenzione a dove si cammina.

Io, in verità, anche se non fino all’angoscia, sono preoccupata. Mi guardo continuamente intorno con sospetto. Mi sorprendo, in certi momenti, di quanto sia diventata “sovietica”, qui. Parlo poco, dò poca confidenza, non mi fido. Il poliziotto ogni dieci metri non mi fa pensare che vivo in un regime militarizzato e imperialista da disprezzare e combattere, ma mi fa sentire protetta, e continuamente quando li guardo mi auguro che non siano flemmatici e ottusi come certi nostri carabinieri. Forse sostengo uno stato che non rispetta tutti i diritti umani sanciti dall’ONU, eppure mi sembra che farsi esplodere in un autobus con i diritti abbia poco a che fare. A volte è meglio avere un diritto in meno, se non si è in grado di rispettare un dovere.

Per quanto non giustifichi ingiustizie russe che, sotto altre forme, sono altrettanto europee, comincio a sentirmi sicura che sotto la bandiera di occidente si stiano accumulando sempre più troppi valori che creano solo confusione e che, se presi senza spirito critico, mettono a repentaglio il nostro diritto di vivere tranquilli che moriremo di malattia o per una tegola in testa, e non perché una mamma decide di farsi saltare in aria davanti ad una scuola, magari, perché cresciuta sotto lavaggi del cervello continui a pensare che qualcuno privi il suo popolo di un bene talmente prezioso che allora, per averlo, è necessario immolare innocenti che non potranno vedere il miglioramento. L’autodeterminazione dei popoli, la chiamavano al liceo. Poi cresci, viaggi, capisci che nessuno stato è un popolo autodeterminatosi, e questo non deve per forza essere un male. L’importante è che negli stati i popoli si autodeterminino, onorando la propria cultura, partecipando alla diffusione del sapere. Nemmeno l’Italia è un popolo che si è autodeterminato. Facciamoci saltare tutti in aria, allora.

Entro nella metro, e mi tengo distante dalle persone grasse. Soprattutto, osservo con attenzione se mi sembra che ci sia troppo spazio tra gli arti e il cappotto e se questo spazio presenti irregolarità, perché mi sono fatta come un’idea mia, che se uno tiene addosso 32 chili di tritolo, se li impaccotta sotto il soprabito come quando vuoi fare il furbo ai metal detector prima degli imbarchi in aeroporto. Mi tengo distante dalle persone somiglianti a quelli della foto, anche se so che è razzista, adesso, credere che perché uno abbia gli occhi un po’ a mandorla e la pelle olivastra, debba farsi saltare in aria. Però io questi anonimi non li conosco, non sono miei amici, e posso permettermi di tenermi distante. Quando vedo qualcuno con uno zaino troppo grande per i miei gusti, mi sposto all’altra estremità del vagone, come se questo mi potesse poi necessariamente garantire la salvezza. Magari il kamikaze è proprio quell’uomo vicino a me in giacca e cravatta e con la 24 ore, che ne sappiamo noi.

Recito Ave Marie e Padre Nostri, più che per scacciare la roulette delle probabilità, per scacciare le paure troppo asfissianti. Cerco di ricordarmi di essere felice, che tanto quando ero a casa in Italia non mi preoccupavo eccessivamente di essere travolta da un’auto pirata, di essere rapita da un “rumeno pregiudicato sui 35 anni”, o di essere uccisa casualmente in una sparatoria improvvisata nella strada sbagliata.

Mi piacerebbe che il mondo fosse come nella canzone di John Lennon ma non lo è. I Padre Nostri si dicono anche per coloro che non sanno quel che fanno. E le cose felici e belle, l’entusiasmo nel lavoro e nella conoscenza lo si mette, non perché sia un valore di destra o di sinistra, occidentale o orientale, europeo o sovietico, ma perché può aiutare quel poco di gente che ci passa intorno a sapere quello che fanno.

E’ che sono venuta qui animata dalla sete di conoscenza e mi ci sto integrando in mezzo a gente che continua a viverci come sorda o semplicemente stoica, ma certi momenti vedo oltre le guerre mediatiche uno spiraglio di realtà. Guardate quello che sta accadendo in tutti i paesi, fatevi due conti. E’ una forma di guerra diversa, è una guerra mondiale estensiva. Agisce prima ancora che sulle vite, sulle menti, praticando il terrore in un modo o nell’altro e spegnendo gli entusiasmi. In Italia è il disfattismo economico e sociale e il terrore della disoccupazione. In Russia è il terrore dello sviluppo, ma la Russia regge bene. Dice, un regime rigido. Sì, ma non lo so. Vedete che caos dopo il 1991. Nessuno sa più chi è e a cosa appartiene. Nemmeno noi in Europa lo sappiamo, facciamo solo finta.

http://www.youreporter.it/video_Annuncio_alla_tv_russa_degli_attentati_2_1

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