Il ponte di Nemtsov


Domenica eravamo in giro a Paveletskaja, io e A., e avevamo un’ora libera. Ho detto: “Andrei a passeggiare a Novokuznetskaja, se non facesse così freddo”, perché a Novokuznetzkaja c’è una passeggiata con i sanpietrini che mi ricorda casa. A. mi ha detto: “Che ci andiamo a fare? Lì ci sarà casino, perché lì è dove hanno ucciso Nemtsov”.

Io credevo che avessero ucciso Nemtsov proprio vicino alle mura del Cremlino, quindi abbiamo cominciato a parlare di come, di quando, del perché: le ipotesi, il valore del personaggio. Eravamo seduti in un caffé a pranzare, e sentivo chiaramente che l’uomo seduto al tavolo accanto aveva cominciato ad ascoltarci con curiosità. Chi saranno questi stranieri che parlano della Russia come se fosse roba loro e che sanno e vogliono sapere tutte queste cose.

Così, alla fine, siamo andati a morire di freddo a Novokuznetskaja, ad una sola stazione di metro da lì, e ci siamo diretti verso la Piazza Rossa attraverso il ponte Moskvoretskij, che qualcuno adesso vorrebbe ribattezzare “Nemtsov”.

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Nemtsov Most. Ponte Nemtsov.

Avevo deciso di non scrivere niente, perché cosa ho da scrivere io su Boris Nemtsov? Non credo di essere sufficientemente competente in materia di politica russa per parlare, sebbene gente molto meno competente di me (perdonate la presunzione) sembra scrivere certi articoli letti da milioni di persone. E poi, qualsiasi opinione trapelasse dalla mia scrittura, avrei torto: torto per quelli che credono che Putin sia il massimo bene, per quelli che credono che sia il massimo male, per quelli che credono che la Russia sia la terra del complotto e per quelli che credono che sia la terra promessa. Nessuno ha voglia di vedere le sfumature, non quelle che sono cinquanta e sono di grigio, ma proprio quelle che regolano i meccanismi del nostro essere al mondo come animali politici.

Avevo anche deciso di non scattare foto, perché che cos’è questa sete del macabro? Lì è stata assassinata una persona, e bisogna portare rispetto.

Poi ho visto: secondo le notizie il ponte era interamente ricoperto di fiori, candele e targhe, ma dei vandali (?) durante la notte lo avrebbero ripulito, senza alcun intervento della polizia (ora, siccome non mi risulta che ci fosse o ci sia mai alcuna autorizzazione a creare altari privati in luoghi pubblici, mi domando da dove vengano la parola “vandali” e la pretesa che la polizia intervenisse, ma taccio). Rimane solo un angolo di ponte, quello più vicino al Cremlino, addobbato a cimitero. Due poliziotti fanno la guardia in modo discreto, la gente viene a portare fiori, a pregare, o a fotografare. Una donna rincorre un uomo, inviperita, urlandogli: “Vergogna! E’ un’indecenza! Questo è morto!” Domando ad A. perché urla, cosa succede; A. non lo sa, ma alla fine della nostra breve escursione mi fa notare che ancora un altro uomo era rimasto incuriosito dalle mie domande e aveva cominciato ad ascoltare i nostri discorsi. E sticazzi.

Alla fine decido di fotografare, e di pubblicare con il minimo commento possibile.

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Gioco di parole. L’assassinato si chiamava Boris Nemtsov (da leggere “Barìs Nemtsòv”). “Bàris'”, scritto con il segno debole in fine di parola e letto, quindi, con il suono [s] palatalizzato, significa “lotta!”, imperativo di seconda persona singolare del verbo “lottare”. Sui fogli A4 che accompagnano fiori e candele, quindi, c’è scritto: “BORIS / LOTTA. Per la pace e la libertà”.

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Qualcuno ha scritto dei versi in rima alternata in suo onore: esaltano il defunto come un eroe della patria, morto per difendere la libertà e i valori umani.

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Una signora tiene in mano questo cartello alla fine del ponte. Non si capisce bene chi sia, perché lo faccia, e le ipotesi sono tante e controverse, come sempre. Le chiedo il permesso di fotografarla, acconsente; certo, sarebbe stato strano se non avesse acconsentito. La ringrazio, perché sento un po’ il pathos della gente che, non conta poi tanto se fa la cosa giusta o quella sbagliata, sente di fare la storia del proprio paese.

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“Eroi della Russia!!! Attivisti civili, e non Ramzan Kadyrov!”

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