Diario con foto del mio Children’s Book Fair 2015


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A Mosca c’era appena un grado e nevicchiava, quando sono partita per andare alla cerimonia di premiazione a Bologna. (antefatto) Per questo, fare il solo bagaglio a mano è stato un casino: addosso avevo cappello, sciarpa e guanti, nel trolley la camicia a giro maniche, le decolleté e la giacca del tailleur. A Bologna, di gradi, ce n’erano 17. Io non ero mai stata a Bologna, né a Verona, dove sarei atterrata; se si esclude quella volta da bambina, che papà ci portò alla fiera dell’agricoltura, e l’unica cosa che ricordo è che in una bancarella mi comprarono, se non sbaglio, una di quelle lavatrici giocattolo rosa che quando spingi l’ingranaggio meccanico fanno la centrifuga.

L’Italia mi ha accolta con il sole e l’odore di focaccia. Ci voleva proprio, visto che quando l’aereo ha cominciato a perdere quota nei pressi delle Alpi, quelle famose correnti di vento che alle elementari ci additavano come il nemico dal quale la mite Italia era protetta, mi hanno vatto fare i vermi. Sul treno da Verona a Bologna facevo fotografie come se fossi stata su un’elektrichka russa: mi pareva che le campagne sconfinate della Pianura Padana non fossero mie; o forse non lo sono mai state, essendo il mio paesaggio campestre tipico completamente diverso: pomodori, cipolle, viti, bufale per la mozzarella, orti appesi sulle montagne a picco sul mare.

A Bologna, sono capitata in un albergo che prima era una scuola e che è gestito quasi esclusivamente da immigrati, di cui buona parte sono rifugiati.

Spesso i miei studenti mi domandano se non mi fa impressione, se non mi dispiace arrivare in Italia e vedere che l’Italia non è più degli italiani. Adesso posso rispondere meglio ancora a questa domanda.

Certo. Mi fa molta impressione. Quando ero bambina l’Italia non era così. Ho scoperto l’esistenza delle lingue straniere soltanto a 5 anni, invece probabilmente i miei figli, italiani in un modo diverso, succhieranno il plurilinguismo dal mio seno. Quando ero bambina i neri erano quelli delle bancarelle, non conoscevo neri che parlassero bene in italiano e che facessero professioni qualificate. Una volta, racconta mia madre, ho pure detto a una festa di piazza: “Guarda, mamma! Ma quello è tutto nero!” E lei mi avrebbe risposto: “E tu sei tutta bianca.” Quando ero bambina l’uomo nero era quello che ti prendeva per un mese intero nella ninna nanna più inquietante della storia, o che si nascondeva in tutti i posti vietati della casa. Solo per i nonni e gli zii, eh. Mia madre non mi ha mai minacciato con gli uomini neri.

Mi fa impressione che arrivo in Italia e alla reception, istintivamente, mi aspetto di trovare un bianco, e mi rendo conto che mi aspettavo stupidamente di trovare un bianco solo nel momento in cui mi trovo davanti un nero, che parla benissimo sia in italiano che in inglese e in francese e che conosce Bologna come le sue tasche. Mi fa venire in mente una volta che sono andata a Roma, se non sbaglio, per fare l’esame di certificazione CEDILS, cinque anni fa. Telefono all’ostello e mi risponde un tipo che parla solo in inglese con l’accento indiano. Ero confusa e affascinata da questa espropriazione dell’italianità.

Questa impressione che mi fa adesso vedere l’Italia con meno italiani è mischiata al fascino che suscita in me l’osservazione del cambiamento.

Perché alla fine, a chi mi domanda se non mi faccia impressione che ci siano tutti questi ristoranti cinesi, se non mi faccia impressione che questa gente arriva e vivono in 10 in una stanza, vorrei fare delle contro-domande.

Cosa significa essere italiani?

Chi sono gli italiani?

Da quanto tempo esistono?

Come si definiscono a livello genetico?

Come si definiscono a livello culturale?

Mia nonna aveva la seconda elementare, in italiano diceva poche frasi e capiva una cosa per un’altra al telegiornale, perché le mancava il lessico. Era italiana?

Da bambina ho sorpreso mio padre scrivere “l’avorare” e quando ha deciso di diplomarsi, io ero alle medie e gli scrivevo i temi. Quando mio padre parla in italiano è più lento, si contrae e deve cercare le parole. Mio padre è italiano?

Mia madre mi parlava in italiano da bambina, perché non voleva che, imparando il napoletano, avessi problemi di scolarizzazione. Molti la deridevano. Alcuni miei compagni a scuola non conoscevano il loro nome in italiano (era il 1991). Quando i bambini giocavano tra loro e si parlavano in napoletano, io non capivo. Quando ho cominciato a capire e a parlare in napoletano mi dicevano che avevo “l’accento italiano”, che il napoletano non era la lingua mia. Eppure, questo stesso strappo linguistico mi rende italiana?

Ho una collega veneziana, quando parla al telefono con la mamma, per me è come se parlasse in francese. La mia collega è italiana?

Fa molta differenza sentire un veneziano che, uscito dal contesto ufficiale, parla in veneziano, e un congolese che, uscito dal contesto ufficiale, parla in francese?

Fa differenza l’etnia? L’etnia si definisce geneticamente?

Il mio naso curvo potrebbe essere ebreo, ma anche longobardo. Ho i capelli ricci, il fisico da statua greca, gli occhi piangenti un po’ arabeggianti e le labbra sottili. In Russia mi prendono per armena, per ebrea, o per zingara. In Italia spesso non mi prendono per italiana. Sono italiana?

Ci siamo dimenticati che questa questione dell’italianità nasce insieme allo Stato-Nazione, e che se muore la Nazione (e non c’è niente da piangere, perché la Nazione muore come una volta è morta la Polis), muore l’italianità come preconcetto, ma non muore come momento storico?

Perché poi voglio dire io: ma questi italiani dove sono? Se vai nella grande città lo senti ancora di più che al paese: pare che gli italiani siano tutti questi giovani come me, che tornano in Italia per fare qualcosa e vengono accolti da stranieri alla reception. Perché se gli italiani erano così bravi, perché non li facevano in Italia i soldi? Perché in che cosa io devo voler male al cinese che arriva con mezzo contatto magari, va a vivere con 10 cristiani in una stanza e nel giro di 5 anni costruisce un impero? Io nutro stima per questo cinese, come nutro stima per quegli italiani che fanno altrettanto a casa e nel mondo.

Sì, mi fa impressione tornare a casa e vedere che il mio paese sta cambiando, che è molto diverso da come era già solo 10 anni fa. Ma è un processo inarrestabile, qualsiasi misura prenderemo non lo arresteremo, e il fatto che io non sia sicura di essere italiana è la prova che questo processo era interno all’italianità stessa, perché l’Italia era una costruzione fatta riportando nella modernità lo stampino di un modello vecchio. Lo diceva anche Dostoevskij, da qualche parte nelle Memorie di uno Scrittore: ma che cosa ha accocchiato Cavour, che all’Italia ha fatto perdere la sua grandezza confinandola nella forma dello staterello di provincia? O qualcosa del genere.

Pensavo di rimanere sola, a Bologna, e invece subito, insieme a Gustav, il receptionist, ho conosciuto Njusja. Njusja è sudafricana, ma è polacca. E’ nata in Polonia, ma i suoi genitori si sono subito trasferiti dall’Unione Sovietica in Sud Africa e lei ha vissuto lì fino ad alcuni anni fa, quando si è trasferita a Londra. Anche lei va alla fiera. Decidiamo di passeggiare e cenare insieme.

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In piazza, a Bologna, ci imbattiamo in un’assemblea pubblica. Un tipo si porta lo sgabello, ci sale sopra e comincia a parlare (ma anche di aria fritta). La gente gli si raduna intorno, un altro tipo prende la parola, e quello gli concede lo sgabello e così via. Non avevo mai visto una cosa così in Italia. Era una cosa a metà tra il comizio e il teatro di strada.

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In un edificio bellissimo e pieno di stemmi attaccati alle pareti (che cosa sarà?) che ospita la Biblioteca, c’era la mostra delle illustrazioni per Pinocchio di Leo Mattioli.

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Abbiamo scoperto che a Bologna ci sono un mare di librerie, un mare di libri vecchi, e un mare di edizioni di Pinocchio e di relativi sequel.

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Abbiamo mangiato e bevuto in questo posto che, come il resto, nella fretta e nella distrazione dell’avventura, non so come si chiama. Le lasagne erano buonissime.

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Durante la serata ci imbattiamo in un amico di Gustav, Patrick. Patrick fa un dottorato di ricerca a Bologna in Relazioni Internazionali. Parlando con Njusja, che è bianca, salta fuori la domanda: “Cosa significa essere africano?” La domanda io addirittura la allargherei e domanderei: “Che cosa significa Africa? Chi definisce l’Africa? Come si definisce l’Africa e come si definiscono gli africani?” Sì, sono in fase di definizioni. Mi sembro Gaber nella canzone Io non mi sento italiano. (Presto il video della conversazione)

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Il giorno dopo a colazione conosciamo Giulia, di Milano, che però a me a prima vista sembra spagnola e mi sembra anche molto simpatica per essere milanese. Purtroppo ho dei pregiudizi verso i milanesi, che vengono continuamente validati da un mio studente che fa frequenti viaggi di lavoro a Milano e puntualmente torna con chilometri di turpiloquio che lui crede essere normale linguaggio confidenziale.

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Così, andiamo tutte e tre insieme alla fiera, guardiamo le graphic novel di Giulia, ci separiamo e poi ci reincontriamo alla premiazione di In Altre Parole. Prima della premiazione, Claudia Zonghetti, traduttrice professionista di varie cose fichissime (tra cui Anna Politkovskaja) tiene un workshop di traduzione dal russo basato sul testo proposto ai concorrenti. Pare che una certa mia trovata di sostituire il Galletto d’Oro di Pushkin con Pinocchio, cambiando un intero pezzo di testo ma mantenendo l’intenzione delle voci dei bambini immaginari di Oster, abbia fatto colpo, e altre cose… un po’ meno. Bisognerà ritoccare qualcosa, rivedere ancora il testo, tradurre ancora tanto, ma io sono felice come una pasqua. Labor limae, a me!

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Anche Giulia ha avuto una bella notizia: qualcuno le ha detto che è pronta per lavorare.

Dopo pranzo con le ragazze siamo andate a mangiare un gelato: nocciola e bacio, il mio preferito. Ho raccontato a lungo delle varie prospettive sulla politica russa in questo momento. Gli ho fatto una testa così. E’ che Giulia domandava, e io non posso fare a meno di sfoderare le cose come un prisma, e ho il terrore che ci si chiuda negli stereotipi o nelle forme delle cose che abbiamo nella cultura di partenza, ma che non sono per forza della stessa forma nella cultura di arrivo.

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Poi Giulia è andata via e ho passeggiato ancora a lungo con Njusja. Abbiamo parlato di ecologia, in Italia, in Inghilterra, in Russia, perché Njusja lavora per una ONG che si occupa di ambiente.

Poi ho lasciato anche Njusja, chissà che non la rivedrò ancora a Napoli in estate, o a Bologna l’anno prossimo. E’ stato proprio bello trovare lungo il viaggio qualcuno che mi tenesse compagnia alla premiazione. Mi sono sentita molto Dorothy nel Mago di Oz.

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Il giorno dopo ho passeggiato un paio d’ore per Verona. E’ piena di russi. E devo dire che la casa di Giulietta col balcone, la statua con la tetta consumata e il negozio di souvenir con i cuoricini è una pacchianata esagerata e non ha niente di simile al letterario o, almeno lontanamente, allo shakespeariano. Queste però sono sottigliezze: è deformazione professionale.

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Dopo 20 anni dalla licenza elementare, scopro che a Verona passa l’Adige, e decido di immortalare.

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Ah, e infatti, postilla bibliografica. Questo viaggio lampo è cominciato ed è finito con due libri diversi: me ne ha ricordato un signore che parlava benissimo in italiano e che continuava a usare imperterrito il cellulare, che ho incontrato sull’aereo sia all’andata che al ritorno. All’andata, ero seduta vicino a lui e stavo leggendo L’Ora di Lezione. Per un’Erotica dell’Insegnamento, di Massimo Recalcati, che mi ha regalato la mia prof di lettere del Liceo. Al ritorno, lui è fermo nel corridoio dietro al carrello con le hostess, mi saluta, mi dice che si ricorda di me perché ha riconosciuto la copertina del mio libro… non l’ho ancora finito? Che strano titolo, che strana citazione sul retro, come può un’ora di lezione cambiare la vita? Può, può eccome, gliene parlerei per ore, gli vorrei dire, ma per qualche motivo mi spengo, non credo che lui possa capire; lui mi augura buon viaggio e va via. Io divoro il capitolo cinque e l’epilogo in un’ora e, tra le lacrime, mi tuffo sul secondo tesoro, trovato su una bancarella davanti alla Federico II a Napoli: Russia, di Enzo Biagi (La Geografia), 1974. E la commozione sale.

Come un segno: io in mezzo all’erotica dell’insegnamento e all’amore per la Russia e per le geografie e le questioni dell’italianità. Uamn.

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