Scalea comune di Russia


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“Scalea, Scalea, ma come mi diverte / girare per strada c’a’ cammisa aperta”, cantava Tony Tammaro. Quest’anno, con la cammisa aperta, passeggiava Ivan accanto a me; anche se a me Scalea non mi ha mai entusiasmato, lì ha casa una mia amica: il centro storico è carino, ma l’assetto urbano, parole di Ivan, fa venire in mente Gomorra.

(A Ivan non piace molto che lo chiami Ivan. Dice che per i tedeschi tutti i russi si chiamano Ivan. Io so, invece che per gli italiani tutti i russi si chiamano Vladimir, e per evitare connotazioni politiche ho preferito fin dall’inizio Ivan, che mi ricorda il personaggio delle fiabe; non sono riuscita finora a trovare un altro nome che mi sembri neutro e non marcato politicamente).

La prima cosa che ha notato Ivan, alla stazione di Salerno, è stata la facilità con cui i treni cambiano di binario. Prima viene annunciato un ritardo, poi cinque minuti prima che il treno arrivi, viene annunciato il cambio dal binario due al binario 1. Poi, il treno era zeppo e siamo stati in piedi per due ore, con la gente che litigava per uscire con le sue grosse valigie, e che ti sudava addosso. “Ho la sensazione che i vostri treni siano più stretti”, mi fa. Non ci avevo mai pensato, ma adesso ho capito perché i treni russi mi sono sempre sembrati così confortevoli, così poco angusti: sono più larghi.

Poi siamo arrivati a Scalea, in Calabria. All’uscita della stazione si vedeva una bandiera russa. Un’altra nel parco dove c’è l’appartamento della mia amica che ci ospitava, sui lidi, per le strade, ancora altre. Pare che il comune di Scalea sia gemellato con un comune russo che non riesco a trovare su internet; a parte questo, sapevo sì che a Scalea alcuni miei ex studenti russi avessero comprato una casa – e se ne vantavano come se avessero comprato a Sorrento, ma non avevo idea che veramente a Scalea ci fosse tutta questa presenza russa.

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In verità, russi non ne abbiamo visti di persona, ma girando per le strade nella controra, ci siamo imbattuti in macchine con targhe russe o ucraine, in agenzie immobiliari italo-russe che vendono case al mare per quarantamila euro e addirittura in una gastronomia con annesso bar: il Gastronom n°1, in via Oberdan 7/9.

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E’ stata una vera e propria allucinazione: c’era l’insegna con i caratteri cirillici e vecchi poster pubblicitari in vetrina; all’interno c’erano le stesse identiche confezioni di sguscionka di stampo sovietico che si vendono ancora in Russia, ma prodotte in Germania, più kvas, grano saraceno prodotto in Ucraina, caviale: tutto quello che serve per un pranzo russo. Anche la commessa ci parlava in russo mentre noi curiosavamo elettrizzati tra gli scaffali e io facevo le foto. Nel bar della gastronomia, con il caffè, davano i campioncini di cioccolato Aljonka della fabbrica Krasnyj Oktjabr’.

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Quando alla cassa abbiamo pagato i due barattoli di sguscionka che avevamo preso per i nostri amici e per i miei genitori, da versare sui bliny, ho parlato con la cassiera in russo:

– Scusi la domanda, ma lei di dov’è?

– Io sono Ucraina, – mi ha risposto lei in Italiano.

– E da quanto tempo vive qui?

– Quindici anni.

– Wow, io invece vivo da due anni a Mosca, con lui… lui è russo.

Loro si scambiano uno sguardo, lui le sorride; io mi domando se, con tutto questo rumore globale sulla Russia e sull’Ucraina, si sentono goffi in questo momento.

Poi ancora lei:

– Parla molto bene in russo.

– Grazie.

– Comunque, la sguscionka  è molto simile al latte condensato che si vende in Italia, è sostituibile.

– Ah. Wow, grazie.

Ma voi lo sapevate che in Italia vendono il latte condensato? E per farci cosa? Io non ne avevo idea. Io ho conosciuto il latte condensato solo in Russia. Ivan dice che per farlo marrone come capita di trovarlo nei ponchiki, brioches rotonde, bisogna mettere il barattolo chiuso a bollire ancora per alcuni minuti, ma facendo attenzione che non esploda.

Poi siamo usciti sul vicolo, felici con la nostra sguscionka e la cioccolata Aljonka, e a poche centinaia di metri sussurrava il mare, e intorno era l’ora della pennichella. Il mondo non è solo diventato piccolo, ma si è mischiato tutto.

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