Da dove comincia la patria?


Quando mi sono iscritta all’università, sull’opuscolo della facoltà c’era la citazione del vangelo in cui lo Spirito Santo scende sugli apostoli con il dono delle lingue. Da allora, mi sono sempre identificata con quella discesa, e non solo per la consapevolezza di aver ricevuto io stessa il dono delle lingue: certe volte mi viene l’ispirazione, mi si accende la lampadina, e arriva così, proprio scendendo dal cielo, scoppiettando una scintilla dopo l’altra, mi gasa per due o tre giorni di fila in cui al pensiero non riesco nemmeno a dormire bene, e poi passa.

Questa ispirazione è arrivata così. Una mia studentessa mi ha mostrato un video in cui sua figlia, anche lei mia ex alunna, canta una canzone patriottica con il coro della scuola. La canzone, mi ha spiegato la mia studentessa, si intitola S chego nachinaetsa rodina? e la conoscono tutti. È stata scritta da Michail Matusovskij e composta da Beniamin Basner per il film Schit i Mech (Lo scudo e la Spada) del 1968, basato sul romanzo di Vadim Kozhevnikov e diretto da Vladimir Basov.

La prima scintilla è stata la domanda del titolo, e la sua traduzione. Sapevo fin dal primo momento che la traduzione giusta era Da dove comincia la patria? , ed è stato difficile spiegare alla mia studentessa che non aveva senso attenersi alla forma originale e tradurre “Da cosa?”. Anche se in russo il titolo non dice “otkuda”, è evidente che si riferisce a una delimitazione del concetto di patria. Delimitazione che è la seconda mia scintilla: “Da dove comincia la patria?” è una domanda alla quale cerco risposta da quando ho incominciato a rifiutare la patria di Cavour e Garibaldi che mi avevano insegnato alle elementari e a cercare la mia versione personale di Itaca. Da dove comincia questa Itaca? E visto che è chiaro che i suoi limiti non sono semplici linee tracciate sul mappamondo, come la delimitiamo? Dove la collochiamo? Ma soprattutto, a cosa ci serve, visto che per lei siamo disposti o comunque veniamo mandati a morire, senza immaginare che un giorno i suoi confini geografici e ideali cambieranno?

Sono tornata a casa, ho aperto youtube, ho guardato questo video:

Seconda scintilla. Devo assolutamente studiare questa canzone a memoria, perché sarebbe bellissimo condividerla con i lettori del blog. Ho trovato gli accordi, ho modificato la tonalità, ho immaginato un arrangiamento più malinconico (o più neomelodico?), e mi sono messa tutta la mattinata a suonarla e risuonarla.

Di sera, dopo il lavoro, uguale, ma a quel punto è sopraggiunta la terza scintilla. Stavo lavando i piatti e ho immaginato che avrei voluto far capire a mia madre, per esempio, cosa significa questa canzone, senza però doverglielo spiegare prima di cantarla o dopo averla cantata. Insomma, è bello quando riesci a trasferire il significato e ALLO STESSO TEMPO ripetere l’armonia di forme in cui il significato è stato pensato. Immediatamente, ho cominciato a cantare in italiano facendomi la traduzione simultanea in testa. Dopo due o tre tentativi e qualche aggiustamento qua e là, pareva quasi credibile. Mancava solo lo skvorets, lo storno annunciatore della primavera.

Il cavaliere senza macchia e senza paura è tornato a casa e io l’ho fermato sulla porta: “Devi ascoltare cosa ho tradotto prima che me lo dimentichi!” Gli si sono fatti gli occhi come i fanali della macchina quando accendi gli abbaglianti. Così ho capito che, prima di andare a dormire, dovevo assolutamente scrivere, per non dimenticare.

La mattina dopo siamo partiti per il Volga e mi sono portata dietro la mia chitarra sovietica sgangherata ricevuta in regalo da un amico peruviano che ce l’aveva per caso in camera sua. Ho pensato che il video l’avremmo girato lì, con il cellulare, sullo sfondo del fiume. Il posto dove siamo andati l’ho raccontato qui.

Il secondo giorno la nostra amica Nadya ha detto che doveva mostrarci una palude incantata in mezzo al bosco, perciò l’abbiamo seguita oltre la nostra baza, attraversando un punto del villaggio che non avevo mai visto prima: in mezzo al bosco di pini c’è una radura e in mezzo alla radura c’è un vecchio cinema teatro all’aperto evidentemente inutilizzato da tanto tempo. “Cavolo, ragazzi, questo è perfetto per un’esibizione!” Sono salita in scena, ho cantato al mio pubblico improvvisato Nezhnost’ e ho avvisato il cavaliere senza macchia e senza paura: “Domani ci alziamo alle 7:00. Il video lo veniamo a girare qui, prima di colazione”. È stata la quarta scintilla. Al posto dello storno annunciatore della primavera, ci ho messo la rondine che a marzo torna a nord, e non solo perché con lo storno non riuscivo a fare la rima, ma perché non conosco un solo italiano al quale la parola “storno” dica qualcosa che gli ricorda immediatamente la primavera.

La mattina dopo pioveva, ma il cavaliere senza macchia e senza paura si sentiva particolarmente eroico e ha cominciato a farmi cinquantamila riprese e panoramiche con macchina fotografica e cellulare, costringendomi a ripetere la canzone dieci volte o più in entrambe le lingue. Di prima mattina, sotto la pioggia, non è affatto facile impostare la voce mentre provi a stare dritta tenendo in mano uno strumento musicale che occupa metà della tua persona.

Quando, dopo la colazione, ho riguardato il video, è arrivata la quinta scintilla. Con tutti questi ritagli, era impossibile trovare un solo video dove cantassi dall’inizio alla fine senza che nel mezzo mi sgolassi o storcessi un sopracciglio. Bisognava montarlo, ma dove li prendevo i pezzi per montare quattro minuti di filmato, arricchendoli di senso? Proprio la sera prima avevamo raccontato ad alcuni nuovi amici di un campo per le vacanze abbandonato che avevamo trovato l’anno scorso. Avevo girato delle scene, durante quella passeggiata, ma da allora non avevo mai avuto il tempo e l’ispirazione per metterle insieme. Adesso invece sembrava che le avessi girate apposta per incollarle su questa canzone.

foto da Esosedi

Gli edifici abbandonati e la tomba comune che compaiono nel video si trovano a Mednoe, un villaggio a 40 chilometri da Tver nel quale eravamo andati, l’anno scorso, a visitare la fattoria italiana Little Italy. Forse cento metri prima della fattoria, dall’altro lato della strada, c’è ancora l’insegna arrugginita: Ozdorovitel’nyj lager Sokol. Non so come si dice in italiano questa cosa; è un tipo di vacanza tipicamente sovietico: le persone venivano mandate tramite il posto di lavoro (o potevano andare a proprie spese) a riposare in luoghi in cui ci si prendeva cura della loro salute (ozdorovitel’nye, appunto) e contemporaneamente si provvedeva al loro intrattenimento culturale. A giudicare dagli oggetti trovati in questo lager, questo posto era particolarmente dedicato ai bambini: c’erano vecchie macchinine, poster, ma soprattutto una grande insegna su sfondo rosso dietro a una finestra distrutta: “Tieniti pronto a difendere gli interessi del partito comunista!”

Quando sia stato abbandonato il lager è un mistero. Secondo i dati di questo elenco di attività commerciali, sarebbe stato registrato nel 2003: possibile che nei primi anni 2000 fosse ancora funzionante come centro ricreativo per bambini? Mi sembra strano, perché gli oggetti ritrovati risalgono a un periodo molto più lontano.

È proprio per il vecchiume e il misto di tristezza ed entusiasmo che provocano i luoghi abbandonati, specialmente quando ci sono gli oggetti di uso quotidiano a renderli vivi e umani, che ho deciso di usare le immagini del lager Sokol. Sia nella canzone che nelle mie immagini mentali, la patria è una proiezione del passato sul presente e sì, forse l’autore della canzone non voleva dire questo, ma a me sembra che della patria si possa soltanto avere nostalgia. Un po’ come di Dio, no? Rincorriamo l’impronta sulla sabbia, ma chi ha fatto il passo a cui noi diamo così tanta importanza è già andato avanti e, senza che facciamo nemmeno in tempo a capire dove, l’acqua ha già tirato giù nei suoi abissi anche l’impronta. Ogni volta che troviamo reliquie del passato stiamo vivendo quel momento meraviglioso in cui l’autore dell’impronta è già scomparso, ma l’onda si sta ancora gonfiando. In quel momento in cui il passato, che non esiste più, si affaccia sulla nostra corsa vestro il futuro, che non esiste ancora, possiamo parlare con i nostri fantasmi. E se la patria, con i suoi confini d’inchiostro, con i suoi carri armati e l’ansia della natalità, fosse uno di quelli?

Ecco il video in italiano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...