La prima neve ad Astrakhan (2017)

Lì per lì non l’ho capito che ad Astrakhan durante la notte aveva accennato a nevicare. Non potevo neanche supporlo, perché il giorno prima c’era stata una giornata d’autunno nella media: freddina, con qualche rovescio, ma niente di più. In studentato avevano già acceso il riscaldamento centralizzato che rendeva indistintamente afoso qualunque ambiente, per fortuna, e così mi era bastato prendere una felpa leggera dall’armadio … Continue reading La prima neve ad Astrakhan (2017)

Lingua russa a San Pietroburgo. Episodio 2

Se la volta scorsa vi ho raccontato come immatricolarsi ad un corso di lingua russa a San Pietroburgo, questa volta, come promesso, vi illuminerò sui contenuti del corso di livello avanzato, che io inquadrerei come un C1, anche se non era denominato in questo modo… o meglio, non era denominato in nessun modo.
Partiamo da un presupposto: come io ci sia finita nel corso di livello C1 non è ancora stato chiarito. Ricordo solo che durante la procedura di immatricolazioni avevo fatto un test d’ingresso nel quale mi veniva chiesto di rispondere ad alcune domande, che di solito sono relative al livello A1 – come ti chiami? dove abiti? cosa fai nel tempo libero? – e mi era stato dato in mano un foglio con scritto il mio nome, il nome della mia insegnante e gli orari del corso.

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Lingua russa a San Pietroburgo. Episodio 1

La mia partenza per San Pietroburgo, inizialmente, non era stata fissata per febbraio, ma per ottobre: numerosi problemi con il visto l’hanno fatta slittare di parecchi mesi. Per chi è abituato a viaggiare in Russia, il visto è una rottura di scatole; per chi in Russia non c’è mai andato, il visto è una creatura mitologica, una sorta di unicorno albino appena uscito dalla Foresta Proibita che dovrebbe idealmente portarti in Russia. Il mio caso era a metà tra queste due situazioni: ero già stata in Russia con dei visti turistici, quindi sapevo che era necessario il visto e che ci voleva del tempo; ma non avevo mai richiesto un visto a lungo termine e non sapevo che “lungo termine” era soprattutto riferito al tempo – biblico – necessario per averlo. Ad agosto del 2013 avevo deciso che, visto che mi ero appena laureata in Mediazione Linguistica, era necessario trascorrere un periodo di tempo in Russia. A settembre, grazie all’aiuto di colui al quale da allora mi affido sempre per i visti, avevo individuato la scuola e il percorso che avrei voluto seguire, avviando di conseguenza le pratiche per le quali in teoria avrebbero dovuto volerci circa sei settimane. Alla fine di gennaio, finalmente, è arrivato il visto!

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CAMPEGGIO ALLA RUSSA, parte 1 – Il viaggio

Prima di scrivere questo post, mi sono presa una lunga pausa. Di tre anni.

Temevo di non avere le forze per raccontare un’esperienza del genere, o forse degenere, che rasenta il mistico, l’estremo e l’incredibile: il campeggio alla russa. Cos’ha il campeggio alla russa di diverso rispetto al campeggio normale? L’idea di fondo: non siamo qui per divertirci, siamo qui per vedere chi di noi sopravvive.

Questa sorta di darwinismo dei bungalow si attua in una splendida radura nella boscaglia delle isole di Saratov, raggiungibile col gommone quando non tira troppo vento. E quando tira troppo vento, direte voi? Meglio non approfondire.

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La conferenza di Yalta. 3- Obruset', diventare russi

Il secondo e il terzo giorno dell’avventura in Crimea i peripatetici eravamo tre: una donna in cerca di se stessa perché sospettava di essersi spezzettata durante i suoi viaggi (io), un giovane folle e avventuroso con un solo zainetto che si era fatto 24 ore di autobus per arrivare in Crimea senza nessun programma (Boris), una donna altrettanto entusiasta e spregiudicata che si era trasferita in Crimea appena dopo il referendum e si era sposata con il suo couchsurfer (Rada).

Gli argomenti del simposio sono tanti, ma uno fa da filo rosso: come si fa a essere sé stessi, se si cambia? Si può non cambiare e rimanere sé stessi? Si può smettere di essere sé stessi, cambiando?

Una sega mentale assurda.

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Dove sta il fagiano?

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Per me si va nella città dolente,

per me si va nell’eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Tralallalero trallallà,

perdete ogni speranza, o voi che entrate.

Questo è come io mi ricordo i versi imparati a memoria a scuola. Me li ricordo se mi ricordo bene cosa significano, se mi hanno commossa (finché il sole risplenderà sulle sciagure umane mi basta per tutti i Sepolcri), se non me li sono dimenticati. E poi io sono della scuola che non si impara a memoria, ma si ragiona fino ad arrivare all’automatismo. Come quando, in scena, mi ricordavo cosa dovevo dire perché mi ricordavo anche in che punto dovevo trovarmi e chi era accanto a me o dietro di me.

Non credo che i russi sarebbero d’accordo. In questo paese ho visto un mare di gente ricordare a memoria interi pezzi dell’Evgenij Onegin di Puškin, della Nuvola nei Pantaloni di Majakovskij, dei Dodici di Blok. Questa gente si ricorda a memoria Chodasevič, una sera a una cena di Capodanno un ingegnere edile citava a memoria Есть Женщины в Русских Сельеньях di Nekrasov. Uno pensa: sono amanti della bellezza. Del resto, come potrebbe non amare la bellezza in maniera carnale, quasi come i napoletani, la gente della “bellezza che salverà il mondo”?

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Ниоткуда с Любовю – i russi non dicono merda

Niotkuda s ljubovju è una performance poetica e musicale scritta dal vincitore del premio Babushka Pushkina Kirill Kuznetsov: include poesie di Kirill Kuznetsov, Marina Tsvetaeva, Josif Brodskij, Vladimir Majakovskij, Boris Pasternak, etc.; hanno partecipato Kirill Kuznetsov, Darja Zeleneva, Sydney Vicidomini. E’ andato in scena per la prima volta a Kamergeskij Pereulok nell’ambito del Festival moscovita “Otkrytye Ulitsy” (strade aperte). E’ possibile guardare la performance qui. Prima … Continue reading Ниоткуда с Любовю – i russi non dicono merda