Nel 2021 eravamo ancora in pandemia e io avevo serie difficoltà a tornare in Italia per le feste. Innanzitutto perché a luglio del 2020 mi ero vaccinata con lo Sputnik allo Stadio Luzhniki insieme a tutti i migranti per salvare l’azienda in cui lavoravo, che se non avesse raggiunto il numero adeguato di vaccinati avrebbe chiuso. In Italia lo Sputnik era acqua santa, mi sarebbe toccato fare lo Pfizer e ottenere il greenpass o stare a casa. Ma oltre a questo, se non sbaglio, c’erano anche delle restrizioni in Russia per cui, se avessi lasciato il territorio russo per rimpatriare, avrei perso il mio visto e la possibilità di rientrare al lavoro.
Passai la veglia di Capodanno a casa di un amico, un traduttore dall’italiano al russo, e la mattina presto presi un volo per Anapa, sul mar Nero (ma non in Crimea), per provare, per la prima volta nella mia vita, cosa significa farsi le vacanze in sanatorio. Gli anni tra il 2019 e il 2022 sono stati per me particolarmente solitari e rivelatori: vivevo da sola, avevo tra due e quattro lavori e viaggiavo spesso da sola. E all’inizio del 2021 questa solitudine cominciava a farsi sentire e la mia fragilità non condivisa in relazioni significative cominciava a rendermi porosa e scricchiolante intimamente, nonostante le acrobazie sui nastri. Il sanatorio, prenotato su internet al volo in una zona mite e di mare, per poter dar riposo ai miei nervi dal ghiaccio di Mosca, serviva per coccolarmi, per curarmi, per staccare la spina.

Il medico al quale fui indirizzata dal receptionist si fece una brevissima chiacchierata con me, mi misurò la pressione, mi guardò in faccia e mi chiese subito se sono una tipa nervosa, se ho mai avuto problemi di stomaco. “Come lo sa?” mi domandai, ma mi dissi subito che non a caso il medico lavorava in un sanatorio. “Desideri particolari?”, mi chiese. “Sì, i massaggi alla cervicale”.
Il programma assegnatomi per quei 5 giorni fu questo:
- al mattino colazione
- a seguire massaggio alla cervicale
- poi bagno di 15 minuti nella valeriana
- passeggiata lungo il mare
- mezz’ora prima di pranzo bere un determinato tipo di acqua che non ricordo più al bjuvet sul lungomare
- pranzo
- nel pomeriggio riposo, turismo, piscina
- cena alle 18:00
- sonno
Il sanatorio, per quanto chiaramente di stampo sovietico e quindi nato brutalista, era molto bello. Nella mia stanza c’erano il lettone, il frigobar e anche la TV, non che avessi voglia di guardarla. La colazione, al sanatorio, era la stessa degli alberghi trovati in giro per la Russia, solo con la frutta in aggiunta: yogurt, zapekanki (dei buonissimi gateau con la ricotta), kashe (la zuppa di avena, di riso, di orzo o di semolino nel latte, e sì, io ci metto la desinenza italiana del plurale perché per me, ormai, queste sono parole entrate come prestiti nel mio italiano e consolidatesi nelle mie colazioni), uova. I pranzi e le cene erano dietetici, ma alla russa: la carne con le patate, le patate con la carne, i cetrioli con i pomodori o i pomodori con i cetrioli…
Ogni mattina, per quei pochi giorni che mi sembrarono un’eternità, andavo all’ora prestabilita a mettermi in fila al protsedurnyj kabinet e poi, per mezz’ora, mi facevo massaggiare il collo e le spalle da un signore che non sorrideva e non parlava mai, se non per proferire due o tre parole essenziali, come “buongiorno” e “lei chi è?”, cosa che non aveva più bisogno di domandarmi già il secondo giorno e per questo la seconda parola era “arrivederci”, ma non sempre. E in effetti, a pensarci bene, farsi massaggiare in Russia da un uomo che esercita la sua professione con la meccanicità dell’operaio e che non ha nessuna voglia di parlare con te, è davvero rilassante. E me ne rendo conto ricordandomi di quanti massaggi ho fatto in Russia pensando: “Non tornerò mai più qui perché mi volevo riposare per un’ora e non ho fatto altro che rispondere a domande sull’Italia e sulla mia vita privata e ascoltare i problemi di coppia della mia massaggiatrice, e purtroppo mi stressa troppo dover chiedere un po’ di silenzio”.

Dopo il massaggio andavo a mettermi in fila davanti a una delle tante vannaja komnata (la camera da bagno) in cui avrei fatto il bagno nella valeriana. Queste stanze avevano un aspetto che non so se ricordasse più una vecchia prigione o un vecchio ospedale, ma erano molto pulite. Un’infermiera disinfettava la vasca tra un paziente e l’altro e poi veniva a dare istruzioni. La prima volta mi diede una clessidra, la appoggiò sul bordo della vasca al lato dei miei piedi e mi disse di immergermi completamente, appoggiare la testa e preferibilmente chiudere gli occhi: lei sarebbe andata via e io avrei dovuto chiamarla quando la sabbia nella clessidra era scesa tutta. Come si fa a chiudere gli occhi se bisogna controllare una clessidra? Io gli occhi li chiusi, ma ricordo che la tentazione di sbirciare la clessidra era grande, anche se in fondo, cosa sarebbe successo se non l’avessi controllata? Mi avrebbero lasciata lì? Ci sono degli effetti collaterali se si sta immersi nella valeriana per più di 15 minuti?
Rimanevano normalmente un paio d’ore prima di pranzo, e ne passavo una a leggere Il deserto dei tartari, che finii di leggere proprio ad Anapa, e l’altra ad andare al bjuvet a bere l’acqua minerale speciale che mi era stata prescritta mezz’ora prima del pasto. A mensa mangiavo da sola. Ero l’unica persona non accompagnata nel sanatorio ancora addobbato per il Capodanno, dove molti dei presenti, proprio la notte del 31 avevano fatto festa.


Io non sono e non ero abituata ad avere tempo libero, sono così poco abituata che quando ho tempo libero lo riempio subito, perché mi sento quasi in colpa a fissare il soffitto o le nuvole. E ad Anapa non c’era nulla da fare a parte passeggiare, guardare le vetrine, i morzhi, i trichechi, cioè gli uomini che si fanno il bagno in inverno, e fotografare gabbiani e cigni sulla spiaggia. Proprio i cigni sulla spiaggia non li avevo mai visti.

Ma ci sono anche un altro paio di cose interessanti che si possono fare ad Anapa, dove in particolare non c’è niente da fare. Vedere l’oceanario, cavalcare un delfino e visitare il museo archeologico di Gorgippia: così si chiamava Anapa quando era ancora colonia greca nel Bosforo Cimmerio e prima di diventare colonia genovese dal nome di Mapa. E quello che io feci uno di quei giorni fu proprio prenotarmi per una visita guidata del museo e del piccolo parco circostante, che si trova proprio al centro della città e ospita ancora fondamenta di antichi edifici. È buffo, ma mi sembrò di essere in una piccola Paestum, che in Italia è poco lontano da casa mia.


Anche la piscina del sanatorio mi rimase impressa. Non aveva una bella faccia e le mancava quasi il bordo. Superati gli spogliatoi, si accedeva a una stanza grandissima e piena d’acqua le cui pareti si ergevano a forse dieci centimetri dal bordo della piscina. Sembrava uscita da qualche sogno ansioso. Ma mi rimase ancora impressa, più della piscina, forse, la sorpresa di un signore sulla cinquantina e del figlio di forse dieci anni che lo accompagnava, nel vedermi nuotare a stile libero o immergermi e uscire dal lato opposto. “Papà, ma com’è brava?”, gli diceva il figlio, e il padre rispondeva: “È italiana”. In quella piscina io dissi addio definitivamente al mio timpano destro, che fu accuratamente ricostruito da un medico lituano nel più grande centro otorinolaringoiatrico di Mosca un anno e mezzo dopo e a guerra già iniziata, ma questa è un’altra storia.


Una di quelle sere questo signore mi fermò in corridoio dopo cena, mentre stavo uscendo. Mi chiese di mettergli il wi-fi sul cellulare o qualche altra cosa del genere. E ne approfittò per parlare con me. Forse mi sbaglio, ma ebbi l’impressione di piacere a questo signore accompagnato dal figlio e molto presente per lui, ma senza la moglie, e la cosa mi intimorì. Mi parve di suscitare in lui un interesse niente affatto superficiale, ma genuino, di cuore. E nonostante a quell’epoca io fossi estremamente sola e bisognosa d’amore, l’idea mi spaventava tanto. O forse, semplicemente questo signore sui cinquant’anni come si portano spesso in Russia, cioè portati male, non mi piaceva. E comunque, povera me, perché è probabile che questo signore molto buono volesse semplicemente rimediare per qualche giorno alla mia solitudine accompagnandomi in giro per la città. Cosa che però non era necessariamente un rimedio per me, perché se da un lato mi sentivo sola, dall’altro avevo bisogno di stare da sola.

Chiudendo questa breve parentesi su questo signore di cui ho un ricordo tenero, una considerazione sul sanatorio post-sovietico fresca di giornata: il sanatorio altro non è che una spa, ma con un vibe spartano. Mentre dalla spa ci aspetta benessere, relax, coccole, tempo da dedicare “a me stessa”, dal sanatorio, ovvero ozdorovitel’nyj tsentr (centro di “rinsalutamento”) ci si aspetta di rinvigorirsi, di migliorare il proprio stato di salute e di riposare (non relax, riposo!) sotto la guida di un medico, non di un’estetista, e soprattutto senza fronzoli. Niente fiori di loto sugli stucchi del soffitto, niente candele aromatizzate o vasetti con i petali essiccati agli angoli delle stanze, buddha appoggiati sulle mensole random o promo di San Valentino con i petali di rosa nella stanza. Al loro posto, pareti rivestite di maioliche bianche o azzurre scorticate qua e là, finestroni con i vetri smerigliati, personale in camice bianco. La sostanza, se non è proprio la stessa, lo è quasi. È la scorza che cambia.


