infodemia

Infodemia

Ha un nome. Me l’ha detto l’AI Overview di Google. Il sovraccarico di informazioni non richieste, non verificate e non verificabili dal quale cerco di proteggermi da 5 anni ha un nome, e finisce proprio con “-demia”, come la pandemia e l’epidemia, parole che indicano la diffusione di un male tra la gente, ma anche con “-emia” come la glicemia, l’iperemia, l’anemia e la leucemia, che se non lo sapete sono tutte cose che hanno a che fare con qualcosa che non va nel sangue.

Ed ecco nel mio sangue cosa non va e da quale male io cerco (forse invano) di proteggermi e vorrei che vi proteggeste tutti voi che magari a volte non vi accorgete nemmeno che esista.

Il caso più recente. A parte il fatto che ieri, a leggere che gli USA hanno occupato il Venezuela, mi ha preso un colpo. Ieri è anche successo che Whatsapp, in Russia, ha definitivamente smesso di funzionare. Dice, ma quando stavi in Russia tra l 2022 e il 2024 ti accontentavi di stare sui social Meta con il VPN. Sì: mi accontentavo, appunto. Tant’è che dopo il mio rimpatrio ho aperto un canale Telegram per russofoni sapendo bene che chi mi vuole seguire dalla Russia potrebbe non avere i soldi per un VPN decente o non avere voglia di essere schiavo di un VPN per aggirare il sistema. Uno si accontentava nell’attesa che tutto ciò finisse.

Negli ultimi mesi comunicare con la nostra famiglia in Russia è diventato molto più difficile. Prima hanno smesso di funzionare le videochiamate su Whatsapp, poi quelle su Google Meet e su Telegram (anche con un VPN attivato in Russia). Questo ha comportato che tre quarti dei miei studenti online, visto che in Italia lavoro pagato adeguatamente ce n’è pochissimo e solo a fare l’elemosina e quindi io lavoro ancora con la Russia, li ho dovuti trasferire su Zoom. che costa la modica cifra di 140 euro all’anno. Mi direte, non tanti, per una che su Zoom ci lavora. Ma no, sono tanti per una che non sa quando al Roskomnadzor verrà voglia di bloccare anche Zoom: perché a me Zoom a pagamento non serve in un mondo in cui ho una vasta scelta di applicazioni con cui lavorare e in cui praticamente tutti hanno un account Google. Quando questi 140 euro si trasformeranno in una spesa vana? Tra un anno o tra una settimana?

Così abbiamo fatto qualche videochiamata su Zoom, ma con poco successo. Poi con Meet tramite il VPN. Poi è diventato difficoltoso anche quello, fino a che la settimana scorsa non siamo riusciti non si sa per quale miracolo a parlare senza video su Telegram, e lì ho saputo che già da alcuni giorno le foto della bambina che inviavo non si caricavano, e quindi ho trasferito tutta la comunicazione della famiglia su Telegram. Fino a quando non chiuderanno Telegram, ovviamente.

Ci sono messenger alternativi? Ci sono. Ce ne sono diversi e non sono collegati a Meta. Questa cosa mi dovrebbe piacere visto che sono sempre stata l’avvocata della diversità e del pluralismo e, obiettivamente, Meta ormai detiene il monopolio della vita online in Occidente se escludiamo TikTok, con Threads che non ho capito a che serve visto che è una specie di Twitter, Instagram che è diventato un centro commerciale e Facebook che è il nuovo bar del paese. Ma quello che non mi piace è che molti di questi pare che siano del governo. VK, per esempio, dicono (sono sempre voci di corridoio, perché ormai spesso ho il RIFIUTO di cercare di verificare informazioni nella palude delle informazioni non verificabili) che sia controllato dal Roskomnadzor e MAX, che se non lo volevi installare adesso sarai costretto a installarlo perché poco a poco non funzionerà più nulla (e con tutto il rispetto che io nutro per i vaccini… questa strategia non vi ricorda affatto come siamo stati costretti a vaccinarci liberamente con un vaccino non obbligatorio?!), è direttamente collegato a Gosuslugi, la piattaforma online del governo sulla quale sono caricati tutti i tuoi documenti personali e attraverso la quale puoi richiedere i servizi (dal passaporto al capitale materno), e alla quale adesso è obbligatorio collegare i propri conti in banca. Cioè l’alternativa più funzionante al panopticon di Meta è il Grande Fratello russo. E se mi fai scegliere tra zuppa e pan bagnato io mi sento un po’ presa per culo. Perché la vera scelta sarebbe tra zuppa, insalata caprese e tiramisù, non tra zuppa e pan bagnato. Certo, però, come sempre mi viene da pensare che almeno i russi sono più onesti: Meta, come il resto delle cose nostre, occidentali, ti fa sembrare libero, sgargiante e scintillante ciò che non necessariamente lo è, mentre Gosuslugi è Gosuslugi, te lo dice proprio che se vuoi comunicare devi rendere conto di ogni pelo che hai sul sedere, non ne fa mistero né impacchetta la cosa come una rivoluzione della comunicazione. Ma anche pensando a questo, non sono contenta.

Dice, ma cosa c’entra questo papiello sui messenger con l’infodemia?

C’entra che ho un’amica, a Rostov sul Don, che la mattina accompagna la figlia a scuola con i droni che le volano in testa, le camionette dei militari parcheggiate agli angoli delle strade, le mensole dei negozi che si svuotano a giro di tanto in tanto e che si lamenta dell’impossibilità di riuscirmi a fare una telefonata in grazia di Dio, ma non solo a me, anche a tutti gli amici che lei ha, per esempio, in Armenia, siccome l’Armenia è la sua seconda patria.

C’è un’altra amica russofona, in Svezia, che mi suggerisce di installare MAX, mi dice di non cercare sempre i colpevoli, ma di trovare soluzioni, e di tenere conto del fatto che i messenger vengono bloccati per prevenire atti terroristici. E ok, ci sta anche questo.

Non fosse che… scusami, ma dove sono le fonti verificabili che proprio QUESTI messenger vengono usati a scopi terroristici e COME?

La mia amica le fonti me le trova, in buona fede me le trova. Due articoli, entrambi in lingua russa, uno di Tatar-inform e uno di Ren TV. Quello di REN TV non porta indicazione dell’autore, come ormai quasi nulla di quello che leggiamo online, quello di Tatar-inform è scritto da Elena Fenina, il cui curriculum sembra introvabile: pare che lavori soltanto per Tatar-inform e di lei non si sa nulla.

E questo è grave. Ci sono dei principi ai quali io, quando verificavo le informazioni con una certa assiduità (e con tanta difficoltà), mi affidavo.

  1. L’autore è importante. Se non c’è una faccia dietro la persona che riporta la notizia, non c’è presa di responsabilità. Non importa che non si tratti di un articolo di opinione, l’autore dovrebbe essere fondamentale anche per l’articolo di cronaca, perché io DEVO SAPERE e eri presente, se hai fatto un collage di testi, se hai scopiazzato, DEVO SAPERE qual è la reputazione di chi scrive.
  2. Di chi è il giornale o la piattaforma, chi lo gestisce? Non tanto per crearmi il pregiudizio, ma per capire quali possono essere i motivi di una determinata linea editoriale, o anche per sapere SE quella fonte da spazio ad alcune cose piuttosto che ad altre.
  3. La stessa informazione è trovabile in altre lingue a cura di autori diversi? Se una determinata verità esiste soltanto nella mia lingua e nessuno si è preso la briga non dico di tradurla, ma di narrarla in un altra lingua e proprio da un’altra prospettiva, è giusto che sorga il sospetto che quella realtà viene costruita solo per me, specialmente se non conosco altre lingue attraverso le quali verificare.
  4. La stessa informazione è dibattuta? Il paradosso della verità è che nulla è mai vero al 100% ma può esserlo al 99% se ci sono centinaia di persone che su quella cosa hanno opinioni diverse non prese dalla paura che si sono fatti addosso scrollando il telefono in bagno, ma basate su osservazione, ricerca, confronto.

Senza queste minimo quattro cose, non andiamo d’accordo. Perché io dovrei essere messa in condizione di fare le mie valutazioni non solo in base alle mie emozioni rispetto a un fatto, ma rispetto all’ipertesto dal quale quel fatto nasce e che intorno al fatto prolifera. Non perché non ci voglio credere punto e basta che i messenger di Meta vengano usati a scopi terroristici, pur leggendo il contenuto di questi articoli. Tutto è possibile. Ma è proprio questo che mi angoscia: TUTTO È POSSIBILE.

A questo proposito, in tempo di pandemia, qualcuno in Russia diceva: “Nel Coronavirus non ci credo”. E ci si rideva, su questa cosa, perché la costruzione usata era la stessa usata per dire “In Dio non ci credo”. Come dire che non è più un dato, un fatto, ma una questione di fede.

Ma per me, e io sono una che la fede la prende abbastanza sul serio, l’informazione non è un fatto di fede. E se non posso SAPERE, avere realmente ACCESSO alla FONTE dell’informazione, io quasi quasi preferisco non sapere.

Preferisco essere arrabbiata che hanno bloccato Whatsapp e rimanere ferma sulla mia posizione che scaricherò MAX soltanto quando sarà diventato inevitabile.

C’era un altro episodio di infodemia che vi volevo raccontare. Riguarda quella volta che tipo stavano per fare un colpo di stato in Russia, io ero incinta, dall’Italia mi avete fatto venire un malore e fuori alla finestra non stava accadendo assolutamente nulla. Forse sarà in un altro post.

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