C’è un uomo divorziato con un bambino che non ha mai imparato a parlare che ha perso il lavoro, ma ha anche ricevuto la chiamata al servizio di leva e, per non rischiare di essere arruolato nel frattempo, cerca rifugio nelle campagne russe.
C’è un cittadino russo di nazionalità ucraina che si è sposato in fretta e furia con la fidanzata straniera ed è andato a lavorare online in un paese europeo. Per non rischiare la mobilizzazione e soprattutto per non rischiare di combattere contro i suoi stessi parenti. Per non perdere il lavoro, lei è rimasta dov’era e sono stati separati per un anno intero.
C’è una coppia che a febbraio del 2022 ha venduto tutto, macchina, strumenti musicali, mobili, e ha speso circa mezzo milione di rubli (sono al momento circa 5000 euro e per molti di noi millennial, specialmente in Russia, sono la metà dei risparmi di una vita) per fuggire nel primo paese disponibile.
C’è un attore che era atteso alle prove di uno spettacolo e quando lo chiamarono per sapere dov’era finito, rispose che la sera prima aveva attraversato il confine georgiano in bicicletta, e la bicicletta gli era costata un occhio. Oggi quell’attore è arrivato in modi a noi, emigranti comodi e regolari, incomprensibili, a Hollywood: si solleva a giorni alterni dallo stato depressivo facendo provini e partecipando in piccole produzioni, il suo inglese è migliorato tantissimo.
C’è una madre malata alla quale non è chiaro quanto tempo rimane che assolutamente non vuole che il figlio torni a vederla, e c’è un figlio che tira avanti, ride, lavora, manda avanti la baracca come può nelle condizioni precarie in cui si trova nel paese che lo ospita.
C’è una signora benestante che fa la spola tra il paese di elezione e la Russia per le sue cose di lavoro e che ha trasferito figli e marito e non li fa muovere da dove stanno.
C’è un ragazzino che ha la fortuna di avere anche un passaporto europeo: i suoi genitori possono permettersi di trasferire tutta la famiglia prima che lui compia l’età della leva e di farlo studiare all’estero, e lui sa che partirà e che, se non finisce la guerra presto, forse nella sua città natale ci tornerà soltanto quando sarà già grande.
Ci sono le donne di questi uomini, che sembra anacronistica e patriarcale come formulazione, ma così è, perché se l’obbligo di difendere la patria (o di attaccare il resto dell’umanità) è del maschio, e se la maggior parte delle relazioni (specialmente di quelle che permettono di contrarre matrimonio e ottenerne dei vantaggi) sono eterosessuali, è alle femmine che tocca seguire gli uomini e non solo: spesso, quando hanno un passaporto buono, gli tocca sobbarcarsi della responsabilità di salvarli.
Ci sono io. Una di queste tante storie, non importa nemmeno quale, è la mia storia.
Potevo rimanere in Russia, potevo rimanere a casa. Dopo l’esodo che ha toccato anche molti expat a Mosca, nel mio settore a cavallo tra l’insegnamento delle lingue e le arti performative si è creato un vuoto che, per me, era comodissimo. Tutte le disgrazie degli ultimi anni per me sono state comode, a pensarci bene. Durante la pandemia io avevo tre, a volte quattro lavori. Cominciata la guerra, io sono stata una delle ultime italiane del mio gruppo di conoscenti italiani a Mosca ad andare via. E appena un mese prima di partire, lavoravo come dialect coach per l’italiano nella postproduzione della serie televisiva russa Igry (I giochi) sulle olimpiadi dell”80. Erano stati ingaggiati attori internazionali presenti sul territorio russo per le comparse e per ruoli minori, ma per i ruoli importanti gli attori di lingua russa erano stati fatti recitare in lingua straniera, spesso senza conoscere bene la lingua. E io, in studio, facevo questo lavoro bellissimo e impossibile di aiutarli a doppiarsi rendendosi convincenti e credibili.
Potevo rimanere, ma a parte l’angoscia per la mia neonata famiglia, che è figlia della pandemia e figlia della guerra, anche se solo di striscio, cominciava a farsi strada una nuova angoscia: quella della cittadina russa.
La cittadinanza russa io l’avevo desiderata per anni e anni, la legge che mi permettesse di riceverla è stata magicamente ampliata a cavallo della pandemia e per misteriosi motivi, per poi cambiare di nuovo appena due anni dopo. Io ero stanca di vivere in Russia come una straniera prima di mettermi con mio marito, ma quando mi è capitata questa possibilità tra capo e collo ho fatto una corsa: in appena un anno e mezzo sono diventata cittadina russa per motivi professionali.
“Nazionalità italiana“, c’è scritto, ci ho fatto scrivere così sugli ultimi moduli prima di ricevere la cittadinanza. Potevo non farcelo scrivere, tanto oggi non è più come in Unione Sovietica, non si scrive la “nazionalità” del cittadino sul passaporto, al massimo compare su altri documenti, come il certificato di matrimonio. E lì c’è scritto così: Tizia e Caia, che sarei io, di nazionalità italiana. E mi piaceva questo fatto: all’estero (all’estero della Russia) pensano che in Russia ci siano i russi e che i russi siano alti e biondi; invece in Russia, i cui cittadini come me si chiamano rossijane, i russkie sono solo la nazionalità prevalente per numero: ci sono zingari, ebrei, udmurti, jacuti, buriati, ciuvasci, tatari… e dopo di me e i vari italiani che l’hanno voluto dichiarare, ci sono gli italiani.
Ma cosa succede quando diventi cittadino di un altro paese? Succede che quel paese, pur essendo al corrente della tua altra cittadinanza, non la considera. Fin quando sei sul territorio di quel paese rispondi solo alla legge di quel paese. E anche se forse queste paure erano immotivate, perché, proprio come durante la pandemia, molto del panico è dettato da voci di corridoio che rimbalzano come il mercurio di un termometro rotto nelle coscienze delle persone intente a scrollare i loro feed da un capo all’altro del mondo, io mi sono ritrovata gradualmente a pensare, e pur essendomi messa volontariamente a digiuno di notizie per proteggere la mia gravidanza e la mia maternità, che se improvvisamente a qualcuno fosse saltato in testa di chiudere i confini, io sarei rimasta chiusa dentro, senza la possibilità di usare il mio passaporto italiano per uscire, senza la possibilità di portare con me la mia famiglia.
Non dico che questo rischio fosse reale, che lo sia adesso. Dico che era nella mia testa nonostante il digiuno di informazione che mi ero imposta per tutelarmi e che stava cominciando a divorarmi.
E così sono rimpatriata, dopo dodici anni.
Ho riaperto questo blog, dopo sette. Perché non mi sento bene e la scrittura per me è respiro, è terapia, ed è anche la forma più semplice di esistere sul web, anche se l’ho a lungo messa da parte.
Mi sembrava che fosse stata una buona idea chiuderlo, perché all’epoca non volevo identificarmi solo con Russaliana, mi vedevo in un mare di altre vesti e altri posti e mi sembrava che questa fissazione per la Russia mi stesse limitando. Eppure non è stato così. In ogni cosa che ho fatto in seguito che non fosse “tipicamente russa”, c’era la Russia, e oggi chi sono io? Sono comunque una persona che vive metà della propria vita in lingua russa, che sogna in russo, che soffre, in questo momento, in russo.
E non solo. Come la Russia ha cambiato me, io ho cambiato la Russia. Sembra megalomane da dire, ma tutti quelli che sono in un posto, che ci arrivano da fuori tanto più, lo contaminano in qualche modo. E quindi sarebbe semplicistico e ingenuo dirmi che la Russia non è cosa mia, non è materia mia, che io non posseggo quest’entità mentale più che altro anche al di fuori dei confini fisici, perché quello che mi è successo è che io mi sono andata a contaminare di Russia e, russificata, sono rientrata in Italia: il mio sguardo è diverso.
Si può parlare di Russia stando in Italia? Dipende. Della Russia che vive nella mia testa, nel mio cuore, nei miei gesti quotidiani, si può parlare.
Si può sentire una straziante sensazione di esilio, a volte l’assenza di sensazioni per il troppo stress nei pensieri (ho scoperto che si chiama anedonia), pur essendo “a casa”? Ve lo giuro, si può, si può ritornare “a casa” e vivere l’incubo di essere ospiti adulti indesiderati in una farsa della propria infanzia.
Oggi io sono un’italiana che, stando in Italia, si domanda quando potrà mai tornare a casa, e se lo domanda con l’orrore di chi già sa che, tornando a casa, non troverà più la gioventù che ci ha lasciato.
Oggi io non mi posso lamentare, perché stiamo bene, noi, non ci hanno bombardati, abbiamo un tetto sulla testa, siamo in salute, lavoriamo (e in Italia “già è tanto che lavori”), ma bisogna riconoscerlo: c’è un ingranaggio rotto dentro di me, un ingranaggio che non si rompe mai nelle persone che vivono tutta la loro vita nello stesso posto, ma fosse anche lo cambiano una volta e per sempre senza mai più tornare indietro. Io con quest’ingranaggio ci ho scherzato doppiamente e, se la mia vita continua così, mi toccherà andarmene in giro scordata e con le molle traballanti.
Quando scrivevo la tesi di laurea leggevo una raccolta di scritti di esponenti della terza ondata dell’emigrazione russa. Dopo alcuni anni la mia prof di letteratura russa mi disse che avevo fatto di una materia di studio la mia vita. Oggi provo quasi orrore a pensare di essermici fiondata così tanto da non riuscire più a studiare ciò che riguarda la Russia, ma di essere io stessa una penna, forse, della quarta, della quinta ondata.

