La questione “Matilda” (e il culto dello zar in Russia)


È il film del momento in Russia, tutti ne parlano, alcuni volevano proibirne l’uscita nelle sale, altri si sono rifiutati di mostrarlo; ortodossi ferventi indignati si sono lanciati sui loro rappresentati alla Duma con lettere disperate in cui si chiedeva di fermare questa villanata, fanatici dello zar hanno minacciato regista, produttori e attori. Matilda è stato il pomo della discordia tra nostalgici dell’Unione Sovietica e nostalgici dell’Impero negli ultimi mesi, e adesso che è uscito finalmente nelle sale, si corre a guardarlo domandandosi: sarà poi tutto questo capolavoro?

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Non sono una critica cinematografica e forse posso occuparmi più della sceneggiatura e del suo rapporto con la cultura russa contemporanea, che con questioni di regia, fotografia, ecc. Perciò, ecco le mie impressioni.

Il film si intitola Matilda e uno si aspetterebbe di vedere la storia di Matilda, invece nessuno dei personaggi sembra avere un passato, una motivazione che giustifichi la loro personalità, nemmeno la protagonista. Lei c’è, ma è un’antieroina, perché non fa assolutamente niente a parte essere desiderata. Certo, all’inizio del film sembra portare con sé quella ventata di femminismo di cui tanto si sente l’esigenza dopo i fatti di Hollywood, e si pensa, per un attimo, che il film capiti a fagiolo, ma non è così. Sebbene Matilda rifiuti fin dall’inizio di essere soltanto uno degli oggetti di piacere del futuro zar e si dimostri scontenta delle voci secondo le quali ha assunto il ruolo di prima ballerina passando per il letto di Nicola, a un certo punto il suo temperamento orgoglioso e fiero si scioglie in una interminabile successione di scene in cui appare una donna senza più dignità. La luce negli occhi apprezzata nel film anche dallo zar Alessandro, che la vorrebbe accanto al figlio al posto della tedesca, che di fatto poi diventerà la zarina, si offusca in una specie di sonno della ragione in cui l’eroina si trasforma da un momento all’altro nella classica donna senza autostima che, dopo una delusione d’amore, continua a telefonare, a fare stalking e a mettersi in ridicolo, anche se non c’è storia, ed è molto meglio così.

È meglio, perché, si scopre durante la visione, forse questo film voleva usare Matilda come una sineddoche per parlare della situazione della casa imperiale: in questo senso Matilda sarebbe il simbolo principe, tra i tanti nel film che alludono alla fine imminente della casa imperiale, al vento di cambiamenti che trasformerà il destino della Russia. Si creerebbe un parallelo tra la stabilità dello stato minata da influenze esterne e la stabilità della coppia minata dall’amante. Oppure, guardando da un’altra angolazione, si creerebbe un parallelo tra l’inaffidabilità della coppia stabile, in cui un bamboccione figlio di mamma si accomoda tra le braccia di una paesanotta tedesca affezionata ai riti occulti, e l’inaffidabilità del regime, in cui il vecchiume continua ad accomodarsi con le vecchie conoscenze e le vecchie tradizioni credendo di far bene, e invece finisce (questo già dopo la fine del film) per aver rifiutato una ventata di novità che forse avrebbe davvero potuto salvarlo: il matrimonio con una ballerina polacca che non si capisce se aveva o no il sangue blu avrebbe potuto essere un segno di vicinanza con la gente del popolo, proprio come il matrimonio di Charles con Diana e di William con Kate.

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Il giovane Nicola con Matilda Kshesinskaya

Complicata come ipotesi? Sì, perché in realtà Matilda non è nemmeno proprio un film storico e pare (ripeto, non sono un’esperta) che di falsi storici ne abbia collezionati tanti. Ma del resto, perché “falsi storici”? Perché tutti ci aspettavamo che si trattasse di un film storico e non semplicemente di una storiella d’amore indecisamente ispirata alla storia?

Perché gli ultra-ortodossi e ultra-nazionalisti, sotto la protezione di Natalia Poklonskaya, deputato venuta in auge dopo essere diventata procuratore della Crimea nel 2014, hanno fatto il diavolo in quattro per proibire questo film che, mostrando tutti i vizi dei due zar, santi martiri secondo la Chiesa Russa Ortodossa, avrebbe inesorabilmente corrotto la società. Tanto più che nel film Nicola II è interpretato da un attore porno tedesco – che però, ahimé, di pornografico non fa assolutamente niente.

In realtà sembra che Aleksey Uchitel abbia abbozzato ognuno dei temi interessantissimi che sembrano voler uscire fuori dalla sua pellicola, ma che rimangono sullo sfondo, perché, boh, forse lui stesso non ci ha creduto abbastanza da calcare la mano dove c’era bisogno? Insomma, uno si deve decidere: o fa una ricostruzione storica, o non la fa. Se non la fa, ma sta usando dei personaggi storici in maniera romanzata per ricalcare delle simbologie contemporanee, allora lo deve fare bene. Stiamo parlando di Matilda? Stiamo parlando di Nicola? Stiamo parlando di entrambi? In che modo si sviluppano questi personaggi? Quale curva compie la loro personalità dall’inizio alla fine del film? Nessuna, o se c’è, questa curva si affloscia, e non si sa se l’effetto era desiderato o no. Sia Matilda che Nicola sembrano non imparare assolutamente un tubo dalla loro storia, né sembrano maturare come personaggi.

Matilda, per ripicca, si mette col cugino, ma continua a pedinare lo zar. Nemmeno dopo essere stata esclusa dal balletto e dopo che una persona influente dell’entourage di Nicola provoca un incidente in cui lei (si suppone, guardando la scena) rimane ustionata, si rassegna. Dopo il matrimonio di Nicola e Alessandra, il giorno della cerimonia di incoronazione, si presenta trafelata solo per gridare: “Niki!” e causare allo zar un tocco: lui sviene, ma poi subito si ricompone, si rimette in testa la corona e se ne va per la sua strada. Questo rubacuori dello zar, praticamente, ha rovinato un’esistenza, e di una donna piena di sé ha fatto una povera erede della Nastasia Filippovna di Dostoevsky: anche quando vorrebbero amarla, non si fa amare più e si fa del male fino all’ultimo minuto per punirsi dei peccati commessi.

Lo zar, dal canto suo, non è che si sposa perché pare veramente di capire di essere innamorato di Alessandra e non di Matilda. Ne viene fuori un uomo qualunque, uno scioccone che dice “ti amo” a tutte e due e crede di potersele tenere entrambe. E il problema non è che lo zar non possa essere un uomo qualunque, ma che allora, se lo vogliamo mostrare come tale in un film, forse dobbiamo togliergli un po’ di quella patina dorata che suscita la pretesa di vedere gesti ineccepibili, valori intramontabili e la nobiltà dell’animo umano. Sarebbe bello, a questo punto, e più sensato, sostituire la delicatezza di quell’unico capezzolo danzante all’inizio del film, con un po’ di trash. Non puoi presentare un personaggio prima come un omuncolo, e poi sforzarti di patinarlo e farlo diventare il prototipo del re (o forse era proprio l’effetto che Uchitel voleva ottenere?). E non puoi nemmeno patinare una ballerina giovanissima che, alla fine dei conti, si innamora semplicemente della persona più potente e carismatica che incontra (e succede!), ma che non ha la forza di fregarsene veramente dei ruoli e di uscire dal cerchio. Forse mi sbaglio, ma dal punto di vista narrativo, ne viene fuori una canzone stonata. Come se il narratore avesse voluto aggiustare la storia di volta in volta, perdendo il filo. E non succede solo con i personaggi principali.

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Immagine dal film Matilda

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È esagerato trovare nel film una citazione di Delacroix? (“La libertà che guida il popolo”, 1830)

Per esempio, un personaggio minore, ma centrale nello svolgimento della fabula, è un maniaco che compare durante il primo balletto con dei fiori per Matilda, segnalata, pare, dall’altra prima ballerina tedesca, che le scioglie un nodo del bustino, lasciandola sul palcoscenico con una tetta da fuori. Lo stesso maniaco, che poi tenta di uccidere lo zar dopo averlo trovato a letto con Matilda, viene torturato a insaputa di Nicola: i suoi protettori credono che questo incidente dimostri che Matilda è un pericolo per la corona e vogliono capire qual è la connessione tra l’uomo, Matilda, e i nemici della Russia. Poi questo passaggio, interessantissimo e molto evocativo (se ci pensate, quanti stranieri, quanti possibili nemici girano intorno alla corona? Anche la futura zarina è una di loro!), si perde, viene lasciato appeso. Bello e buono, il maniaco ricompare, dopo essere stato liberato, alla fine del film, e viene coinvolto nell’attentato alla vita di Matilda, dopo il quale lo zar si sposerà credendo che sia morta. (Cioè anche qui, capiamoci: quest’uomo, per decidere di innamorarsi di sua moglie, ha bisogno che i suoi protettori gli uccidano l’amante. Ma torniamo al maniaco.) Il maniaco non si sa chi sia, non si sa da dove sia uscito, non si sa perché volesse proprio Matilda, di lui non si sa proprio niente. Sta là così, esclusivamente per svolgere la sua funzione di aiutante, e basta. Anche lui, abbozzato, ma non studiato a fondo.

Che cosa resta del film, che, come racconta Aleksey Firsov in un articolo per Forbes tradotto da me per Russia in Translation, è stato un appello senza risposta? Resta che, pur essendo un’opera cinematografica mediocre, è un fenomeno sociale interessantissimo. È per questo, in fondo, che sono andata a vederlo.

Il fatto che abbia diviso l’opinione pubblica russa ancora prima di essere distribuito nelle sale rende conto dell’influenza di alcune fazioni del panorama politico attuale, e soprattutto dello stato della riflessione e dell’autoanalisi della Russia come nazione in occasione del centenario della Rivoluzione. Se da un lato, infatti, il film sembra aver alluso solo debolmente al problema della Rivoluzione e al modo in cui, a livello simbolico, questo si trasferisce nel panorama culturale russo contemporaneo, dall’altro la polemica che lo ha preceduto ha messo alla luce il mito del 1917 e il modo in cui i fatti del passato vengono rivissuti, ricostruiti e arricchiti di nuovo significato.

Non che non si notasse già, ma la polemica su Matilda ha reincarnato in personaggi e fatti reali quelle tendenze che, si potrebbe dire così, erano già nell’aria. Natalia Poklonskaya è assurta a paladina dei difensori dello zar; persone come mio suocero e i suoi conoscenti si sono schierati con la fazione di coloro che, grazie alle debolezze dello zar spiattellate ai quattro venti, possono dimostrare quanto la Rivoluzione avesse ragione di accadere e che grande peccato sia che, un bel giorno, è cominciata la perestrojka. Per il primo gruppo, quello degli ultra-ortodossi e ultra-nazionalisti, l’unica vera Russia si identifica con quella del mito di Mosca terza Roma, un paese salvifico, erede più autentico della cristianità, corrotto dalle influenze diaboliche dell’occidente e possibile guida del mondo verso la retta via. Per il secondo gruppo, l’ateismo è una bandiera, si stava meglio quando si stava peggio, era veramente solo e soltanto colpa dello zar, si rasenta il negazionismo storico cantando epopee comuniste in cui non esisteva il deficit e non si faceva la fila per le arance, e il mondo si è corrotto quando qualcuno ha deciso di privatizzare. Due anacronismi, quindi.

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La famiglia imperiale

Un giorno approfondirò l’anacronismo numero due, quello del suocero che nega l’esistenza delle file per le arance. Oggi, invece, mi piacerebbe concentrarmi su un episodio che è molto più strettamente collegato alla polemica sul film Matilda: la mia visita al Dom Ipatev a Ekaterinburg, durante il mio viaggio in Transiberiana #7×3. Perché, se devo essere sincera, pur sapendo che nella religione russa ortodossa il legame tra potere secolare e spirituale è più vivo di quanto non lo fosse un secolo fa nella religione cattolica, non avevo mai prestato attenzione come a Ekaterinburg all’aura di santità cresciuta a dismisura intorno ai regnanti. Cioè, sì, avevo visto che il tempio di Cristo Salvatore vicino alla metro Kropotkinskaya è pieno zeppo di figure di regnanti e di nomi di soldati, e che, per esempio, a Uglič un’intera chiesa è dedicata allo zarevich Dmitrij, figlio di Ivan il Terribile, canonizzato nel 1606. Non avevo notato, però, con quanto amore la memoria di questi “santi” sia conservata, e seppure trovassi qualcosa di grottesco nella fila al centro di Mosca e nel traffico bloccato, l’estate scorsa, a causa dei pellegrini che andavano a fare visita alle reliquie di San Nicola, non avevo notato ancora una differenza sottile tra il culto di personalità come santi e madonne, che comunque non condivido pienamente, e quello di santi che sono santi solo perché occupavano una posizione di potere che poi hanno perso.

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All’interno della Cattedrale sul Sangue a Ekaterinburg, un’icona rappresentante la famiglia imperiale

A Ekaterinburg la Cattedrale sul Sangue sorge proprio nel punto in cui si trovava il Dom Ipatev, l’edificio in cui gli zar furono imprigionati e poi fucilati nel 1918. Costruito secondo lo stile russo bizantino, con cinque cupole dorate e riccamente decorato all’interno, le pale del suo altare rappresentano, accanto a scene del Vangelo, ritratti della famiglia imperiale in forma di icone. Io non sono mai stata una cattolica fervente, ma confesso che, avendo ricevuto comunque un minimo di educazione religiosa, mi ha turbato vedere Nicola II accanto a Gesù sull’altare. Forse perché si tratta di un personaggio molto più recente dello zarevič Dmitrij di Uglič e perché mi sembra che la sua rilevanza politica sia molto più forte, mi ha un po’ scioccato pensare che qui, se qualcuno prega, si inchina contemporaneamente davanti a Gesù, dispensatore della parola di Dio, e all’Imperatore, che, alla fine dei conti, era una persona come un’altra. Non che Gesù non lo fosse, ma, non saprei come spiegarmi: Gesù è già passato dall’essere persona a personaggio a pieno titolo, possiamo già parlare di lui non come di qualcuno, ma come di qualcosa di estremamente importante nel fondare le basi della nostra eredità culturale. Nicola II, invece, ha molto meno di universalistico nel suo messaggio, ammesso che un messaggio ce l’avesse, e non è morto abbastanza tempo fa da far rimanere di sé soltanto l’aura, senza lasciare la sostanza dei fatti.

La sensazione di straniamento si è acuita quando ho visto una vecchietta avvicinarsi a una cornice a sinistra dell’altare e baciarla. Tutto regolare, si fa così con le icone, perché ogni icona emana la santità della figura che riproduce. Ma quando mi avvicino per vedere di che icona si tratta, mi rendo conto che la cornice contiene una reliquia e quella reliquia è un dente di Alessio, l’erede di Nicola II.

Quindi, capiamoci: io ho visto delle vecchiette che si inchinavano e si facevano la croce tre volte e poi baciavano un contenitore contenente un presunto dente di un bambino qualsiasi che ha avuto la sfortuna di nascere figlio dello zar al tempo della Rivoluzione Russa. Un bambino che, insieme a tutta la sua famiglia, è stato canonizzato dalla Chiesa Ortodossa come santo martire, in quanto gli zar sono stati gli ultimi potenti dalla parte della chiesa prima che il regime comunista demolisse la religione come istituto sociale.

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Cattedrale sul Sangue a Ekaterinburg

Posto che nemmeno se quel bambino lo avessi creduto veramente santo mi sarei sentita tranquilla all’idea che qualcuno si segna davanti al suo dente, e che del resto uno dei comandamenti che furono dati a Mosè imponeva di non crearsi idoli, facciamoci allora delle domande: cosa penseremmo noi, eredi di quella cultura in cui si corre a Medjugorje a chiedere le grazie, se girassero un film in cui Padre Pio illude una spigolatrice prima di prendere la decisione di diventare prete? o uno in cui si mostra Giovanni Paolo II intento a vivisezionare una lucertola a 10 anni? Ci rivolgeremmo al parlamento, in forza di una legge contro le offese al sentimento religioso (degli ortodossi) che da noi non esiste, per chiederne la censura? È difficile da immaginare, perché da noi in Italia la religione non è mai stata vietata e quindi non si è mai risvegliata con la pompa e l’orgoglio della moglie tradita che rivendica gli alimenti.

Eppure, questo succede in Russia. A cento anni dalla rivoluzione che ha cambiato il mondo, qualcuno crede in Dio e nei santi, qualcuno crede di poter usare la fede per stabilire rapporti di potere, qualcun altro invece crede che lo zar, in fondo, fosse solo una persona. Prova a dirlo in un film, prova a raccontare il presentimento della rivoluzione dandole un nome di donna, ma non ci riesce nemmeno tanto bene. E qualcun altro, nei giornali, nelle recensioni, si domanda se non si poteva parlare della Rivoluzione senza timori, guardando in faccia le sue dinamiche, senza girarci intorno.

 

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5 risposte a “La questione “Matilda” (e il culto dello zar in Russia)

  1. Da queste parti ovviamente non e’arrivato nemmeno l’eco di quel film, quindi grazie ancora per metterci a conoscenza di fenomeni di costume e sociali come questi, che ci aiutano a capire senza preconcetti. Scoprire una dinamica cosi’ vasta, tra chi rimpiange lo zar e chi rimpiange la rivoluzione, e il ruolo della Chiesa, per me e’ molto interessante. Buona domenica!

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  2. Pingback: L’appello che non ha avuto risposta. “Matilda” come fenomeno sociale - Russia in Translation·

  3. E’ un punto di vista estremamente interessante, grazie per mostrarci questo spaccato di società! Si sa se questo film uscirà mai in italia?
    Un saluto

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