5 cose che accomunano russi e napoletani


Appena arrivata a Mosca, vedendo il tassista rischiare la sua vita e la mia in azzardati zig-zag ad alta velocità nel traffico di Leningradskoe Shossé e fare tranquillamente conversazione sulle lingue parlate da sua moglie, mi sono sentita molto vicina a casa. E più vivo la Russia, più mi sembra di trovare delle somiglianze tra russi e napoletani. Ecco quali.

1 – La pappatoria

Si dice che i russi siano freddi, ma dipende da quali russi e da quanto bene li conosci. Se stiamo parlando della commessa del negozio di produkty che ti fissa con la faccia da pesce lesso qualsiasi cosa tu le chieda e ti dice che, se non ti piace il suo negozio, puoi tranquillamente andare in un altro, sì, i russi sono freddi. Se invece stiamo parlando della gente con la quale stabilisci un rapporto che include andare v gosti (ospiti), dimenticatevi la freddezza.

Nel 2010, durante un viaggio a Rostov sul Don, ero ospite di una famiglia. La mamma mi svegliava dolcemente al mattino sintonizzando la radio su Retro FM, che manda rigorosamente Pupo e Cutugno, e poi mi invitava a fare colazione. Mentre, godendomi profumini da pranzo domenicale, dalla finestra accanto al tavolo di quell’appartamento modesto ammiravo la neve candida sul ramo di un albero… mi giro e mi ritrovo nel piatto non la kasha, non la zuppa di latte, ma i pel’meni fritti con una cucchiaiata di smetana. E la signora che mi dice: “Mangia! Mangia! Ne vuoi ancora un po’? Ma sei sicura? Ma mangi?” E la mia mente che fa eco: “Ma stai sciupata!”

Far mangiare l’ospite fin quando gli esce dalle orecchie è un obbligo morale, anche se il rituale di apparecchiare la tavola e preparare la cena può presentare delle differenze. La prima cosa che fa una massaia russa che si rispetti è tirare fuori tutto quello che c’è in frigorifero e metterlo, così come sta, sulla tavola. Su divano, poltrone, sedie, sgabelli, la massaia fa accomodare tutti intorno a questa specie di buffet: in ogni piattino e ciotolina c’è un tipo di insalata, un tipo di affettato, un tipo di formaggio, un tipo di pirog, poi ci sono i contenitori con le salse, la smetana, i piatti con pomodori e cetrioli già tagliati, il piatto del pane, e poi lei che passa in giro con la pentola con il pollo e le patate. Se sei maschio, assolutamente devi dare inizio all’abbuffata tracannando un po’ di vodka con i tuoi simili e spendendo buone parole per una sequela di brindisi; se sei femmina, è bene che tu ti unisca al rituale, ma nelle famiglie che ho incontrato io non sono mai stata guardata male per non aver bevuto la vodka, anzi, bevevano solo un paio di maschi adulti a capotavola. Dopo l’abbuffata, il rito del tè: tè, miele, zucchero marmellata, pasticcini, biscottini, pirog, e soprattutto se sei furastiero, “Ma come mangi poco! Ma ne vuoi ancora? Ma fai complimenti? Ma stai sciupaaaato!”

2 – Questioni di logistica quotidiana

“Ma per andare dove vogliamo andare, per dove dobbiamo andare?” In Russia questa domanda non suonerebbe affatto strana, perché anche la risposta sarebbe molto simile a quella che ti darebbe una folla di napoletani generosi di informazioni. Il primo ti dice che non lo sa, anche se il posto secondo le mappe di Google sta dietro l’angolo. Il secondo ti dice di girare a destra e poi ancora a destra, ma lì sopraggiunge un terzo, che ti dice di girare a sinistra e poi a sinistra, al che un quarto ti propone di andare con l’autobus, perché né il secondo, né il terzo ti hanno dato l’indicazione giusta. E alla fine scoprirai che nemmeno il quarto aveva ragione.

Se poi sei un turista che si sforza di parlare in inglese, ma non in russo, e incontri un generoso di informazioni che anche lui ce la mette tutta a parlare in inglese, puoi fare notte a capire dove vuoi andare. Un po’ come quella volta che a Piazza Garibaldi un vecchietto all’information point gridava a due americani con lo zaino e i bermuda: “After the scale mobile, go diritt, take the pullman!” e quelli lo guardavano a bocca aperta.

Ma poi vogliamo parlare di uffici e questioni burocratiche? Tutti i miei amici che hanno visto il video di Bruno Bozzetto Europe and Italy mi hanno detto che, a parte il caffè, gli autobus e le file, Italia e Russia sono uguali.

Ho raccontato di una scenetta napoletana osservata su un autobus di Mosca in questo post.

3 – Il codice della strada

Ok, è vero, normalmente qui la gente si ferma con il rosso. E ci mancherebbe altro, visto che i semafori sono programmati in modo che, nel mio quartiere, per esempio, ci sono 200 secondi per far passare le macchine e appena 20 per far attraversare ai pedoni ben 4 corsie più un marciapiede spartitraffico largo quanto altre due corsie. Ci vorrebbe un coraggio… eppure, ogni tanto succede.

La questione principale è che qui veramente in molti casi si può gridare perfino al più esperto tassista: “Ma chi t’à dat a’ patent!!!” Vero è ci sono strade a Mosca, come Leningradskoe Shossé, con sei corsie da un lato e sei dall’altro: quale scegliere, secondo quale criterio e quale velocità mantenere? Ma anche così, sarà mica legale sorpassare a destra, o sorpassare a destra per aggirare e sorpassare ancora a sinistra, o sorpassare a destra mentre, con la freccia accesa, mi sto immettendo nella corsia di destra, e suonarmi di brutto? Sarà mica buona educazione, imbottigliato nel traffico, suonare cinquanta pereppepé consapevole del fatto che, figlio mio, non posso andare avanti a meno di decollare e se ti premeva uscire al prossimo svincolo non dovevi fare il furbacchione, ma preselezionarti qualche chilometro prima?

E poi, anche i russi al volante pigliano questione e a volte si danno i paliatoni. Il cavaliere senza macchia e senza paura mi ha mostrato diversi video. Io, se mi succede, faccio a vedere che sono furastiera. Tanto è vero.

Resta comunque il fatto che a vedere certe cose, fanno davvero paura.

4 – La tamarraggine (e la vrenzolaggine)

Prima bisognerebbe definire che cos’è tamarro (e che cosa è vrenzolo): per questo vi rimando all’immortale definizione di Tony Tammaro nel Rock dei Tamarri (poi se volete potete controlalre pure su Wikipedia, ma converrete che non è la stessa cosa).

Per tamarro, o tamarra, dunque, si intende una persona di bassa estrazione sociale (ma non per forza) che si manifesta in atteggiamenti e comportamenti rudi, poco fini, ostentando però molto spesso una presunta soddisfazione di una presunta posizione sociale attraverso elementi del vestiario più alla moda, non importa se griffato, purché sia tutto messo insieme senza nessun senso del gusto e della misura. Esempio russo, in questo caso: da bambino ha vissuto la perestroika in una delle ex repubbliche, adesso va girando con i jeans super aderenti alla Fonzie e le mutande con il trucco, sotto la camicia sbottonata porta la canottiera dalla quale escono e’ pile n’ piett, qualche anello d’oro, una catenina, le RayBan taroccate, ma quando apre la bocca escono cose che non si possono ripetere e… ops, sì, dopo averti fatto il filo molto grezzamente al banco della shaurmà (il kebab), lo incroci nel parco, che fa pipì appena a due passi dal viale, senza nascondersi dietro a nessun cespuglio o albero o pattumiera, così, nature.

E la vrenzola? È una donna molto raffinata, la vrenzola, o almeno crede di esserlo. Si veste come le copertine delle riviste anche a costo di strizzarsi il sedere e deformarsi i piedi al punto che in estate, dai sandali, spuntano dei mostri. I tacchi a spillo sono un must anche quando porta i bambini al parco in carrozzina, e la borsa griffata non deve mai mancare. Alle otto del mattino in metropolitana è già zashtukaturena (si capisce anche in italiano, vero?) e non si sa di che cosa si nutra, se ci si mette a confrontare lo stipendio medio di Mosca e il costo complessivo di una routine di bellezza al centro estetico. È intellettualmente preparata? Boh. A volte sì, ma in quel caso, quelle che ho visto io girano con l’autista, è diverso. Ah, la vrenzola è disposta a fare qualsiasi cosa pur di trovare un marito, e per questo è sempre coinvolta in qualche intrigo che può finire in una rissa in cui ci si tira per le lunghe chiome. Tipo questa ragazza nel video di Leningrad.

5 – La malinconia

“Chist è o’ paese d’o’ sole… Chist è o’ paese d’o’ mare…” Non c’è assolutamente da sorprendersi che scrittori russi come Gogol’ e Dostoevskij abbiano subito il fascino di Napoli o, ed è il caso di Baratinskij, a Napoli abbiano deciso di lasciarci le penne. Napoli è il posto che Goethe ha descritto come il luogo della rassegnazione, il luogo in cui la vitalità delle persone si esprime al massimo perché è accompagnata dal sentimento di una fine imminente e imprevedibile, causata da meccanismi della natura, assimilabili a quelli del potere, che la povera gente non può controllare. E sebbene in Russia questo tratto della fatalità della natura manchi, non manca quello della fatalità del destino. “Судьба у него такая”, dicono i russi, “Ну так суждено”: “Si vede che è il suo destino”, “Doveva andare così”.

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Неаполь в лунную ночь. Везувий. Napoli in una notte di luna. Vesuvio. Ivan Ajvazovskij, anni 1870.

La religione ortodossa aiuta molto il russo ad assomigliare al napoletano, e non solo perché insegna la compassione e la comprensione delle miserie umane (dal pulpito di popi paffutelli ammacchiati con i partiti), ma perché lascia molto spazio a pratiche politeiste, che permettono di conservare un po’ dell’allegro paganesimo che sta nelle radici più nascoste della nostra cultura. Icone, iconcine, reliquie dalle quali andare in pellegrinaggio per chiedere una grazia, fosse un terno al lotto, santi e santini da appendere in macchina, da incollare al cruscotto dell’autobus per farsi “accompagnare”: il russo che ho conosciuto io, quello post-perestrojka, si è risvegliato da settant’anni di letargo della religione e si è improvvisamente fatto venire in mente che lo Zar, “o’ Rré”, è un martire, una specie di papà della povera gente, e pure a lui ci si deve inchinare in chiesa. Perché in fondo, si stava meglio quando si stava peggio.

Per il russo è sempre colpa o merito di qualcosa che viene dall’alto, pure se il russo in questione è ateo. Ho sentito recentemente comunisti sfegatati raccontare di come evadono le tasse: si può rimpiangere il comunismo, rinnegare il costante deficit e le file per le arance, e contemporaneamente evadere? In Russia si può. Se non è colpa o merito di Putin, è comunque colpa o merito dello stato. Dice, ma vedi quanta gente scende in piazza per Navalny. Sì, ma è per Navalny che scendono in piazza, per un nuovo ipotetico leader? O sarebbero scesi comunque? Quando sono andata in giro insieme a un’agitator a fare propaganda elettorale, non ho visto molta partecipazione. Cosa c’entrano la religione e la politica con la malinconia? C’entrano.

Il russo medio ci tiene a precisarti che il suo è il paese migliore del mondo, il più grande per estensione geografica, quello che ha sconfitto il nazifascismo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quello che per primo ha mandato una persona nello spazio, quello dei progressi della scienza e della tecnica, quello con una lingua che Turgenev ha chiamato “grande e potente” (certo, solo se non sai che non è la lingua russa, ma proprio il linguaggio umano a essere “grande e potente”, e che Turgenev aveva detto quella cosa in un altro contesto. Scusami, Ivan, ma i tuoi connazionali ti citano un po’ a casaccio). Il russo ci tiene a domandarti se anche nella tua lingua esistono due o tre parole per dire la stessa cosa, se anche nella tua lingua esiste una sola parola per dire cose diverse, e altre assurdità, perché gli hanno insegnato l’orgoglio, lo stesso orgoglio del napoletano che dice che la sua è una lingua “passionale”… ma caro napoletano mio, sei tu che sei passionale, la tua lingua non è che uno strumento! E poi quest’orgoglio è, come dico spesso io, vuoto e senza amore. Il russo medio non si interessa dell’ecologia, non gli si stringe il cuore a pensare alle discariche in aperta campagna (tanto la Russia è grande), non ce l’ha il rimorso di coscienza quando evade o quando fa le carte false per avere un riconoscimento che gli permetterà uno sconto sulle tasse o un abbonamento gratis sui trasporti pubblici. Quando poi le cose vanno male, il russo medio si attaccherà alla bottiglia o alla cantilena: “Che cosa fa lo stato per noi? Lo stato dov’è?”

E così quando la Russia è bella, lo stato è presente e aggiusta tutte le strade alla maniera europea, non importa se le aggiusta tre volte l’anno, compreso mentre nevica; quando la Russia è brutta e la pensione non basta ad arrivare a metà del mese, il governo è ladro. In questa confusione il russo, come il napoletano, sospira e fissa l’orizzonte. Va su e giù con il respiro la sua pancia grassotta alla Oblomov. Il napoletano fissa il mare, il russo un’ipotetica Vladivostok, che forse in tutta la sua vita non vedrà mai, ma che lo consolerà con l’idea che la Russia è il paese più vasto. Entrambi diranno che questo paese potrebbe essere fantastico, se solo… e che qui non c’è più niente da fare, bisogna andare all’estero… e che chi se ne va all’estero è un traditore, perché questo è il posto migliore del mondo. Poi tireranno fuori uno il mandolino, l’altro la balalaika, e si metteranno a suonare una nenia in tre quarti.

I russi e i napoletani, nel mio immaginario, si sciolgono i passioni struggenti in cui tutto è il contrario di tutto; si consumano domandandosi inconsapevolmente che cosa ci sia aldilà di quell’orizzonte tanto agognato, al quale si rivolgono gli occhi stralunati di migliaia di Gesucristi, e che Lenin indica da ogni piazza con la mano.

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P.S. A proposito. Lo sapevate che Zhanna Aguzarova si era dilettata con una canzone napoletana? Eccola qua. (Ve lo dicevo io, tutto torna. Torna a Surriento.)

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