La valigia: un esercizio spirituale


Qualche tempo fa una mia conoscente chiedeva consigli, su Facebook, su come decidere cosa portare e cosa lasciare nel momento di cambiare casa.

Le ho risposto, e mentre le rispondevo ho capito di avere sviluppato un mio sistema: il sistema dei 30 chili.

Il sistema nasce dall’esigenza di far stare tutto il necessario nel bagaglio da stiva, più al massimo qualche extra nel bagaglio a mano. Per chi si sposta per motivi di studio o di lavoro diverse volte, questa pratica diventa un misconosciuto esercizio spirituale che si ripete ogni volta o che addirittura finisce per modificare lo stile di vita di una persona. All’inizio, però, non è facile capire cos’è essenziale.

Tutta la vita accumuliamo cose, e nel nostro secolo forse ne accumuliamo ancora di più. Vestiti dei quali non vogliamo liberarci, regali su regali, a volte inutili, ricevuti ogni compleanno, souvenir di un luogo o di un’epoca della nostra vita… Ci sembra che tutte queste cose ci aiutino a conservare il ricordo, e va bene, ma sono davvero utili? Non diventano un peso? Forse che abbiamo bisogno delle cose per ricordare?

Pensiamo, per esempio, allo smartphone. Ormai molti dicono che la sua memoria sostituisca la nostra: sarà vero? Facciamo forse la stessa cosa con gli oggetti? Pensateci bene: anche se conservate migliaia di fotografie in memoria, è il telefono a ricordarle per voi, ma voi vi ricordate di averle? E se conservate scatoloni su scatoloni di soprammobili, libri, vestiti, scarpe, non vi capita mai, nella vostra stessa casa, di trovare qualcosa di cui avevate dimenticato l’esistenza?

La memoria umana non trattiene tutto, e non solo: di tutto quello che trattiene, soltanto una parte è la nostra RAM, quella continuamente accessibile; molto di quello che ricordiamo è nascosto in qualche cassetto che ha bisogno di diverse password, indizi e cacce al tesoro per essere aperto. Come quando, mentre osservi una madeleine, improvvisamente ti viene in mente un episodio della tua infanzia o, per dirla alla russa e scomodare Dovlatov: come quando dalla valigia tiri fuori dei calzini finlandesi e ti viene in mente di quando facevi il mercato nero a Pietoburgo.

Adesso facciamo una considerazione filosofica: chi siamo noi? Siamo quei calzini finlandesi “dimenticati” e ritrovati per caso tirando fuori una valigia dall’armadio, o siamo la mente in grado di trattenere il ricordo dell’oggetto ritrovato? La nostra memoria si trova nell’oggetto conservato, o in quell’impulso elettrico che parte a vuoto una, due, tre volte nel nostro cervello, fin quando non incontra il contatto giusto per far partire il filmato di chi eravamo vent’anni fa?

Io penso che la memoria non stia nelle cose che conserviamo; conservare cose è un rituale della memoria, come apparecchiare la tavola è un rituale del mangiare: entrambi sono belli e pieni di dignità, ma nessuno dei due è veramente necessario per ricordare o per mangiare. Soprattutto quando il rituale diventa un ingombro alla reale funzione che celebra.

Quando siedo a tavola con trentamila forchette, coltelli, cucchiai, tovaglioli, e regole di condotta come “non far rumore con la zuppa”, “non appoggiare i gomiti”, “non alzare i gomiti”, “non fare rumore mentre mastichi”, “non prendere niente con le mani”, “non fare la scarpetta”, io non provo piacere, anzi. Mi sento molto rigida.

Quando nella mia stanza ci sono trentamila cimeli per ogni anno della mia vita, ricordare non mi sembra più facile, ma più difficile. Cosa valeva veramente la pena ricordare, allora? Che cosa è stato veramente così bello da meritare di essere conservato, se ho conservato tutto? E poi troppe cose fanno polvere, e nella polvere non si vive bene. Quando sei triste e vuoi sentirti giovane e invincibile, apri la finestra per far cambiare aria, ma come puoi far cambiare veramente aria se il tuo appartamento è diventato un museo di te stessa? Il museo: un posto in cui ti guardi, ti rimpiangi, ti studi, ti analizzi… ma vivi? La vita non è nel passato, in quel mare di cose ammucchiate nel caso poi, in futuro, venga fuori il tempo per usarle o per ripararle. La vita è solo e soltanto presente.

Butto tutto? No. Ho fatto pulizia diverse volte nel passato. I ricordi più belli del liceo li ho fatti entrare in una sola scatola di scarpe. Un paio di diari, un mazzo di lettere, delle fotografie di gruppo, biglietti dei diversi spettacoli, milleduecento lire in monete. I libri non li butto mai, al massimo li passo a qualcuno, ed è bello avere una camera in Italia che diventa sempre più una biblioteca dell’estate.

La cosa più importante, però, è che so che quando mi sposto mi bastano 30 chili per vestirmi, lavarmi, farmi i baffi, comunicare con il mondo e mostrare a qualcuno i ricordi di casa mia. Saperlo mi rende facile la vita quando devo traslocare.

trasloco

Come funziona il sistema dei trenta chili?

Innanzitutto, mi faccio una domanda: se traslocassi in aereo e non potessi portare con te più di trenta chili, quali sono le prime cose che porteresti? È ovvio che quando si trasloca, di solito, ci si può portare molto di più di trenta chili, ma questo non significa che ci si debba portare certi musei del passato che tanto ci appesantirebbero il presente.

Tanto per cominciare: se ci sono cose in buono stato che non usi, significa che al mondo c’è qualcun altro che ne ha più bisogno di te; regala ciò che per te è superfluo a chi lo può trovare necessario.

I libri che non mi servono più, che non mi sono per niente piaciuti, che per principi intellettuali non vorrei avere nella nuova casa, li lascio, in Russia, nell’ingresso del palazzo. (Puoi trovare un post che parla di questo qui.) È uno scambio equo: molti dei libri che ci rimangono, in casa mia, li pesco proprio nell’ingresso del palazzo e sono residui dei traslochi altrui. La stessa cosa, da quando sono in Russia e non ho molte amiche con la quarantadue a cui passare i vestiti che non metto più o una compagnia teatrale a cui sbolognare le cose più stravaganti mai comprate: lascio i vestiti nell’ingresso a chi ne ha più bisogno di me. Come faccio a decidere di dare via dei vestiti molto belli? Anche per questo mi sono inventata una regola:

Se non lo usi, se lo hai dimenticato, non ti serve.

Se non indossi o non usi una cosa da almeno due anni, significa che non ti serve. Se decidi comunque di non darla via, allora devi assolutamente fare in modo che ti serva, la devi indossare o devi ricominciare a usarla. Se non ci riesci, è inutile che ti inganni, avrete anche dei ricordi belli insieme, ma quella cosa ti occupa solo spazio e ti fa anche perdere tempo ogni volta che la sposti da un punto all’altro della casa senza sapere cosa farci: regalala a un’amica a cui piacerebbe o a uno sconosciuto. Se è da buttare, buttala, ma quando è possibile fai la raccolta differenziata.

In Russia, oltre ai vestiti e ai libri, è usanza lasciare qualsiasi cosa nell’ingresso del palazzo, il pod”ezd: bicchieri di cristallo, servizi da tè, addirittura pezzi di mobili. E ve lo giuro, stamattina sono uscita a buttare l’immondizia giù per il tubo, che in russo si chiama musoroprovòd: sul pianerottolo c’era una tazza del water. Certo, messa così, se uno ne ha bisogno, come fa a tirarsela via? Avesse almeno avuto un’aria pulita.

In principio, non accumulare “jotole”.

La regola dei trenta chili non vale solo quando si trasloca, però. Piano piano diventa parte di te e comincia a influenzare il modo in cui fai acquisti, in cui pensi all’ambiente circostanze e in cui organizzi il tuo spazio vitale. Se sai che prima o poi vorrai andare via, o se hai capito che, anche se rimanessi a lungo, ti senti più leggera senza il vincolo di proprietà minuscole ma tanto numerose e polverose da possederti, incominci a voler conservare di meno. Anche se ti piace avere cinquanta cambiate diverse nella casa dell’adolescenza in Italia, sai che riesci a vivere benissimo, in un monolocale condiviso in due, con dieci, magari anche con cinque. Meno pantaloni, meno maglioni, meno scarpe scomode e belle che fanno solo volume: poche scarpe, comode, di buona qualità.

I libri? Sì, se è possibile averli anche online, e se non è possibile averli né online né sulle mensole, sforzarsi di averli nella testa. Meno cosmetici, e comunque alla spina, quando è possibile, o in contenitori di plastica riciclabile. Meno di quelle cose che mia madre, in napoletano, chiama “jotole”.

È in questo modo che per me fare la valigia è diventato un esercizio spirituale, un esercizio che ormai si ripete quasi ogni giorno della mia vita, eliminare quotidianamente il superfluo per trascinarsi comodamente l’essenziale.

In Transiberiana ho viaggiato per tre settimane con appena dieci chili di roba. Sono stata così bene senza il pensiero di cosa mi devo mettere, di come mi devo truccare, con una routine di bellezza che si riduceva a strofinare bene la faccia, spazzolarsi i capelli e tirarsi i baffetti, che quando sono tornata mi sono quasi sorpresa, aprendo l’armadio, di avere così tante cose. Mi sono sorpresa forse anche del fatto che in tre settimane ho fatto in tempo a dimenticarle. Io sono io, non sono i miei jeans preferiti, le mie scarpe col tacco che mi rovinano i piedi, i tre o quattro lucidalabbra diversi che perdo e ritrovo ogni volta che cambio la borsa, i libri polverosi che non apro da secoli e che da secoli cambiano mensola, i vecchi biglietti del teatro che tra poco ci potrò rilegare un libro.

È per questo che il mio regalo per le famiglie che ci hanno ospitato lungo la Transiberiana sono state delle cartoline: leggere, romantiche, suggestive, piene di senso, ma facili da trasportare e da conservare. È per questo che sono stata felice di portare con me dal viaggio sottobicchieri, magneti, carte di caramelle: poche cose piccole che, se mi dovessi di nuovo trasferire, entrerebbero in una sola tasca. Tranne le carte di caramelle: quelle andrebbero nel mio album che, fin quando studierò la società attraverso il packaging delle leccornie, mi porterò in ogni casa dove vivrò.

souvenir

Forse avere una valigia leggera aiuta ad avere un’anima leggera.

Io non sono le cose che posseggo, ma sono questa creatura fatta di aria, che sa arrivare dall’altro lato del mondo con uno zaino e che è capace di passare sopra a tutte le cose solide e pesanti che rallentano il mondo e concentrarsi su espressioni apparentemente effimere dell’esistenza umana, come i disegni sulle carte delle caramelle, le fotografie, un racconto improvvisato da un passante e impossibile da registrare con la videocamera, e che per questo verrà tramandato solo a parole. Le parole: la sostanza più leggera del nostro esistere.

E se non sono gli oggetti, non sono nemmeno i singoli episodi, i singoli incontri che costituiscono, ma non definiscono il mio essere oggi. Le persone che mi hanno reso triste o con le quali, per varie circostanze, non sono riuscita a creare un legame, o dalle quali mi sono dovuta separare, le relazioni ridondanti, in cui investi un mare di energie ottenendo un risultato minimo, le seleziono: il meglio che resta lo lascio in una scatola poco ingombrante nella cassapanca. Quando torno a casa la apro e mi viene in mente tutto. Mentre sono in viaggio in questa vita, invece, mi porto solo le cose più belle e più vere, che la maggior parte delle volte non solo non hanno prezzo, ma non hanno nemmeno peso.

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