Costumi tradizionali e bambole di pezza: tra moda e folclore


Tutto è cominciato quando una mia studentessa mi ha regalato Bereghinia, una bambola di pezza composta da sette ritagli di stoffa, che pare che presso i popoli slavi, prima della cristianizzazione, si appendesse sopra la porta per proteggere la casa.

Ho chiesto alla mia studentessa chi le ha insegnato queste cose, e lei mi ha parlato di Polina Vladimirtseva, che di bambole e antichi rituali russi si occupa solo per passione, e che lavora invece presso il salone del lino Bi-len a Korolev, una piccola città a nord-est di Mosca, dove disegna e realizza abiti ispirati alla tradizione russa.

Bi-Len

Visto che mio fratello Fausto e la sua amica Maria, entrambi studenti presso l’Accademia della Moda di Napoli, stavano per venirmi a trovare in Russia, ho deciso: perché, oltre a un tour per i luoghi della moda a Mosca, non organizzare un incontro in cui la moda italiana possa incontrare la tradizione russa, e viceversa?

E così ho conosciuto Polina e il salone in cui lavora e mi sono improvvisata interprete simultanea sui temi della moda – io, che di moda non ne capisco niente!

Quello che ha impressionato Fausto e Maria è stato l’attaccamento alla tradizione: i tagli classici, le forme simmetriche, lo stile orientato quasi unicamente alla praticità. Perché creare modelli così fuori moda?

Bi-Len_1

È qui che Polina ci ha raccontato il sogno dell’azienda in cui lavora di aprirsi ai mercati europei: ma come fare? Cosa piace in Europa? Come si può creare un prodotto appetibile per il giovane alla moda, e allo stesso tempo veicolare le particolarità della tradizione russa, quel gusto etnico che pure spopola in Occidente?

Polina_Vladimirtseva_costume

Non abbiamo trovato una risposta definitiva a questa domanda. Ho notato però che chi studia all’Accademia tende a imparare a disegnare cose superfashion che però stanno bene solo in passerella: e a studiare quel ramo della moda che produce ornamenti. Eppure il vestito, per quanto non serva soltanto per coprirsi, non si riduce comunque a un modo per coprirsi e per decorarsi, anzi. Il vestito non è solo il punto in cui l’esigenza di coprirsi e quella di abbellirsi si incontrano, ma il termine di un linguaggio non verbale attraverso il quale le persone definiscono agli occhi degli altri la propria posizione sociale, professionale, i propri gusti, e anche la propria provenienza geografica.

Bi-Len_2

Penso al modo in cui una mia vecchia amica descrive le “vecchie zie a battesimi e matrimoni”: “con le tettone, i pantaloni larghi e il twin-set brillantinato”; o al modo in cui si raccomanda di andare a discutere la tesi: “in tailleur”; o a quando, per fare un colloquio presso un giornale in lingua inglese a Mosca, all’ultimo momento ho tolto di mezzo la longuette marrone e, alla camiciola bianca e alle décolleté, ho abbinato i jeans aderenti – perché nella mia testa un giornalista non può essere troppo formale.

Ciò che indossiamo è uno dei biglietti da visita di chi siamo: forse non ci metteremo la casacca con le maniche a sbuffo a tre quarti e la gonna lunga a balze con lo scialle sulle spalle, ma tutte e tre le cose possono tranquillamente abbinarsi con qualsiasi basic di produzione cinese, o essere confezionate con un tessuto, una forma o un colore diversi.

E infatti… durante l’ultimo giorno della visita di Fausto e Maria, al mercatino di Izmailovo, mi sono comprata un vero sarafan! Ma senza casacca: da portare sopra a una T-shirt o a un dolcevita.

Dal salone del lino ci siamo trasferiti a casa di Polina, in un vecchio palazzo ai margini del bosco in un paese vicino, dove abbiamo mangiato insalata e patate al forno e abbiamo provato una buonissima torta all’arancia con la glassa di cioccolato. Qui Polina ci ha mostrato le sue bambole e ha provato a condividere con noi tutto quello che sa sul significato di questa tradizione che risale a 5000 anni fa e che, con delle varianti, è diffusa anche in altri paesi.

bambole

Innanzitutto, le bambole di pezza di facevano con resti di abiti: venivano prediletti i ritagli della sottana o della gonna della mamma, in quanto si riteneva che portassero con sé una forte carica di energia femminile. A noi, nel ventunesimo secolo, sembra strano pensare che in una società in cui il ruolo della donna è quello di procreare e amministrare la casa, la stessa donna potesse essere tenuta in considerazione al pari di una divinità, al punto da usarne gli stracci per farci delle bambole amuleto. Eppure, racconta Polina, esistevano regole molto rigide: per esempio, zappavano la terra soltanto le donne già sposate, perché soltanto a loro poteva essere lasciata la responsabilità del raccolto – la terra che dà i frutti la può lavorare solo la donna che dà i frutti. Inoltre, sostiene Polina, è stato il cristianesimo a inventare il maschilismo: nel mondo slavo precedente alla cristianizzazione, la donna, grazie alle sue facoltà procreative, era circondata di un’aura di sacralità.

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Le stesse bambole portano un messaggio importante sul ruolo attribuito ai sessi nelle società antiche: che sia maschio o femmina, la bambola è quasi sempre costruita intorno a una struttura rigida, un asse di legno. L’asse di legno è la componente maschile, infatti le bambole maschio sono molto più rigide e avvolte da molti meno strati di stoffa. La componente femminile è la morbidezza, l’abbondanza di pieghe e di stoffa: la donna ha la ciccia, e più è cicciosa, più è bella; ma nonostante ciò, all’interno della donna non manca mai l’uomo, ed è proprio dall’interno della donna che lui proviene.

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Ci sono diversi tipi di bambole. In alcune di queste si riscontrano ricorrenze che accomunano le culture indoeuropee: il numero sette, la moltitudine di braccia, la paffutezza della mamma, della quale si riconoscono distintamente i seni e la pancia. Alcune di queste mamme stanno con le braccia rivolte verso l’alto, in una posa di rassegnazione alla volontà divina: pare che nei primi periodi della cristianizzazione queste stesse bambole fossero usate per rappresentare la Vergine Maria, e che la Chiesa cercasse di ostacolare l’utilizzo di riti pagani per spiegare i dogmi cristiani. Nonostante il fatto che poi sia rimasta la Maslenitsa, che è l’equivalente del Carnevale nei paesi cattolici.

Alcune bambole venivano usate per dimostrare le abilità manuali della futura sposa: quante più bambole aveva una fanciulla, tanto più sarebbe stato felice il suo sposo, perché una donna con tante bambole, oltre ad avere invocato la protezione degli spiriti, ha dimostrato di avere molta pazienza e dedizione nel costruirle.

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Ci sono bambole che hanno a loro volta un bambino tra le braccia o nella pancia, portano un sacchetto con della terra, oppure sono invalide: si chiamano ubozhenkiUbozhij è una parola che nel russo moderno qualifica ciò che è disgustoso e inguardabile: possono essere ubozhij i mobili, i vestiti, o puoi sentirti ubozhij tu prima di uscire di casa la mattina. Soltanto adesso, mentre parlo con Polina, scopro che ubozhij significa “u Boga” (vicino a Dio), e che quindi ubozhie erano tutte le persone che, per via dei difetti fisici o mentali, venivano resi più vicini alle divinità dalla pietà umana. La bambola ubozhenka ha il corpo piccolo piccolo e le gambe lunghe e sottili che penzolano: non riesce a stare né seduta, né in piedi. Veniva usata per insegnare ai bambini la misericordia.

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Letteratura che confermi quanto raccontato da Polina, finora, non sono riuscita a trovarne, anche se, si capisce, buona parte di questa tradizione deve essere tramandata per via orale, proprio come si tramandava la tradizione delle nostre nonne, quasi scomparsa, di “incarmare il mal di testa”. Fausto e Maria sono rimasti a bocca aperta e sono andati via rinfrescati da nuove, vecchie idee, che potrebbero riciclare nelle loro creazioni di moda.

Polina_Vladimirtseva_dolls

Io, invece, voglio saperne di più sulle bambole, quando avrò tempo.

 

Se conosci il russo e vuoi saperne di più, puoi consultare questo link.

 

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