Alla marcia di Navalny io non c'ero

Alla marcia di Navalny io non c’ero. E non è che non c’ero perché “non è il mio paese”, come mi ha detto un amico ucraino di Mosca. E non è nemmeno che non c’ero perché avevo paura di stare in mezzo alla mischia, non sia mai un attentato, non sia mai ti arrestano. Ecco, a pensarci bene, l’unica cosa che mi preoccupa di essere arrestata per presunti motivi politici è che potrei perdere il visto: ma se si trattasse di farsi una notte in cella con le persone che marciano contro Putin, ne verrebbero fuori un botto di storie da raccontare (sì, mamma, sono un’incosciente, perdonami).

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Io alla marcia di Navalny non c’ero perché avevo già da tempo deciso di accettare l’invito di una mia collega di Zelenograd e di approfittarne per intervistare sua madre, classe 1937, che si ricorda Stalin. Quando ho sentito che si sarebbe stata la marcia, non mi sono affrettata a cancellare i miei impegni: si vede che il destino non mi vuole nell’occhio del ciclone della Storia, ma in qualche punto più distante dal centro (e più veloce?) della centrifuga; gli aneddoti di Irina Isakovna, mi sono detta, dovrebbero essere tanto importanti quanto le architetture storiche che fanno i titoli dei giornali.

E a proposito di questa mia fissazione per le storie “piccole”: Irina Isakovna sarebbe dovuta essere la prima protagonista di una serie di racconti che avevo immaginato, dal titolo Babuški (“nonne”). La serie non si sarebbe limitata soltanto alle nonne russe, e considerato che è molto difficile trovare nonne russe che siano disposte, oltre a raccontarsi dietro a una tazza di tè, a comparire in video, vi chiedo, o lettori: avete delle nonne, russe, sovietiche, italiane, di qualsiasi tipo, da propormi per questo progetto? Se sì, inviate un messaggio nella sezione scrivimi di questo blog.

Così, vi dicevo, sono andata a casa della mia collega, ma il cavaliere senza macchia e senza paura, che è russo e ne ha le palle piene di Putin, non solo ha trovato mille scuse per non venire con me ma, dopo aver dato un’occhiata ai video in diretta da tutta la Russia su internet, ha deciso che bisognava assolutamente precipitarsi sulla Tverskaja, perché una cosa così in Russia non si era mai vista. “E se poi mi arrestano?” mi ha chiesto. Gli ho risposto che in questo caso non potrei aiutarlo, visto che sulla carta non siamo nemmeno marito e moglie e che ufficialmente in Russia sono solo ospite, e che quindi, se stava uscendo sulla Tverskaja con l’obiettivo preciso di farsi arrestare, per me se lo potevano pure tenere e il mio biglietto per l’Italia era già pronto. Allora lui mi ha promesso di non gridare slogan (non sono sicura che sarebbe stato arrestato, tra l’altro, solo per aver gridato qualche slogan), ma di farsi solo “una salita e una scesa”, di non farsi arrestare e di tornare sano e salvo a casa.

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Uscire fuori Mosca è sempre un’esperienza: può esserci il nulla per chilometri e poi, all’improvviso, un cartello, una città, palazzi identici a quelli di Mosca, parchi, e normalmente un Lenin al centro. Eppure, uscire fuori di Mosca dà la sensazione di andare veramente in Russia, veramente a caccia di storie, perché fuori Mosca non c’è tutto il lusso della capitale, non si affollano i ragazzi nei pub più glamour, le persone non sfrecciano come talpe da un buco all’altro della città in metropolitana, e gli autobus sono diversi, meno in stile mitteleuropeo, più sgarrupati, e sembra che in questi posti ci viva gente normale, che fa una vita normale, cioè niente di particolarmente degno di essere messo su Instagram

All’inizio, quando ci sediamo intorno al tavolo in soggiorno e cominciamo a mangiare, Irina Isakovna sembra timida: le avevo chiesto di filmarla, ma mi aveva detto di no; poi sua figlia mi ha spiegato che era inusuale per sua madre farsi quattro chiacchiere con una straniera che scrive un blog, e così mi ha invitato a casa sua, per un pranzo in famiglia in territorio neutrale. Poi, quando si rompe il ghiaccio, piano piano comincio a rivolgerle delle domande, e lei risponde e piano piano si allunga sempre di più, fino a quando il resto della famiglia si dilegua e rimangono con me soltanto lei e la figlia, Maya, due generazioni a raccontarmi dell’Unione Sovietica e del tempo della sua caduta dalla prospettiva delle piccole cose quotidiane.

Quando era bambina, Irina ha vissuto in diverse città tra la Russia e l’Ucraina: c’era la guerra e sua madre si prendeva cura della sorella, il cui marito era stato messo a morte, nonostante fosse stato nominato eroe della patria nella Prima Guerra Mondiale. Parliamo dei diritti delle donne in Unione Sovietica: è vero, l’ideale comunista dei primi anni della rivoluzione proponeva un modello sociale di parità tra l’uomo e la donna, anzi, negli anni ’20 molto spesso si andava a vivere insieme senza sposarsi, e il matrimonio era spesso considerato un retaggio del vecchio mondo, un contratto inutile a rappresentare l’amore naturale tra due persone: quando non si voleva più stare insieme, ci si lasciava e basta, e si decideva con chi sarebbero stati i bambini. “Era successo così con la zia,” dice Maya, “non te lo ricordi? Il suo primo marito non era suo marito.” Stalin aveva idee meno liberali in fatto di politiche familiari e di genere, e con lui si ritornò a un modello più conservatore: “Il film Mosca non Crede alle Lacrime – in cui una ragazza rimane incinta fuori dal matrimonio e nonostante tutto a lavorare e laurearsi da ragazza madre, è una favola,” mi spiega Irina Isakovna, “In realtà era molto difficile per una donna accudire un bambino da sola, figuriamoci poi se tuo marito era stato condannato a morte: eri un’emarginata. Quando eravamo ragazze, l’idea di rischiare una gravidanza fuori dal matrimonio ci terrificava; era come macchiarsi di un grave peccato, e in questo la morale dell’Union Sovietica, è vero, non si differenziava tanto dalla morale cristiana ortodossa che aveva rifiutato”. Era solo cambiato il nome di Dio, ma la religione era sempre quella.

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“Gloria al migliore amico dei bambini, al grande Stalin!” da Diletant

Irina Isakovna ricorda che, da bambina, molto raramente vedeva dei soldi: la mamma riceveva, in cambio del suo lavoro, alloggio, prodotti alimentari e buoni per fare provviste del necessario nei diversi negozi. Ricorda uno slogan popolare tra i bambini: “Grazie, compagno Stalin, per la nostra infanzia felice”. Tutto quello che c’era al mondo era merito di Stalin, la pace era merito di Stalin, il pane era merito di Stalin, la Russia era il paese più bello del mondo. “Ero una bambina come tutte le altre,” racconta Irina, “ero stupida come tutte le altre”. Quando Stalin morì lei aveva 16 anni: “Quando mi raccontarono che Stalin andava in bagno come tutti gli altri, non potevo crederci. Come può una persona del genere andare al bagno?

“Vivevamo bene in Unione Sovietica, ma siamo stati fortunati, con il lavoro, con la città in cui abbiamo vissuto. Da un punto di vista umano, mi sembra che l’Unione Sovietica fosse meglio del mondo capitalistico che abbiamo costruito adesso. C’era meno egoismo, più compassione. Ci si aiutava veramente gli uni gli altri, perché tutti eravamo uguali e tutti avevamo più o meno le stesse cose. È vero che c’erano meno crimini, che si rubava, si uccideva di meno, e quasi non si faceva uso di droghe. Non c’era la frenesia che c’è adesso.”

E le marce? Domando. Cosa ne pensa di Navalnyj? Qual è la differenza tra le marce di adesso e le marce di allora?

Navalnyj alla signora Irina non ispira chissà quanta fiducia: certo, ci vuole un cambiamento, i giovani lo desiderano e ci vorrebbe davvero. Eppure, perché alzarlo in cielo? Del resto, anche lui va in bagno come tutti gli altri e “nessuno ci assicura che, come tutti gli altri, non cominci a rubare una volta al potere. E poi siamo sicuri che nessuno a occidente lo stia finanziando per destabilizzare la Russia? Siamo sicuri che non gli si stia lasciando spazio all’interno della Russia proprio per creare l’illusione di elezioni democratiche?” Con le questioni di potere, bisogna sempre essere molto diffidenti. Tanto, la verità non te la dice nessuno. E le marce… “Certo, è una ficata marciare per strada gridando slogan,” dice Maya, “ma serve?”

Maya e il marito hanno deciso di non dare il permesso al figlio ventenne di partecipare alla manifestazione. Il marito ha raccontato che una ragazza a lui sottoposta al lavoro è stata tra gli arrestati del caso di piazza Bolotnaja. La ragazza gli ha raccontato di aver partecipato a un campo in Lettonia in cui insegnavano i ragazzi ad agitare la folla in vista di simili proteste in Russia: “Io non voglio che anche i miei figli cadano nel tranello dell’illusione della libertà,” mi spiega, “A me sembra che il tuo dialogo con la nonna sia molto più importante, per l’umanità, di qualsiasi marcia.”

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Le marce, per gli adulti della famiglia di Irina, sono un atavismo. Si marciava non perché spinti da ideali e da desideri di rivendicazione, ma perché “si usava così”, c’erano le date con le feste comandate e ad ogni festa corrispondeva la sua marcia. Già da pionieri (gli scout dell’URSS) si imparava a urlare slogan, ci si allenava in gruppo a scandirli tutti secondo lo stesso ritmo, si imparavano le canzoni del regime. La marcia non aveva un significato speciale di rivolta, ma era un momento di raccoglimento sotto un’unica bandiera, una festa. “Adesso capisco che sembravamo tanti idioti,” commenta Irina. “Adoravo quando mi portavi con te alle marce,” racconta Maya, “Era l’unico momento in cui potevo vedere e magari tenere in mano un palloncino colorato. Non è che non me lo compravano perché eravamo poveri. È proprio che non si trovavano nei negozi, non era come adesso!” E finalmente, ascoltandola, capisco perché alla quattordicenne della canzone di Viktor Tsoj, Vos’miklassnitsa, piacciono così tanto i palloncini, e cosa doveva essere quel contrasto tra lei e lui che, già studente universitario, fuma sigarette camminando accanto a lei e le regala caramelle.

E continua la nostra conversazione, parliamo di politica, di costume e di palloncini. Il papà di Maya aveva una cartella in cui raccoglieva i ritagli di giornali con gli slogan e i titoli più ridicoli, per esempio: “Чтобы делать лучше, надо делать по-большому”, che significa: “Per fare di meglio, bisogna agire in grande”, ma anche “bisogna fare il bisogno grande”. All’inizio mamma non pensava. “Tutto quello che facevamo, per me, lo facevamo perché ne aveva bisogno il partito,” racconta Irina. Suo marito non ne era tanto convinto. “Ti ricordi quando papà ascoltava Voice of America nascosto sotto alle coperte in camera da letto?” dice Maya. “No. Ma davvero?” domanda la mamma. Forse il papà lo faceva così di nascosto, che nemmeno la moglie lo sapeva. “Si metteva sotto le coperte perché il silenzio fosse assoluto. Era molto difficile capire cosa stessero trasmettendo, perché in quegli anni il segnale veniva oscurato dal regime sovietico”. Maya ricorda che, quando scoprì il padre ad ascoltare la radio proibita, lui le spiegò: “In Unione Sovietica ci raccontano le cose in un modo, e ci dicono che loro dicono determinate cose di noi. Io vorrei sapere cosa dicono di noi e in che modo raccontano le cose, così se so un po’ di quello che dicono da noi e un po’ di quello che dicono da loro, posso provare ad immaginare qual è la verità”.

Il marito di Irina non si comportava poi così diversamente da noi oggi, anche se noi non siamo costretti a nasconderci sotto le coperte per interpretare il segnale di una radio proibita.

Avrei voluto filmare Irina, ma lei non ha voluto. Le è piaciuto il nostro incontro, però, e lo vorrebbe ripetere.

Una volta avevo una nonna, l’ultima nonna che mi era rimasta. È morta per il desiderio di morire, più che per la malattia, e negli ultimi anni della sua vita il suo desiderio di morte mi faceva tanta impressione che non riuscivo a cercare ed ascoltare le sue storie.

Poi incontro Irina Isakovna. Come Nina, la signora con cui ho vissuto per quasi due anni, tutte le mattine fa la ginnastica, cammina a piedi, ogni giorno legge, studia. Ha ottant’anni ed è ancora così giovane e in salute. Capisce che le storie che mi può raccontare hanno un valore anche per il resto dell’umanità. Sì, anche io spero di ripetere l’incontro e di poter immortalare i suoi racconti, prima che sia troppo tardi.

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Ah, c’era stata una marcia di protesta, quel giorno.

“È stato troppo interessante, non sai che ti sei perso!”

“È stato troppo interessante, non sai che ti sei persa!”

“La signora Irina ha detto che mi vuole incontrare ancora!”

“Una cosa così in Russia non si era mai vista!”

“Lo sai che i bambini andavano alle marce per vedere i palloncini?”

“La gente che gridava che Putin e Medvedev sono ladri, le scarpe da ginnastica appese ai pali della luce…”

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