In autobus e in treno da Salerno a Mosca


Viaggiare in aereo è più veloce e in Europa è spesso anche più economico, ma vuoi mettere il romanticismo del viaggio in treno, dei paesaggi che cambiano davanti al finestrino, degli odori delle frontiere? È per questo che il cavaliere senza macchia e senza paura si è incaponito col diretto Mosca-Nizza, che si ferma anche a Milano. Questa volta però sono riuscita ad ottenere un compromesso: non mi basta guardare soltanto dal finestrino, io voglio scendere! Abbiamo organizzato un viaggio da Salerno a Mosca via terra calcolando ogni singola fermata, e nonostante l’imprevisto, che ci ha portati a Roma a ricevere per me un visto urgente (ma è un’altra storia), tutto è andato bene. Le tappe: Salerno – Roma – Firenze – Vienna – Mosca.

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Castellabate, provincia di Salerno

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Inciuciare sul balcone. Cetara, provincia di Salerno

Il 25 agosto, giovedì mattina, siamo partiti da Salerno per Roma con un pullman Leonetti e Gallucci. A Roma abbiamo rivisto il Colosseo e il Foro, siamo andati a ritirare il visto, e poi volevamo rivedere San Pietro, ma siamo usciti a Lepanto, dove c’era scritto tra parentesi “Vaticano”, anziché a Ottaviano: il risultato è stato che, per mancanza di tempo, abbiamo preso una bottiglia d’acqua e una pizzetta al volo all’angolo e siamo ripartiti subito per l’autostazione Tiburtina. Abbiamo anche avuto l’idea geniale di lasciare il biglietto giornaliero che avevamo comprato a dei passanti. Entrambi sono rimasti senza parole e hanno cominciato a sorridere come i tipi nei video sugli abbracci gratis.

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Colosseo

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Trovare una foto e non ricordare da dove l’hai scattata

Da Tiburtina abbiamo preso un Flixbus che per soli 10 euro ciascuno ci ha portati a Firenze. Il Flixbus è bello almeno quanto un aereo: come sull’aereo una voce registrata ti accoglie e ti saluta, ti informa del percorso, e ti ricorda che se vuoi mettere a caricare il cellulare, vicino ai sedili ci sono delle prese di corrente. C’è anche il bagno.

Il paesaggio napoletano, fatto di case e palazzi accocchiati a casaccio alternati a serre a volte bucate e svolazzanti e scurissimi campi coltivati, cambia già sotto Roma, dove diventa giallo dorato e pieno di covoni e mucche, ma quello toscano il cavaliere non l’aveva mai visto e ci ha subito fatto caso: qui, mi dice, è tutto più verde, ci sono più alberi alti e cascine sulle colline. Siamo arrivati a Firenze intorno alle 21:00 e siamo subito andati a piedi a lasciare le nostre cose nell’albergo Argentina, un tre stelle in un edificio storico non lontano dall’Arno.

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In un vicolo di Firenze, lui se ne stava fermo lì in mezzo, incurante dei passanti.

Siccome appena il giorno prima ci avevano chiamati allarmati, dalla Russia, per il terremoto ad Amatrice, il cavaliere si è domandato: con queste scale a chiocciola così strette e quest’ascensore striminzito nascosto dietro a un pilastro… non è pericoloso? Il pavimento della camera invece mi piaceva tantissimo, anche se, quando al mattino ho deciso di aprire la finestra per guardare fuori, ho subito capito che era così vecchia e tosta che non si chiudeva più.

Questo è un mistero per me, quello delle finestre. Anche in altri posti, negli alberghi, ho trovato finestre che non si aprono, a volte accompagnate proprio da un cartello che indica la presenza dell’aria condizionata, come sugli autobus e sui treni più moderni. Non capisco e non approvo questa mania claustrofobica, non solo perché è snervante non poter aprire le finestre quando si ha voglia, ma anche perché è una scelta non ecologicamente sostenibile: cioè voi avete la possibilità di aprire lo spiffero per far cambiare l’aria, e preferite consumare corrente elettrica, oltre a tutta la plastica e i metalli che si usano per costruire quelle infernali macchine produci-aria? E poi, fosse anche ecologicamente sostenibile, fa male alla cervicale, dà la sensazione di stare in un frigorifero. Quello che volete voi, io sono antica. Per me un posto bello è un posto con delle belle finestre, che si aprono e si chiudono all’occorrenza.

La sera stessa abbiamo cenato da Industria (ma solo per fame, perché siamo abituati a viaggiare con budget minimi, visto il costo degli spostamenti, e voi di Industria siete molto più cari di quelli di Salerno), siamo passati al Caffé Curtatone a comprare una torta per il cavaliere che festeggiava gli anni, ci siamo chiusi in camera e ce la siamo sbufarati.

La colazione non era inclusa nel pernottamento e l’hotel Argentina ci avrebbe offerto un cornetto e un cappuccino per cinque euro. Abbiamo deciso di andare al Conad: abbiamo comprato una focaccia, un’insalatona, due pesche e una bottiglia d’acqua; abbiamo speso sette euro.

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Piazza delle Signorie. Una blogger inceppata vorrebbe che questa foto fosse in verticale.

Firenze l’abbiamo girata tutta a piedi, per questo in un posto non lontano da Piazza delle Signorie ci siamo seduti su una gradinata, io mi sono tolta le scarpe e i calzini e ho sgranchito i piedi e il cavaliere si è strafogato l’insalatona: una cosa che non avremmo mai potuto fare all’Altare della Patria a Roma, dove, non appena mi ero seduta per controllare un attimo le mappe e prendere fiato, una poliziotta era venuta a cacciarmi via. Non siamo entrati in nessun museo o cattedrale a pagamento, per due motivi: il primo era la mancanza di tempo, il secondo il costo. Non che non potessimo pagare 20 euro ciascuno per entrare agli Uffizi, ce li avevo pure. È solo che, considerata la mancanza di tempo, il budget che ci eravamo imposti e il confronto con i prezzi dei musei in Russia, siamo inorriditi: entrare alla Galleria Tretjakovskij costa 400 rubli; con il cambio corrente 20 euro sono 1400 rubli, per fare toccata e fuga è un furto.

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Cattedrale di Santa Maria del Fiore

Alle nove di sera del 26 abbiamo cenato alla stazione di Santa Maria Novella e siamo partiti per Vienna, su un InterCity Notte che ci avrebbe portato a destinazione in circa dodici ore. Sempre per economia, abbiamo preso i posti a sedere, che ci sono costati 59 euro ciascuno, anziché la cuccetta, dove il posto letto costava il doppio. Anche qui, doppia motivazione: uno, siamo dei poveri russi / io sono un’italiana abituata all’Espresso; in Russia con 59 euro (circa 4000 rubli col cambio corrente) arrivi a Rostov sul Don e torni indietro, che sono complessivamente 48 ore di viaggio, e viaggi in platzkart, cioè con letto, materasso e coperte; due, tra noi c’è pur sempre un turista al quale non dispiace sperimentare le cose italiane, e rendergli la vita facile non è onesto.

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Fiume Arno. In lontananza il Ponte Vecchio.

Nel nostro scompartimento c’erano un padre e due figlie, probabilmente cechi, che hanno steso i propri sedili e si sono sdravaccati comodamente gli uni sugli altri. Noi, seduti accanto al finestrino, abbiamo fatto i filosofi: io leggevo, lui lavorava al computer, alla fine abbiamo tirato pure noi i sedili al centro e ci siamo addormentati tutti curvi, odorando l’uno i calzini dell’altra e puzzandoci di freddo, perché nel treno c’era l’aria condizionata. Quando a Vienna siamo usciti dal treno, si stava caldi e si stava bene. Una delle prime considerazioni è stata: “Ma che cavolo di treni avete in Italia?”

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Il periodo comunista di Vienna, pare. Nei dintorni della stazione centrale.

A Vienna avevamo il check-in alle 15:00 al Sommerhotel Wieden, ma speravamo di poter lasciare le valigie già adesso, quindi, usando la mappa scaricata scroccando la wi-fi del MacDonald’s la sera prima, ci siamo diretti verso l’albergo, non lontano dalla stazione. Questo posto ci è piaciuto tantissimo. Innanzitutto perché lungo la strada c’erano tanti edifici con scritte che ricordavano il periodo comunista di Vienna, del quale non conoscevamo, o avevamo dimenticato, l’esistenza: residenze comuni, scuole, tutti simili, nella funzionalità dell’architettura, a quelli di Berlino Est e a certi vecchi edifici di Mosca e Pietroburgo. Poi, per l’atmosfera studentesca del posto, che sembrava più un dormitorio, che un albergo. La camera era libera, così abbiamo fatto subito il check-in e ci siamo pure potuti rinfrescare un po’.

 

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Quasi arrivati alla cattedrale di Santo Stefano (nell’angolo a sinistra)

Anche Vienna l’abbiamo percorsa tutta a piedi. Dall’albergo siamo andati a fare colazione dal kebabbaro all’angolo, dove abbiamo preso dei panini con il falafel, e poi siamo andati al castello Belvedere, abbiamo passeggiato per il giardino botanico, ci siamo infilati in un supermercato per comprare del cioccolato, una bottiglia d’acqua, un succo di frutta e una bevanda svizzera al gusto di marijuana, ci siamo diretti verso il centro passando accanto al maneggio e alla vecchia farmacia e ci siamo ritrovati sommersi tra i palazzi, che sinceramente erano così tanti e così sfarzosi, che faccio fatica a ricordarmeli tutti – salvo quello della principessa Sissi, se mi ha aiutato il poco ti tetetesko ke mi rikorto. Siamo arrivati fino alla cattedrale di Santo Stefano percorrendo una strada centrale con negozi, caffé costosi, folle di turisti e artisti di strada che facevano enormi bolle di sapone; una strada molto simile all’Arbat, tant’è che comincio a sentirmi confusa, quando viaggio, perché l’entusiasmo della scoperta viene spesso sopraffatto dal dejà-vu.

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Vienna

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Parlamento austriaco

Dopo la cattedrale, abbiamo cominciato a tornare indietro. Era sabato, ma noi pensavamo che tanto siamo in una capitale. I supermercati erano affolatissimi, ma noi non ci abbiamo fatto caso e abbiamo voluto fare gli schizzinosi: ma sì, proviamo più avanti, ma sì, la spesa la facciamo dopo. Gli è che alle 19 aveva già chiuso tutto e ci siamo ritrovati quasi a casa, affamati, a delirare davanti a uno show room di toilette auto-pulenti con un’insegna goliardica, che un mio amico che vive a Monaco ha voluto tradurre così: “Io culo l’acqua”.

 

Abbiamo deciso di mangiare in un ristorantino nella zona dell’albergo, 15 Süsse Minuten, 15 Dolci Minuti, che serviva, tra le altre cose, cibo polacco. Così io ho preso uno Schnitzel mit kartoffeln, che mi hanno servito con la marmellata di ciliegie, e il cavaliere ha provato i pirogi, convinto che fossero come i pirogì russi, delle pizzette rustiche: nel piatto si è ritrovato sette pel’meni di numero. I pel’meni, per chi non lo sa, sono dei ravioloni ripieni: una specie di versione russa dei ravioli al vapore cinesi, la cui versione ucraina, identica a quella russa, si chiama vareniki. Mangiare lì ci è piaciuto tantissimo: non solo la cameriera mi ha fatto tanti di quei complimenti per il mio tedesco studiato una volta, dimenticato, ripreso e ridimenticato, che stavo per crogiolarmi sotto al tavolo e fare prr-prrrr, ma c’erano anche un sacco di libri, così che ci siamo potuti intrattenere, durante l’attesa, interpretando l’Interpretazione dei Sogni di Freud, un libro sui cavalli e alcune vignette umoristiche.

La mattina dopo l’albergo ci ha regalato ancora una grande soddisfazione: per lo stesso prezzo dell’Hotel Argentina, la colazione continentale inclusa. Abbiamo mangiato all’aperto insalata di pomodori e cetrioli, pane con formaggio e salame, brioche con la marmellata, anguria, abbiamo bevuto tè e succo di frutta. Abbiamo lasciato i bagagli alla reception e ci siamo rimessi in cammino.

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Rathaus. Sfilata di auto d’epoca

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Rathaus, Vienna

Questa volta abbiamo provato la metropolitana. Un euro e ottanta!!! In rubli sono, col cambio corrente, 126 rubli, cioè due biglietti e mezzo se viaggi senza abbonamento, ma almeno cinque o sei corse se sei abbonato. Quest’Europa è proprio cara. Siamo entrati a Südtiroler Platz, abbiamo fatto il cambio a Karlsplatz e siamo usciti a Museumsquartier. Da qui abbiamo percorso a piedi il vecchio quartiere aristocratico, siamo passati davanti al parlamento e siamo arrivati al Rathaus, il municipio, davanti al quale si stava tenendo una sfilata di auto d’epoca. Da lì abbiamo ancora girovagato a piedi e ci siamo diretti verso la casa museo di Freud e poi verso un canale del Danubio… perché ormai la forza di arrivare a vedere il bel Danubio blu non c’era.

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Casa museo di Freud

 

Siccome era domenica, tutti i supermercati erano chiusi; noi non ce l’eravamo immaginati, per qualche motivo avevamo dato per scontato che Vienna fosse come Mosca, e per questo non abbiamo potuto fare la spesa per il viaggio di ritorno, ma ci siamo limitati a comprare due panini al falafel da asporto dal kebabbaro diventato ormai di fiducia. Abbiamo ritirato i bagagli dalla reception e siamo andati alla stazione. Alle 16:40 siamo saliti sul treno diretto da Nizza a Mosca che, tra le tante fermate, passa anche per Milano Rogoredo.

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Sosta alla stazione di Bohumìn, Repubblica Ceca

Sul treno russo, finalmente ci siamo potuti riposare! Via le scarpe e subito a poltrire sui nostri letti che, purtroppo, erano al piano di sopra, perché nonostante io li abbia comprati appena venti minuti dopo l’inizio della vendita online, quelli di sotto erano già finiti. La fame si faceva sentire, ma il treno portava ritardo e le soste erano sempre più brevi. A Bohumìn, in Repubblica Ceca, il treno si è fermato più a lungo e noi ci siamo precipitati fuori dalla stazione, appena cinque minuti prima della chiusura del negozio di alimentari di fronte. Quello che ci siamo dimenticati, però, è che l’ultima volta avevamo pagato con la carta di credito e che il negozio accetta solo corone. Per questo, una volta finiti i panini al falafel, non avevamo niente per la colazione, e abbiamo deciso di provare, per la prima volta, il vagone ristorante, dove abbiamo scoperto che si possono mangiare tre bliny con la marmellata al prezzo di un intero pranzo da Mu-mu, e che a cena si può aspettare anche un’ora e mezza per essere serviti, e perdersi così venti minuti d’aria se nel frattempo il treno si ferma.

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Menù del XIX secolo nel vagone ristorante

La cosa più bella del treno russo (sarò ripetitiva?) è il paesaggio che cambia. A Brest il treno ferma per la seconda volta – la prima è pochi minuti prima, al confine della Polonia. La polizia entra in ogni cuccetta, controlla i passaporti, le carte di immigrazione, una signora della finanza controlla le valigie e chiede il numero di alcolici e la somma spesa in vestiti e scarpe. Poi il treno riparte: torna indietro in una zona dove si cambiano le ruote. I binari europei sono più stretti, per questo, mentre tu dormi, il treno viene spezzettato e i vagoni, uno a uno, sollevati da operose formiche in uniforme su delle colonne di ferro, come dal meccanico. Le ruote ravvicinate europee scivolano via sui binari e le ruote più distanti della Russia scivolano sotto il vagone, che viene poi riportato giù e incastrato con due o tre colpi che ti svegliano appena.

Poi il treno riprende il largo attraverso file di tigli e betulle e dorate distese di grano. E allora sai che, anche se non hai ancora passato il confine russo, anche se, considerati i confini geopolitici, sei ancora in Bielorussia, nella Russia Bianca, è comunque in Russia che ti trovi, nella Russia come idea.

I nostri amici guardano le foto e i filmati del viaggio: Salerno, Roma, Firenze, Vienna, Bohumìn… Non appena vedono scivolare dietro al finestrino di legno il paesaggio bielorusso, li senti dire: “E qui siete arrivati a casa.”

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Paesaggio bielorusso visto dal finestrino del treno

P.S. Cosa non mi piace, di questo viaggio: la sua superficialità. Il senso esatto di entrare nella cattedrale di Santo Stefano o in qualsiasi altro luogo di interesse, senza avere un’adeguata preparazione storica, non lo vedo. Viste così, le città sembrano tutte uguali. È pur vero che sapere tutto e ricordarselo sempre al momento giusto, non è possibile. A volte bisogna solo respirare l’aria del paese diverso, entrare in un negozio e provare a parlare in un’altra lingua, mimetizzarsi con tutti quelli che ci sono nati e ci vivono, e nemmeno loro se li ricordano i perché della cattedrale di Santo Stefano.Sarà una giustificazione al turismo ignorante?

 

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