Propaganda per tutti (for dummies)


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Questa è la storia di come una mia collega, Adrienne, insegnante di inglese statunitense, sia stata assoldata dalla propaganda russa (quasi) senza saperlo.

Le cose sono andate così: Pavel (nome di fantasia), responsabile del marketing digitale della scuola di lingue in cui lavoriamo, si è presentato un giorno dicendo che aveva trovato un contatto con una TV federale, TVC, che sarebbe venuta a filmare un reportage di ventisei minuti sulla vita di un’americana a Mosca e le sue opinioni su Trump, e che la protagonista sarebbe stata Adrienne.

Adrienne non aveva mai dato il suo consenso a Pavel, perché è stata informata solo quando Pavel si era già messo d’accordo; come si dice in russo: “Mi hanno data in sposa quando non ero presente.” Adrienne non aveva nessuna intenzione di parlare di politica, ma Pavel credeva che questa apparizione fosse una buona pubblicità per la scuola. Sia io che le direttrici della scuola dubitavamo che, dalle tre ore di presenza della troupe in sede e dalle quattro o forse meno ore di girato complessivamente, si potesse ricavare un reportage di ventisei minuti in seconda serata solo su Adrienne. In più, figurati se una TV che campa con la pubblicità va a mostrare in video il logo della scuola senza farsi pagare.

E infatti il risultato è stato questo. Adrienne ha ripetuto ai giornalisti che non voleva parlare di Trump, ma alla fine se la sono rivoltati così bene che, una cosa tira l’altra, qualcosa di politico è comunque venuto fuori. Il logo della scuola non è comparso. Se Adrienne compare in tre minuti di quei ventisei è tutto il mondo. La sua comparsa, in ogni caso, è molto più significativa di quello che il numero tre fa pensare.

Le cose che dice Adrienne nell’intervista sono le cose che pensa e che tutti sappiamo anche fin dai suoi primi mesi a Mosca:

  • i russi sono convinti di stare peggio che in altri paesi, nonostante noi stranieri non vediamo grandi differenze per quello che riguarda la classe media;
  • non è assolutamente vero che le persone in America o in Europa sono più ricche, che non si sente la crisi economica, che non ci sono problemi con il sistema sanitario, l’istruzione e vari altri diritti umani;
  • Trump è stato eletto dall’americano maschio bianco medio;
  • parlando di politica si cade spesso in stereotipi che alzano muri che, per rendere il mondo migliore, andrebbero invece abbassati;
  • sono venuta in Russia perché in America non mi sentivo felice (questo non c’è bisogno che Adrienne lo dica: chiunque decida di andare a vivere in un altro paese aveva qualche problema nel paese precedente, e di quale natura esso fosse a noi non interessa).

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Il fatto è che i ventisei minuti di documentario si intitolano “Mister America” e raccontano la situazione disastrosa in cui sono piovuti gli Stati Uniti con il mandato di Obama, quanti problemi stia affrontando l’America e come invece questi “americosy” si preoccupino dei presunti hacker russi che avrebbero falsificato le loro elezioni, elezioni in cui ha vinto Trump, che alla Russia finora conviene. Cosa c’entra un’insegnante di inglese in una scuola di lingue privata della periferia della capitale russa? C’entra, se i pensieri di Adrienne vengono montati in punti strategici del reportage, magari con l’aggiunta di una musichetta malinconica a sottolineare il romanticismo del fiocco di neve russo (che a me fa tanto venire in mente qualche scena che mi sono girata in testa leggendo Tolstoj – tipo quando Levin e Kitty, in Anna Karenina, pattinano sul ghiaccio). C’entra se la voce del reporter racconta non che Adrienne è emigrata, ma che ha abbandonato il paese; se di tutte le parti in cui lei racconta delle preoccupazioni dei suoi amici rispetto alla sua decisione di venire in Russia, viene messo in evidenza il racconto dello psicoterapeuta e quindi un fuggevole riferimento a un episodio di depressione – della serie, in America ero depressa, in Russia sto bene. C’entra se alla fine del reportage, dopo fotogrammi su fotogrammi di carri armati, rianimazioni con defibrillatore e esperti grigi su sfondo grigio che informano sulle catastrofi commerciali che potranno seguire le trovate di Trump con la Cina, compare lei che gioca a palle di neve, che di politica non vuole parlare, perché in una situazione così rimane poco da dire. Ah, com’è bella la Russia, dove non si sta così male come noi crediamo! Ecco il pensiero surrogato che appaga tutti i dubbi che si potrebbe magari stare meglio.

Adrienne non parla in russo, salvo per sopravvivere, quindi è difficile che abbia guardato il video pensando: “Che merde!” La contabile della scuola, invece, che conosce benissimo il proprio paese, ha detto che Adrienne è venuta benissimo, e che il reportage è terribile. Con l’attenzione fluttuante dello psicanalista che mi raccomandavano di avere al liceo, quando guardavo un film, io dico che  nel fanatismo dell’informazione, questi sono stati proprio bravi a far sembrare un’insegnante progressista e democratica antiputiniana in una poveretta che è scappata dagli Stati Uniti manco fosse una richiedente asilo. Me lo sono goduto, il video. Però mai e poi mai mi berrei la storia che girano un reportage di ventisei minuti sulla mia vita e le mie opinioni su Berlusconi, Renzi, o chicchessia. Soprattutto se mi filmasse, che ne so, il primo canale.

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