La vie en rose


La vita è frenetica. Un giorno hai 24 anni e stai seduta nel tuo paesino a leggere il Giardino dei Ciliegi con la prefazione di Fausto Malcovati e a sognare una cucina con un ramo piegato dal peso della neve alla finestra, il profumo dei pelmeni fritti, e una vecchia radio che manda Italiano Vero su Retro FM, ma soprattutto un lavoro vero e che i tuoi studi non siano carta igienica; il giorno dopo di anni ne hai 30, stai seduta nell’aula insegnanti alla periferia di Mosca a correggere una pila di compiti di inglese e a preparare lezioni di italiano basate sul video di The Jackal “Le domande degli immigrati agli italiani”, e di tempo per fantasticare ne hai così poco che ormai passi direttamente all’azione. Programmi le ore che potrai dormire con cura, per non perdertene nemmeno una, e ottimizzi i tempi leggendo il giornale dal cellulare in autobus o sul gabinetto. Mangi la kasha di grano saraceno con i funghi, la cipolla e la smetana perché ormai hai rinunciato a sforzarti di mangiare italiano, contro ogni senso del sapore, del chilometro zero e dell’embargo. Rimandi importanti progetti di traduzione perché aspetti la mattina libera per chiamare gli editori in orario di ufficio, con il fuso di due ore, studi di domenica, spendi con gioia un quarto dello stipendio per comprare una videocamera per continuare a studiare, vai a scuola di ballo, e sei anche una cliente affezionata di Leroy Merlin, dove passi le ore libere di un sabato a scegliere uno zerbino bello per accogliere i tuoi, che vengono a trovarti per la prima volta in Russia, dopo più di tre anni dal tuo arrivo.

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Sui gradini della cattedrale di Cristo Salvatore, in seguito al disastro aereo sul Sinai

I miei genitori sono arrivati in a Mosca nello stesso giorno in cui l’aereo passeggeri di Kogalymavia si è abbattuto sul Sinai.

Il Sinai. Lo sapete cos’è il Sinai? Io lo so, me lo ricordo dal catechismo. E’ il posto dove Mosè ha ricevuto le tavole. Sulle tavole c’erano scritti alcuni principi importantissimi che governano la mia vita, il più importante dei quali è così importante che gli altri nove non possono esistere senza il primo: “Non avrai altro dio al di fuori di me”. E’ una frase sconcertante, innanzitutto perché non dichiara l’inesistenza degli altri dei, ma l’impossibilità di affidarsi a loro. E’ sconcertante anche perché se si segue quello che succede dopo e tutte le dottrine costruite sulla Bibbia, una bambina sinceramente devota e nostalgica può diventare molto diffidente: e il mio paradosso è credere dentro le ossa e conservare un’attenzione fluttuante su ogni discorso escatologico, filosofico, scientifico, religioso, o sull’origine dell’universo ecc. Perché la fede vera è la fermezza che non è possibile riporre la propria anima in qualcos’altro, e perciò tutto il resto sono dettagli, sfumature, riflessi del prisma. Non posso credere veramente in niente e sono quasi un’atea tendente all’agnostico, molte volte, perché ho un solo Dio. E’ talmente uno, che anche il cattolicesimo mi sta stretto.

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Il viale degli astronauti

A mamma e papà è piaciuta molto Mosca, più di quanto mi aspettassi. Soprattutto VDNH (Mostra dei successi dell’agricoltura nazionale, adesso parco con negozi, mostre ed eventi culturali e di svago). Papà è sempre stato un fan della buonanima (così lui chiama Mussolini), e negli anni ’90 è anche stato berlusconiano, e ora se ne pente. Perché secondo papà c’era molta ipocrisia nel comunismo italiano della sua generazione e un ingiusto revisionismo storico che conservava soltanto il male e oscurava il bene, producendo una percezione distorta della verità della nostra storia e delle nostre origini. Perché secondo papà il sud vero, ricco, era quello di Franceschiello, secondo papà i Savoia erano dei coloni, secondo papà la bonifica delle paludi, propaganda o non propaganda, ci è servita e ce ne serviamo ancora oggi, e ce ne serviamo troppo per poter dire che era tutto solo nero. Perché papà mio è nato agricoltore e fa il perito agrario, e per lui la realtà più necessaria non sono i libri che io mangio, destando in lui un compiaciuto stupore, ma quel frutto gustato appena dopo essere stato raccolto, con la linfa che gli pulsa ancora dentro, quei pomodori sanmarzano persi che sta provando a far rinascere, quella pioggia nel momento sbagliato che rovina le cipolle.

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Monumento alle vittime del regime totalitario nel parco Museon

Così, quando papà, dopo aver percorso l’altisonante viale degli astronauti, ha attraversato le porte in stile greco-romano di VDNH, e ha notato l’uomo e la donna sul frontone, con in mano dei fasci di grano, si è eccitato.

Innanzitutto, gli è piaciuto che ci fossero un uomo e una donna insieme: uguali, ugualmente responsabili del progresso dell’umanità. Poi, gli sono piaciuti i fasci di grano, perché è il pane la prima cosa. Così anche sotto al missile che svetta nel cielo alla fine del viale degli astronauti: il rilievo mostra il popolo sovietico in marcia verso il progresso: Lenin è tra di loro ed è il più alto di tutti, ma nemmeno lui è in prima fila; prima degli astronauti, degli ingegneri, degli insegnanti, degli operai, ci sono loro, gli uomini che circondano mio padre, i contadini.

Per il progetto del videoblog di cui ho accennato nel post precedente, in questi giorni abbiamo intervistato un mio collega peruviano. E’ risultato che nella sua percezione della sfera politica il fascismo si trova a sinistra, e il comunismo a destra. Non è assolutamente segno di ignoranza e non è nemmeno tanto sorprendente. Uno degli scopi del progetto è anche di porre l’attenzione sullo slittamento semantico di molte parole chiave in uso nei mass media. Nella mappa del mondo delle diverse nazionalità, le parole della politica hanno posti diversi, e così nella mappa del mondo di mio padre, il comunismo mi era sempre sembrato una cosa che con il fascismo ha poco a che fare. In realtà, se si guarda alla Storia con un poco più di attenzione, ci sono anche le prove che non fosse proprio così, all’inizio. Quindi cosa significa la parola, svuotata del fatto originario, usata adesso per etichettare un tipo di estremismo?

Mio padre, che dice che a volte sarebbe meglio tornare con la buonanima, ha scoperto la faccia amica del nemico storico, e ne ha preso le parti.

Il mio insegnante di recitazione diceva che lui era di estrema sinistra e il suo migliore amico di estrema destra: dai due estremi dell’ellissi spezzata allungavano le braccia e si prendevano per mano.

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Stazione della metropolitana “Ploshad’ Revoljutsii”

Soltanto dopo la loro partenza, ho avuto il tempo di notare qualche cambiamento intorno a me. Alla partita di hockey, non gli è bastato controllarmi la borsa e farmi perquisire tutta intera dalla poliziotta: mi hanno fatto aprire anche ogni singolo astuccio nella borsa.

Appena una settimana dopo il loro ritorno in Italia, Parigi. Un patema continuo. Perenne eccitazione nervosa. Ho perfino sognato che il mio cavaliere senza macchia e senza paura, vegetariano, gustava un cosciotto di pollo fritto spollacchiandosi pure le giunture e fregandosene del mio stupore; e che io parlavo fluentemente in coreano. E non so più quanto tempo è che non sognavo.

La mia vita è così veloce che non fa in tempo a stare dietro nemmeno alla velocità del mondo. Pensavo, stamattina, alla marsigliese:

Allons, enfants de la patrie, 

le jour de gloire est arrivé.

Contre vous de la tirannie

l’étandard sanglant est levé.

Pensavo che è come la storia poco sorprendente del fascismo e del comunismo: la si può girare al rovescio come un maglione e guardare il disegno in negativo sulla forma uguale. I figli della patria sono gli arabi (in senso lato), il giorno della gloria è quello della resa sugli infedeli e del trionfo della sharia, quelli della tirannia siamo noi dell’occidente “democratico” che non sappiamo nemmeno quante razzie abbiamo commesso nei paesi “in via di sviluppo”, e lo stendardo insanguinato sono gli attentati, i video, i profili sospetti di facebook con contenuti in arabo e bandiere nere che provano ad aggiungerti, la perplessità e la terribile voglia di capire quando, stasera in autobus, vedi una donna non velata con le sopracciglia nere e una donna velata con gli occhi chiari condividere gli auricolari.

Allah akbar.

Lo sapete che Akbar è una marca di tè che si vende in Russia? Mi fa sempre difficile non pensare al tè, quando sento dire “Allah akbar”. Perché poi Allah è veramente akbar, ma non akbar come pensate voi. So poco di Maometto, ma se bisogna dubitare che Gesù stesso sia Dio, come impone la dottrina cattolica, allora mi sembrerebbe saggio, visto che la storia di questo monoteismo comincia da Mosé, dubitare anche che Maometto fosse davvero un profeta. E magari, per sicurezza, dubitare di Mosé stesso, ché anche se i comandamenti ce li ho stampati a fuoco sul cuore, forse è meglio, e più bello, tenere Mosé a metà strada tra il personaggio storico e la letteratura. Così, per essere sicuri di credere davvero in un solo Dio, e non in tutta la gente che si fa sua portavoce, usando nomi di tè, capovolgendo al dritto e al rovescio idee che possono dar vita a marsigliesi e a rilievi alla base di monumenti a lanci spaziali.

Oggi non siamo andati al centro. Per paura degli attentati siamo rimasti alla periferia di Mosca. Siamo andati al Parco dell’Amicizia a dar da mangiare agli scoiattoli. Nel parco c’è un monumento all’amicizia con l’Ungheria, che tra l’altro in tempi di guerra era un nemico, mi dicono qui. Io non me lo ricordo bene, ma zacchete! altro capovolgimento. Chissà che direbbe un ungherese adesso, di questo monumento.

Per la prima volta nella mia vita, uno scoiattolino grigio si è appoggiato sulla mia mano per prendere le nocciole, e ho sentito il suo calore.

E’ cominciata la guerra e ancora non lo sappiamo. Cercando disperatamente momenti di tenerezza e provando ad aumentare le mie possibilità di impiego, segretamente sviluppo piani di fuga verso paesi in via di sviluppo lontani dal mito di Roma e da quello delle Terre Promessa e Santa.

Domani vado a scuola di scrittura cinematografica, ripresa e montaggio. Sulla copertina del quaderno, le gabbiette degli uccelli con la porticina aperta mi ricordano Kamala, l’amante di Siddharta, dalle labbra rosse come un fico spezzato.

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La Piazza Rossa

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