Good Mourning


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Oggi ho finito un corso che sognavo di seguire da tempo. Sono tornata a casa con un bel certificato di frequenza del corso base di scrittura cinematografica, ripresa e montaggio “Фильм: от сценарии до монтажа” con il professor Dmitrij Valerjevich Krasnovskij, presso il centro Spetsialist dell’Università Bauman.

Per questo ho una giustificazione per il fatto che questo blog sembra morto (nel fine settimana seguo dei corsi) e anche per il fatto che i video contenuti in questo blog sono molto scadenti (ho bisogno di studiare).

Per l’ultima lezione, il compito era di giocare con la luce e con il colore, ma io mi sentivo ispirata e ho deciso di buttarci dentro tutto quello che ne ho cavato, da questi tre fine settimana di battaglia con il diaframma, la messa a fuoco, e ahimé, Windows Movie Maker.

Il risultato è un film di 5 minuti girato e montato quasi interamente ieri, che non solo non sono riuscita a presentare a lezione, perché mi si è inceppato il computer, ma che non è possibile visualizzare da alcuni dispositivi e in alcuni paesi, perché pare che, pur riconoscendo i titoli e gli autori delle musiche nei titoli di coda, io abbia violato le norme del copyright. Mi scuso: la parte sul copyright nel corso base non è prevista. Quando avrò finito i corsi successivi, vi strabilierò.

Il film, tra l’altro, i pochi che l’hanno visto non l’hanno capito. Una delle mie compagne di corso mi ha detto: “Ma cosa ha avuto la protagonista, un rigurgito?” Per questo ne deduco che devo lavorarci un po’ di più su tutti quegli indizi: la Bibbia, il pane, il sangue, la realtà versus la finzione, la vita adulta versus l’infanzia, ecc. E magari anche sui titoli, ché la maggior parte della gente non lo sa che “morning” e “mourning” si pronunciano uguale, ma quello con la “u” è il lutto.

In più, ci sono un mare di difetti: innanzitutto non ho ancora imparato a mettere le cose a fuoco e fuori fuoco quando lo dico io (“quando lo dico io!”), poi faccio mettere una tazza sul tavolo all’attrice e poi nel quadro successivo la tazza scompare (succede anche nelle migliori famiglie), il montaggio in molti punti è da cani, e il finale è striminzito, e forse solo per quello ho una buona giustificazione: faceva un freddo cane, e il costume dell’attrice era trasparente, per questo non poteva mettere niente di pesante sotto.

Sono riuscita a farle fare più o meno le cose che immaginavo, fin quando si trattava di correre, saltare, e mantenersi caldi. Di stendersi sulla neve e farsi versare la marmellata lungo tutta la faccia e sul costume, non c’è stato verso, e un poco mi dispiaceva anche insistere, perché non volevo avere la sua salute sulla coscienza. Anche se alla fine, potevo metterla al caldo mentre preparavo il set, e tenerla per terra giusto quei cinque secondi che mi servivano. In più, col cavolo che la marmellata gocciolava, come avevo immaginato. Con -4° la marmellata si solidifica subito sul viso, e all’attrice riesce particolarmente difficile non deglutire e non battere le ciglia, o rinunciare anche nell’ultima scena a tenere il cardigan addosso, per questo ti ritrovi con due o tre quadri dove sta con la testa mozzata sulla panchina e uno sputo di marmellata accanto alle labbra, che durano pochissimo e con i quali c’è molto poco da fare.

Detto questo, però, sono molto contenta. Sono contenta di quello che volevo dire, e che ci ho messo una settimana a pensarlo e un giorno a dargli forma. Sono anche contenta che mi sono rimessa a studiare, e che questa volta sto studiando non più come una che deve, o che le serve per trovare un giorno un lavoro, e non come una che ha scelto il suo indirizzo di studi a 17 anni; ma come una che lavora, che ha vissuto, che ha qualcosa da dire, e che sa esattamente che cosa vuole fare con quello che sta imparando e perché.

E poi sono contenta perché, se si escludono le lezioni di danza e i vari sport, questo è il primo corso che seguo interamente in lingua russa, e che non è un corso di lingua russa. Capisco tutto, ovviamente. Mi devono tradurre qualche volta la terminologia in inglese, o qualche volta devo tradurla io, perché quelle parole sono nuove al punto che le ho capite tutte, ma adesso non so nemmeno come dirle in italiano, quelle cose. Qualche volta si devono fermare a spiegarmi cose scontate per tutti, tipo la storia del fucile e di Cechov: che se al primo atto in scena è appeso un fucile, alla fine del dramma bisogna che spari. Qualche volta, quando prendo appunti, passo da una lingua all’altra e da un alfabeto all’altro, nella stessa frase. E’ una cosa strepitosa.

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