Rostov sul Don #2: Un treno lunhissimo

2014-06-15 17.54.17

Per andare a Rostov sul Don da Mosca ci vogliono circa 24 ore di treno: un viaggio in platzkart interminabile attraverso piccole città e campagne desolate.

Il platzkart è il posto più economico in un treno passeggeri che viaggia su lunghe distanze: in ogni vagone ci sono diversi compartimenti con sei letti, tre in basso, tre in alto, quattro da un lato e due dall’altro lato del corridoio. Prenotando 45 giorni prima, che è il massimo di anticipo per prenotare un biglietto, si possono trovare posti in platzkart a prezzi molto convenienti, anche a 3000 rubli andata e ritorno (circa 75 euro, che per arrivare così lontano non è male). L’aereo costa anche tre volte tanto e, anche se il viaggio in treno è lungo, l’ozio prolungato è utile per leggere, dormire, guardare fuori dal finestrino o origliare la gente come raramente riesci a fare.

La mattina della partenza, alle 8:00, mi sono seduta a mangiare la colazione-pranzo di Inna: pollo stufato su un letto di cavoli, carote e patate. Io preferisco il latte con il muesli e la frutta o, se proprio ho bisogno di energie, un uovo fritto, un’insalata e un succo; però quando una persona si prende il disturbo di nutrirti come una figlia e il piatto in tavola è già caldo, non sta bene dire che non è il caso.

Al telegiornale dicevano che gli ucraini avevano assaltato un’ambasciata Russa. A me accendere la TV mi fa male al cuore. Inna, che di cognome e di provenienza geografica è un’ucraina russa (o una russa ucraina?), ha sbottato: “Ma hosa vogliono non si può hapire, la huerra hon la Russia? Ma he se si fa la huerra son hosì piccoli he la Russia se li mangia in un minutho. Hi sci va là? Son tutti pahati, drohati”.

A me l’accento del sud-ovest della Russia (del sud-est dell’Ucraina) mi ricorda l’accento toscano. Per offendersi tra loro, o forse solo per definirsi in maniera sommaria, russi e ucraini hanno una specie di equivalente del binomio polentoni-terroni, che è moskaly-hohly (hohly, con l’accento alla fine). I moskaly sono i russi della Russia “centrale” in senso amministrativo, i hohly sono quelli della periferia europea, che trasformano tutti suoni /g/ in [x] (suono aspirato). I hohly non dicono govorit’ (parlare), ma hovorit’, non dicono Lugansk ma Luhansk, non dicono pogoda (tempo metereologico) ma pohoda. Quattro anni fa fu una sorpresa per me, scoprire che certe parole si potevano pronunciare in un altro modo. Così, Inna è una hohlà, e cosa molto strana, nonostante a Rostov un sacco di gente per strada parli in “hohlese”, su figlia Kristina le /g/ e le /x/ ce l ha tutte al posto giusto. Il papà era armeno, forse c’entra questo?

Io poi stavo seduta e pensavo che sì, la Russia se li mangia in un minuto. Ma non solo non ha interesse a farlo, ma se lo facesse, sarebbe un vero casino interazionale. E mi domandavo anche io, francamente, che cavolo vogliono questi ucraini dalla Russia. Se ha veramente senso questa storia della politica delle risorse. In fondo, è una colpa avere del gas e venderlo a un prezzo? Ed è comodo rifiutarsi di comprarlo per ottenerlo, in modo più complicato, da qualcun altro? Non è un modo di rifiutare un’egemonia per accettarne un’altra? Non resta comunque il fatto che tu il gas non ce l’hai e dovrai fare i patti con qualcuno per averlo? Non capisco.

Sul fatto dei drogati, Inna mi ha fatto sorridere. Anche se, chi lo sa chi paga chi, se qualcuno paga qualcuno.

Poi mi sono messa in questo treno lunhissimo che va da Anapa a San Pietroburgo. Nel compartimento dopo il mio c’erano due tizi e una coppia con un bambino. Tutti, meno uno dei due tizi, erano hohly. Hanno passato tutto il tempo a raccontare cosa succede al di là del confine, anche quando la famiglia è scesa e ne è salita un’altra, che andava in Bulgaria. Da come parlava il tizio hohòl, pareva che avesse lottato lui stesso tra gli opolchentsy, i ribelli. Però aveva la voce un po’ rauca di chi fa frequente uso di vodka, e dal sorriso e dall’esaltazione mi è venuto il dubbio che montasse delle storie esagerate, che gli piacesse molto farsi ascoltare e che l’altro tizio, quello col pancione che faceva tante smorfie ai bambini, l’avesse capito e gli desse un po’ corda. Tipo, si parlava di propri carri armati, di proprie munizioni, si raccontavano barzellette sui Molotov. Il papà della bambina si spostava tra la moglie e i due tipi, tutto allarmato, chiedendo informazioni. Nel mio compartimento tutti drizzavano le orecchie, ma io non riuscivo a capire niente, né se questa gente venisse dal sud-est dell’Ucraina, né se parlassero di cose viste o di cose sentite, né dove e quando erano avvenute le cose che raccontavano. Si parlava di esplosioni, di attacchi, di difese.

Pensavo, magari sono rifugiati, quei rifugiati del regime di emergenza dichiarato dalla regione di Rostov. Pensavo, mamma quanto è lungo questo treno, e quanto è sicuro.

2014-06-15 17.48.19

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