tra il 1 e il 9 maggio, un 5 novembre


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C’è un motivo per cui non ho speso una parola su Donbass e su Odessa, mentre l’ho fatto all’inizio in seguito alla reazione separatista nei miei confronti di una conoscente ucraina. Un po’ è che sono senza parole. Racconto la mia esperienza in Russia, ma non sono una cronista, e non mi va di trovare il sangue freddo per raccontare come anziani e donne siano stati bruciati vivi in un edificio pubblico e addetto, tra l’altro, alla difesa dei diritti di queste persone. Non c’è, per me, una ragione e un torto che si possano trovare in questo, e da persona che studia e si interessa, allo stesso tempo, sento che non si riterrebbe abbastanza intelligente se dicessi che hanno davvero tutti perso la testa con questa storia della democrazia o dell’appartenenza a una nazione. Un po’ è anche che se dicessi ad alta voce che, per quanto le stronzate sovietico-nostalgiche che pubblica la Komsomolskaja Pravda mi facciano paura e ribrezzo, la versione dispensata dai media di stato europei e americani di una Russia pericolosa e pronta all’attacco (per cosa?) non mi convince, mi farei un sacco di nemici. Ed è vero che se vuoi essere onesto devi essere pronto a farti dei nemici, ma in questo momento non mi va di litigare con la gente provando a spiegare loro cose complesse che io stessa non capisco e alle quali non ho completo accesso, e alle quali ancora meno accesso hanno loro, che vedono la realtà a est del muro di Berlino da un filtro che invece io non ho. Se mi metto a litigare, è peggio. Se mi metto a litigare, la gente pensa che la Russia mi ha lavato il cervello, che sono una filo-putiniana, che voglio mandare a morte gli ucraini. Se mi metto a litigare va a finire che a nessuno davvero importerà più cosa succede da questa parte del mondo, ma tutti si aggrapperanno ancora di più alle loro convinzioni stereotipate sull’Est. Il mio obiettivo è il contrario, il mio obiettivo attraverso queste modeste pagine è fare quel poco che posso per abbattere un muro.

Per questo, non prendiatela a male, ma in democrazia e democraticamente (qualsiasi cosa queste parole significhino ancora), ho partecipato alla sfilata del primo maggio in Piazza Rossa accanto al mio fidanzato, impiegato della Moskovskaja Federatsija Profsoyuzov (Federazione Moscovita dei Sindacati), nello stesso giorno di minacciosi slogan nazi-fascisti e anti-occidentali autorizzati dallo stato di cui i media occidentali hanno parlato. Al punto che, quando io ho letto i giornali, mi ha fatto impressione che in mezzo a questa gente malefica marciassi anch’io.

Le cose sono andate così.

Il mio ragazzo (in questo post, Ivan), per contratto, come molti altri impiegati o membri di organizzazioni statali, non è in vacanza il primo maggio nonostante il primo maggio sia rosso sul calendario. Questo avviene perché, se sei impiegato o membro di un’organizzazione statale, è un tuo dovere marciare, il primo maggio, durante una manifestazione autorizzata dallo stato e consolidata come tradizione che non solo celebra la festa del lavoro, ma il significato e l’importanza del valore del lavoro nella Russia post-sovietica, oltre che l’unità del paese stesso nel celebrare questo valore, come mezzo di realizzazione di alti ideali e di affermazione di sé. Bla bla bla. Il mio ragazzo mi ha telefonato e mi ha invitata alla manifestazione, pensando che per lui così sarebbe stato meno noioso e per me molto interessante.

Superata la fase delle polemiche “Come puoi permettere che ti costringano ad andarci?”, “Qual è allora la tua coscienza politica?”, “Ma allora se non dovessi farlo per lavoro ci andresti?”, “Ma come puoi per contratto lavorare in un giorno che è rosso sul calendario?”, “Ma come si inserisce questa tua partecipazione alla marcia del primo maggio nel panorama della crisi Ucraina e in quello della politica mondiale?”, ho deposto le armi. Mi sono andata a comprare un vestito da sopra al ginocchio a giro maniche, blu a pois bianco panna, tra il bon-ton e il bonazza noncurante, e mi sono presentata, in ritardo, ovviamente, alle 9:20 vicino al patibolo che si trova nei pressi della cattedrale di San Basilio in Piazza Rossa.

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il nastro di San Giorgio

In realtà ero arrivata in Piazza Rossa alle 9:00, ma ci ho messo 20 minuti tra passare i controlli, fare un giro assurdo perché qualche poliziotto si è confuso con le indicazioni, e sgomitare tra la folla di impiegati volontari e fanaty con le loro bandiere, palloncini e striscioni. Nella terza fila della processione mi aspettava il mio uomo con tutta la truppa dei Profsoyuzy, nella sua camicia blu elettrico con su attaccato con una spilla il nastro di San Giorgio (la georgievskaja lenta), simbolo della festa della Vittoria, che e’ il 9 maggio. Non mi sono sorpresa di vedere questi nastri dappertutto; un ingenuo può pensare che non c’entrino niente con il primo maggio, ma in questo momento politico, invece, la vittoria da parte della Russia della Grande Guerra Patria (cioè della Seconda Guerra Mondiale) c’entra eccome con la festa del Lavoro, del lavoro come simbolo della Russia che funziona. Tanto più che le due feste capitano vicine e per tradizione aprono e chiudono le Feste di Maggio, una parentesi di riposo e celebrazione della primavera che manda in vacanza scuole e aziende e fa spostare masse di turisti per la Russia e per il mondo.

E io l’anno scorso ero una russista sul posto, ingenua. L’unica cosa che mi sorprendeva era che i russi fossero convinti di aver vinto la Seconda Guerra Mondiale mentre a noi insegnano esattamente il contrario. Anche se, francamente, il dubbio di essere io a non aver studiato bene la storia mi è venuto. Del resto, qualche giorno prima dell’esame di maturità ho fatto un incubo in cui il prof di Storia e Filosofia puntava proprio ad una pagina che, guardacaso, parlava della nascita del partito comunista e della separazione tra socialismo e comunismo. Pagina che ho cercato per giorni prima dell’esame, senza successo, e sulla quale tuttora mi rimane una lacuna. Forse il motivo della mia sorpresa non era nemmeno tanto la convinzione/verità dei russi, ma il fatto che per loro questo abbia importanza. Voglio dire, noi abbiamo la festa della Liberazione (da chi?, mi domandano i Russi) e la festa della Repubblica. Andiamo girando con nastri? Cantiamo qualcosa a parte Bella, ciao? Andiamo in vacanza? Marciamo per strada? Io le nostre feste me le ricordo solo come una scusa per fare i ponti a scuola.

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Quest’anno, invece, che non sono più una russista sul posto, ingenua, e che mi sono sorbita discussioni su discussioni per quanto riguarda la crisi in Ucraina (manco fosse colpa mia che in Ucraina c’è la crisi), a me il nastro di San Giorgio mi fa venire l’orticaria. Lo vedo ovunque. Attaccato alle borse delle signore, alle antenne delle macchine, ai taschini delle giacche, agli zaini degli scolari, appeso davanti ai supermercati, usato come braccialetto, come sfondo di manifesti, pubblicità, come prezzemolo in fatti che con il 9 maggio non c’entrano un tubo (tipo la crisi in Ucraina o il 1 maggio). Potrei cominciare a sognarlo come laccio delle scarpe o temere di vedermelo appeso in cucina in zoom 4x al posto dello strofinaccio. La cosa che più mi inquieta è che non posso fare a meno di fissare le persone che indossano il nastro di San Giorgio e domandarmi, riprendendo le parole dello slogan “mi ricordo! ne sono fiero!”, di cosa si ricordano, di cosa sono fieri? Ci credono davvero? Quanto il simbolo si è staccato dall’evento e ha assunto un valore autonomo di collante nazionale?

Ovviamente queste domande rimangono senza risposta e questo aumenta l’inquietudine. Perché la verità è che il 9 maggio e il 1 maggio, in un paese in cui in 70 anni è stata debellata la religione, sono tanto tradizioni quanto lo sono Natale e Capodanno in un paese in cui la religione non è mai stata debellata ed è diventata la routine. E per quanto in Russia la religione stia riprendendo piede, andiamo, non è la stessa cosa. La Chiesa in Russia è una fabbrica che sostiene un’élite e non si interessa dei poveri. Da quando sono in Russia io sostengo l’idea dell’8 per 1000 alla Chiesa Cattolica. Avranno anche un sacco di soldi, ci saranno anche dei preti pedofili, ci saranno tantissimi problemi e peccati nella Chiesa Cattolica come in tutte le parti del mondo, ma almeno la Chiesa Cattolica dei poveri e degli emarginati si interessa, e fa bene a farsi pubblicità: perché puoi essere pure ateo e pensare che l’evangelizzazione fatta così sia un’ottima idea. Per non parlare del fatto che ci sono un sacco di atei ortodossi che si convertono al cattolicesimo. Insomma, come mi inquietano le tradizioni italiane, ma non troppo perché mi ci sono allattata e svezzata, così mi inquietano quelle russe. Se fossi straniera in Italia potrei divertirmi un mondo a criticare e trovare il pelo nell’uovo di un regime che sostiene queste tradizioni. Arriva il momento in cui me la prendo con filosofia, e il relativismo che sta uccidendo l’Occidente lo uso per non uccidermi la salute a credere che qualsiasi collante sociale sia il male.

Мне не нужна георгиевская ленточка! Я не имею права её носить!

Non ho bisogno del nastro di San Giorgio! Io NON HO IL DIRITTO di portarlo! (sito in difesa del nastro di San Giorgio)

Ma non appena arrivo, dopo avermi sbolognato il pallone con il logo, Ivan mi chiede subito di togliergli il nastro nero e arancione. “Per favore, prenditi questo nastro. Sono patriottico, ma non abbastanza.”

Lo confesso. Per quanto ami e odi fino a picchi di eccitazione ed isteria l’amore del mio uomo per la patria, e considerato quanto mi manda in confusione la sua ironia in fatto di politica che spesso non riesco a cogliere, in quel momento il mio cuore ha sussultato di gioia tipo My heart leaps up di Wordsworth.

Una collega dall’aria pratica e pragmatica in piedi alla nostra sinistra dice: “Non dirlo troppo ad alta voce.”

“Ma per favore,” fa l’altro collega a destra, “Toglilo anche a me già che ci sei.”

Non sono sicura che faccia sul serio, perciò il gesto intimo di staccare il nastro dal petto lo riservo soltanto al mio ragazzo. Nonostante mi faccia una testa così sulla grandezza della Russia, gli si distende il viso quando mi ficco il nastro in borsa.

A quel punto domando dove devo andare quando comincerà la marcia, ma vengo avvisata che è troppo tardi per andare via, mi tocca marciare in terza fila insieme ai Profsoyuzy. Ed ecco che arriva, accompagnato da urla e da una musica trionfale, il sindaco Sobjanin con alle spalle una testuggine di giornalisti elettrizzati: la prima fila, per dovere o con afflato sincero, non si sa, gli stringe la mano mentre lui sorride con la sua pelle distesa e soddisfatta in mezzo alle nostre migliaia di facce pallide e con le occhiaie, ché stamattina ci siamo alzati alle 6 per mettere su questa messa in scena.

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Unità, solidarietà, diritto della persona al lavoro!

“Sorridi, uscirai in televisione,” mi dice Ivan. In quel momento qualcuno della nostra fila si lancia in avanti con la fronte sudata e le mani tese per afferrare quelle del sindaco, una scena che mi ricorda l’arrivo di Papa Giovanni Paolo II a Nocera Inferiore quando avevo 4 anni o immaginate scene di fanatismo delle ragazzine per Jim Morrison. Il sindaco sorride benevolo e gli stringe la mano come se fossero vecchi compagni di asilo, e il signore si ringalluzzisce tutto.

Io ho un difetto. A me la parola mi scappa come scappa la pipì. “Ma che stronzata!”, sbotto, e subito mi tappo la bocca con le mie stesse mani. “Scusate, sono un’europea chiacchierona,” dico, e Ivan e il collega si mettono a ridere, mentre la collega di sinistra mi manda un mezzo sorriso tra i denti.

Siccome mi sono momentaneamente sovietizzata, per un attimo immagino che il sindaco con la testuggine mi abbiano sentita e, avendomi tra i loro fotogrammi, adesso possano rintracciarmi per punirmi per una tale mancanza di riserbo. Questa cosa dura talmente poco che, appena il sindaco scompare nella folla e la marcia parte, come sospingendomi da San Basilio verso il museo storico, con in sottofondo le voci di un uomo e una donna che pompano le masse con i loro slogan, mi scappa di nuovo.

“Solidarietà nel mondo tra i lavoratori! Per il diritto ad un salario dignitoso, a servizi efficienti, ad una dignitosa vecchiaia!”

Da ladno!“, e di nuovo mani sulla bocca. Ivan scoppia a ridere.

Voi non sapete cosa significa Da ladno. Se indica qualcosa di positivo con un’intonazione ascendente, significa: “ma dai!”, “ma non mi dire”, “ma sul serio?” Se indica qualcosa di negativo con un’intonazione discendente (ma non sempre), significa tipo: “se, se…”, “sì, vabbè”, “ma a chi la racconti”, insomma “non ti credo”.

La cosa spaventosa è che dopo di me Ivan comincia a ripetere Da ladno con gusto mentre veniamo sospinti dalla marcia, senza fregarsene dei suoi datori di lavoro che possono sentirlo, e invoglia anche il suo collega, che comincia a sbellicarsi dalle risate. Da ladno ci sta se si considera che la pensione minima di un russo si aggira intorno ai 100 euro.

Superato il museo storico, la marcia, ormai lontana dalle telecamere, si disperde. Molta gente si toglie le divise, lascia andare i palloncini, si accende una sigaretta, torna a casa. Più avanti, verso Kamergerskij Pereulok, la strada è ancora chiusa per far passare la marcia, ma aldilà delle transenne i turisti aspettano invano le file ordinate di colori diversi: gli impiegati si fermano al MacDonald’s o a fare shopping alle bancarelle. Mi infilo tra due poliziotti e mi avvicino ad una famiglia di turisti dai tratti del viso orientali. Hanno un bambino di forse due anni e io e Ivan l’abbiamo scelto come erede del pallone a elio con il logo. In realtà Ivan parlava di venderlo, il pallone. Evidentemente scherzava, io non capisco sempre bene le sue battute.

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Come tutti gli altri che mentre marciavano e non vedevano l’ora di andarsene, io e Ivan siamo andati a farci una passeggiata. In una zona verde vicino a Tsvetnoj Bulvar ci siamo seduti su una panchina, più in là di due poliziotti che prendevano anche loro il sole; io mi sono tolta le scarpe e mi sono distesa sulle sue ginocchia. A quel punto lui ha tirato fuori dallo zaino la maschera di V per Vendetta, che porta sempre in fondo allo zaino quando va a queste inscenate manifestazioni di piazza, e se l’è messa sul viso. In realtà, andare in giro con la maschera sul viso sarebbe illegale. “Ma tanto sono troppo stanchi pure loro, non se ne fregano proprio”, dice Ivan indicando i poliziotti. Così continuiamo a giocare per un po’ e a raccontare la storia di Guy Fawkes che provò a dare fuoco al parlamento inglese nel 1605 (“Ricorda sempre / il cinque novembre”), e poi prendiamo sonno sotto il sole.

Nel frattempo, contro la panchina mi si sono sfilate le calze. Di slogan nazista non ne ho sentito nemmeno uno. Almeno dove sono stata io, e a meno che gli slogan nazisti non siano i melensi riferimenti nostalgici all’unità delle Russie, al popolo lavoratore e alla gloria del paese.

Perché poi, pensavo. Il nostro inno nazionale è una vergogna non saperlo e fa espliciti riferimenti alla gloria dell’impero romano. Però non siamo stati cazzi di sconfiggere la mafia e il diritto al lavoro non esiste. Però una volta ci para il culo la Nato, una volta l’UE. Bisogna guardare le cose da lontano, per notarle. Scusami, Napolitano, se ho detto UE e culo nella stessa frase. Credo che certi valori li si debba spogliare, per crederci davvero. In Dio non si crede senza perplessità, e così nemmeno nella patria, che sia la tua o quella di qualcun altro.

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