La dacia di Tjoplyj Stan


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Dieci anni fa a Tjoplyj Stan c’era ancora la campagna.

Là dove c’era l’erba ora c’è
Una città.

Mentre dalla metro, sulla quale e intorno alla quale sorgono negozi e centri commerciali, prendiamo l’autobus per arrivare al ventitreesimo chilometro, ascolto le impressioni di Ivan e mi sembra di riascoltare la canzone di Celentano, Il ragazzo della via Glück.

La faccio ascoltare sempre ai miei studenti e modifico l’attività a seconda che il gruppo sia di livello A2 o B1. Normalmente comincio dividendo la lavagna in due insiemi, uno per la campagna e uno per la città, e chiedo loro di dirmi tutti i sostantivi, verbi, aggettivi, che vengono loro in mente per ognuno dei due ambienti. Quando mi rispondono numerosi e chiassosi, io so che tipo di città e di campagna hanno in mente: questa che vedo dal finestrino dell’autobus, quella che ho visto nella derevnja con le buche sulle stradine e le galline che attraversavano, e che assomigliava tanto alla campagna com’era nei miei anni ’80.

Ivan in realtà non ricorda nemmeno che autobus dobbiamo prendere; l’ultima volta che è stato qui era ancora al liceo, era forse il 2003. E Mosca è così grande che puoi passare 10 anni senza mai attraversare un suo quartiere: come vivere in Campania e per 10 anni non andare a Benevento. Chiediamo informazioni a delle persone alla fermata, c’è una signora molto simpatica e sorridente che ci dice che non sa quali altri autobus ci vadano, al ventitreesimo chilometro, perché lei prende sempre lo stesso. C’è anche un uomo che ci colpisce: prende a calci un cane sotto la pancia, e lui scappa via mugolando. Sento Ivan contrarsi in un impeto di rabbia e per un attimo ho paura che salti addosso a quel tipo. Non so se farebbe lo stesso per un essere umano, ma sono sicura che lo farebbe per un cane.

E’ una sorpresa e una disillusione continua, ad ogni fermata. Qui, vedi, non c’erano queste palazzine, c’era un grande campo coltivato. Questo enorme cavalcavia, cacchio, quando hanno avuto il tempo di farlo? È un obbrobrio. E questo centro commerciale, sì, questo qui avevano cominciato a costruirlo l’ultima volta che ci sono venuto, ma non immaginavo che sarebbe diventato così grande.

Ivan andava a passare i week-end estivi alla dacia col nonno. Lì c’era l’orto, c’era lo stagno e si poteva correre e giocare. Una signora di una dacia duecento metri più avanti, una volta organizzò una festa di compleanno per il suo bambino: andò a chiamare tutti i bambini di tutte le dacie lì intorno, anche quelli che non conosceva, e li invitò a casa sua per giocare, e offrì loro succo di frutta, torta, dolci, e per ogni gioco diede in premio dei piccoli giocattoli. Era bello, dice Ivan, quando non eravamo ancora così avidi, prima del ’91. Quando a una festa in campagna ti veniva in mente di invitare anche chi non conoscevi, soltanto perché tutti stessero allegri.

Intorno alla dacia di legno c’era l’orto, altre dacie, e tanto verde. Ma questa sera in cui Ivan ha deciso di mostrarmi qualcosa di importante della sua vita, arriviamo al chilometro 23 e poco più in là dalla vecchia fermata rossa e blu a forma di casupola, con scritto il numero del chilometro sul frontone, c’è un’enorme insegna luminosa che, forse, segnala uno sgargiante cantiere di un centro residenziale. Mentre penso affascinata a quanto sia bello che la fermata di un autobus di città si chiami ancora “chilometro 23”, come per ricordare le uniformi distese di campi, Ivan si passa entrambe le mani tra i capelli.

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E’ terribile. Ci sono delle gru illuminate dai neon a destra del villaggio. Dietro al villaggio si vede un palazzone che si erge in mezzo alla distesa dei campi. Intorno c’è il nulla eppure la gente si compra gli appartamenti lì. Da lontano sembrano loculi. Noi stessi viviamo in dei loculi, a Mosca. E il semaforo col pulsante? Quello c’era già allora, mi sembra. La mamma di un vicino fu travolta da un’auto. Qui la strada è grande e non fanno in tempo a vederti attraversare. Così il tipo si preoccupò che mettessero un semaforo col pulsante, per salvare la vita agli altri.

La dacia, poi, è un bardak, un casino, non vale nemmeno la pena entrarci, dice Ivan dopo aver controllato. Una volta assomigliava a una casa di campagna, condizioni spartane sì, come il bagno fuori e l’assenza di acqua corrente, ma una casa. Adesso sembra una baracca per gli attrezzi.

Passeggiamo lungo il viale, dove alcune dacie sono state ristrutturate secondo la moda europea e sembrano le villette italiane di periferia. Lì adesso l’acqua corrente c’è e c’è anche la wi-fi. Arriviamo allo stagno, ma è chiuso da una sbarra e sentiamo in lontananza dei cani abbaiare. Su di noi veglia l’enorme cubo residenziale che si erge dietro al villaggio.

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Fa freddo, nemmeno le stelle si vedono proprio come uno vorrebbe, con questi neon. Decidiamo di tornare a casa. Premiamo il pulsante, attraversiamo. Mentre aspettiamo gli canto e gli traduco:

Passano gli anni, ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi lui può comperarla,
torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case, catrame e cemento.
Là dove c’era l’erba ora c’è
Una città,
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà?

Nell’autobus che ritorna siamo soli. Arrivati alla metro, tutti i negozi sono chiusi, tutto è grigio scuro e non c’è niente di bello da fare.

Non so, non so
Perché continuano a costruire le case
E non lasciano l’erba.

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Cattura

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3 risposte a “La dacia di Tjoplyj Stan

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