Una storia per il 9 maggio


2013-05-04 11.39.58

Da brava aspirante russa, per le feste di Maggio mi sono organizzata: i primi 4 giorni con la mia coinquilina dai suoi parenti a Saratov, tre giorni di ozio a Mosca, e ancora tre giorni con un’amica alla dacha. Le feste di Maggio vanno dal 1, festa del Lavoro, al 9, festa della Vittoria sui Tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il 30 aprile siamo partite in treno da Mosca e abbiamo viaggiato per 16 ore fino a Saratov, una città industriale a sud della Russia Europea, quasi al confine con il Kazakistan. Siamo arrivate che era già il primo maggio, abbiamo visitato la città e abbiamo fatto colazione sulla strada principale, guardando la sfilata organizzata per la festa. Poi siamo tornate alla stazione e abbiamo preso un taxi abusivo che ci ha portate fino a Jagodnaja Poliana, a un’ora circa da Saratov.

Jagodnaja Poljana è il villaggio dove la mia coinquilina ha vissuto con la famiglia dall’età di circa 7 anni fino a 16 anni, ed è un ex kolhoz. In realtà, tutti i villaggi sono ex kolhoz, ma questo è il primo villaggio ed ex kolhoz che vedo io. A Jagodnaja Poljana ci abitano circa 1000 persone, ci sono tre negozi, una scuola materna, una casa della cultura, una scuola che copre l’istruzione dai 7 ai 17 anni, un molochnyjj kombinat, cioè una fabbrica di prodotti caseari che impiega gli abitanti del luogo e che produce una smetana favolosa. Ci sono anche un cimitero, un ospedale e le fondamenta di una chiesa: l’Unione Sovietica è caduta vent’anni fa e la chiesa, a Jagodnaja Poljana, sta comparendo solo adesso. Gli animali vengono lasciati liberi sui prati e le strade non asfaltate: correndo sulla bicicletta incontro galline, capre, e anche una mucca che comincia a rincorrerci imbizzarrita, ma per fortuna ha il guinzaglio.

Presa dalla frenesia di fare le foto col cellulare, non mi rendo conto di creare sospetto nella gente del posto. Nel negozio di alimentari fotografo uno scaffale immacolato con tutti i prodotti messi in fila, in un modo che da noi in Italia è già un po’ in disuso; la proprietaria del negozio mi chiede cosa sto facendo, le dico: “Sto solo fotografando, per me è tutto interessante, non sono mai stata in un villaggio russo.”

La mia coinquilina spiega alla signora che vengo a Jagodnaja Poljana dall’Italia, e poi spiega a me che Jagodnaja Poljana ha visto solo due stranieri, e io sono la seconda.

Il primo è stato Mister Thomas Korolev, il suo primo insegnante di inglese. Suo padre era emigrato in Australia nel 1917 e aveva deciso di tornare in patria negli anni ’30, credendo che la situazione si fosse stabilizzata; ma negli anni ’30 in Russia cominciò la repressione stalinista: emigrare o essere emigrati era un peccato mortale, e i genitori di Thomas Korolev furono uccisi. Thomas crebbe da solo nella Russia sovietica e si guadagnò da vivere dando lezioni di inglese. Un giorno la mia coinquilina gli fece gli auguri per il 9 maggio, festa della Vittoria, e lui si arrabbiò, le disse che non voleva mai più ricevere gli auguri in quel giorno, che quella per lui non era una festa. Thomas Korolev diceva: “Io sono fedele a sua maestà la regina d’Inghilterra Elisabetta II”.

Poi Mister Korolev è morto, non si sa quando, non si sa dove sia stato seppellito: nel cimitero di Jagodnaja Poljana non c’è. Di lui rimangono aneddoti e filastrocche ripetute mentre con il fratello e il nipote della mia coinquilina facciamo un falò alla russa: preparando il tè, le patate e il pane con il lardo e mangiando caramelle. Ai ragazzi raccontava dove bisogna toccare le ragazze, e alle ragazze spiegava che non è necessario tenere la camicia abbottonata fin sotto al mento; forse perché era vissuto in un periodo in cui per la Russia il sesso era un tabù, e questo era uno dei suoi modi di sventolare la bandiera dell’occidente.

Giro per le strade di Jagodnaja Poljana e mi fa una certa impressione sapere che sono soltanto la seconda straniera che passa di qua. Ripartiamo per Mosca il 4 maggio, mentre nelle chiese si fanno le veglie pasquali. Arriviamo il 5, di mattina: il digiuno è finito e le mamme con i bambini nel nostro vagone spaccano uova colorate e telefonano in capo alla Russia per fare gli auguri come si fa qui: “Cristo è risorto!”, “In verità è risorto!” e raccontare di quando andranno in chiesa, se non ci sono ancora andate.

La mia coinquilina fissa per un attimo il finestrino e poi mi dice: “Che strano, sai. Quando io avevo appena 10 anni a Pasqua non si parlava di andare in chiesa, non ci si facevano tutti questi auguri.” “Perché non era ancora usanza,” le dico; “Perché il comunismo lo proibiva,” precisa lei.

La Pasqua non è una festa così “normale”, e non lo è nemmeno la Festa della Vittoria. La prima non esisteva fino a 20 anni fa, la seconda non lo era e non lo sarebbe stata per Thomas Korolev. Anche Tolstoj in Guerra e Pace si sorprendeva di come i russi invocassero la Madonna per la vittoria contro i francesi, senza pensare che vincere contro i francesi significava provocare dolore ad altri uomini che magari a loro volta avevano invocato la Madonna per vincere contro i russi. Thomas Korolev ricorda un po’ le riflessioni di Tolstoj: la festa della Vittoria di chi? e per cosa?

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3 risposte a “Una storia per il 9 maggio

  1. Bello questo resoconto del viaggio ad Acerra. 😀 Poi colpisce come l’imposizione di una serie di idee, giuste o sbagliate che siano, possa condizionare tanto il vivere comune, anche quello più semplice legato ad un sorriso o uno scambio d’auguri. Poi…16 ore di treno???? Ma era a vapore???? tanto avrai dormito tutto il tempo…

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