russaliana

Dove sta il fagiano?

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Per me si va nella città dolente,

per me si va nell’eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Tralallalero trallallà,

perdete ogni speranza, o voi che entrate.

Questo è come io mi ricordo i versi imparati a memoria a scuola. Me li ricordo se mi ricordo bene cosa significano, se mi hanno commossa (finché il sole risplenderà sulle sciagure umane mi basta per tutti i Sepolcri), se non me li sono dimenticati. E poi io sono della scuola che non si impara a memoria, ma si ragiona fino ad arrivare all’automatismo. Come quando, in scena, mi ricordavo cosa dovevo dire perché mi ricordavo anche in che punto dovevo trovarmi e chi era accanto a me o dietro di me.

Non credo che i russi sarebbero d’accordo. In questo paese ho visto un mare di gente ricordare a memoria interi pezzi dell’Evgenij Onegin di Puškin, della Nuvola nei Pantaloni di Majakovskij, dei Dodici di Blok. Questa gente si ricorda a memoria Chodasevič, una sera a una cena di Capodanno un ingegnere edile citava a memoria Есть Женщины в Русских Сельеньях di Nekrasov. Uno pensa: sono amanti della bellezza. Del resto, come potrebbe non amare la bellezza in maniera carnale, quasi come i napoletani, la gente della “bellezza che salverà il mondo”?

Però no. Un poco mi sembra che qui si sia semplicemente ereditata dal vecchio sistema scolastico sovietico, o chissà da dove, l’ossessione delle cose a memoria. Io andavo a scuola di ballo, avevo già capito tutto, volevo solo ballare e divertirmi, ma qualcuno mi costringeva a ripetere la stessa figura trecentomila volte, fino a quando non mi passava la voglia e il pensiero di ballare ancora mi faceva venire l’orticaria. La giustificazione era un serissimo e compitissimo: “Повторение – мать учения” (“La ripetizione è la madre dell’apprendimento”, o se volete: “Repetita iuvant”). Sarà… ma io sono anche un’amante dell’improvvisazione.

Come vi ricordate voi i colori dell’arcobaleno, per esempio? Io, fin da bambina, seguendo una logica. Mi hanno insegnato a mescolare i colori a quattro anni. Parto dal caldo e scendo verso il freddo, come una scala musicale al contrario. So che il rosso sfuma nel giallo attraverso l’arancione e che il giallo sfuma nell’azzurro attraverso il verde, e che c’è un colore che non è più azzurro e non è ancora violetto che si chiama indaco, e che l’azzurro sfuma di nuovo nel rosso attraverso l’indaco e il violetto. Rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto.

Lo spiegavo oggi, nella cucina del posto dove lavoro, a Olga. Lei diceva che queste cose le ha imparate a dodici anni. Invece già dai tre conosceva una filastrocca a me ormai ben nota:

Каждый (Ogni)

охотник (cacciatore)

желает (desidera)

знать (sapere)

где (dove)

сидит (sta)

фазан. (il fagiano.)

La prima lettera di ogni parola corrisponde a un colore nell’ordine preciso dell’arcobaleno: красный, оранжевый, жёлтый, зелёный, голубой, синий, фиолетовый. Per qualche motivo dove noi abbiamo l’indaco, i russi hanno un banalissimo blu.

Come faceva Olga a ricordare la filastrocca? Semplice, a memoria.

“Cioè, per ricordare a memoria la sequenza dei colori dell’arcobaleno, tu ti ricordi a memoria un’altra filastrocca? Ma così non ti ricordi a memoria una cosa sola, ma due!”

“Oh, no. Io non mi ricordavo a memoria i colori dell’arcobaleno, io non sapevo nemmeno l’arcobaleno che cos’era. L’ho capito dopo.”

La stessa cosa succede con i casi. La lingua russa ha sei casi:

nominativo (именительный)

genitivo (родительный)

dativo (дательный)

accusativo (винительный)

strumentale (творительный)

prepositivo (предложный)

Come me li ricordo a memoria? Se anche fosse necessario ricordarseli in ordine, fino all’accusativo la sequenza è uguale a quella del latino. Lo strumentale lo metto al posto del vocativo che in russo è stato dato per disperso (ma si sbagliano), il prepositivo è la copia russa dell’ablativo, con variazioni. Ricordare come si chiamano, visto che è un’altra lingua, non è difficile, perché lo schema di derivazione delle parole è identico. Detto in maniera un po’ grezza e molto probabilmente scorretta, ma efficace: “nominativo” viene da “nome”, “genitivo” da “generare”, “dativo” da “dare”, “accusativo” da “accusare”. “Strumentale” è una traduzione italiana un po’ bizzarra, perché la radice di questa parola in russo è la stessa del verbo “creare”, e infatti questo caso si usa, tra le altre cose, per i complementi predicativi dell’oggetto e del soggetto. “Prepositivo” ha la stessa radice di “preposizione”. A voi sembrerà una cosa difficilissima, lo so, ma vi assicuro che per chi studia russo non lo è.

Veniamo a come fanno i russi a ricordare a memoria i casi. Lettera per lettera:

Иван родил девчонку, (Ivan ha avuto una bambina)

велел тащить пелёнку. (ha chiesto di portare un lenzuolo per fasciarla)

Quindi i bambini, a scuola, per ricordare i casi a memoria, imparano a memoria il fatto di Ivan. Per imparare a memoria i colori dell’arcobaleno, imparano a memoria il fatto del cacciatore e del fagiano. Che faccia abbia, poi, un fagiano, un bambino di tre o quattro anni lo sa? E non si domanderà fino a quando diventa vecchio dove cavolo sta?

Guardo Olga esterrefatta e le dichiaro: “извращение”, “perversione”.

0 comments Dove sta il fagiano?

giomag59 says:

Lo stesso meccanismo di “ma con gran pena le recan giù” per ricordare le Alpi? Efficace! 😁

Syd says:

Non la sapevo questa… Infatti non so come si chiamano le Alpi… Come si chiamano?

giomag59 says:

Marittime Cozie Graie Pennine Lepontine Retiche Giulie… questo sistema mnemonico ha un nome che ora mi sfugge… certo devi ricordarti la sequenza se no e’ inutile… 🙂

painderoute says:

Anche in italiano abbiamo Come Quando Fuori Piove per ricordarci i semi delle carte francesi. È una tecnica mnemonica base che usa una frase più semplice e logica per ricordare una sequenza più complessa. Ma sono d’accordo con te: perché imparare due sequenze quando puoi semplicemente ragionare un po’ all’occorrenza? 🙂

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