Не напрасно дули ветры,
Не напрасно шла гроза.
Кто-то тайный тихим светом
Напоил мои глаза.
С чьей-то ласковости вешней
Отгрустил я в синей мгле
О прекрасной, но нездешней,
Неразгаданной земле.
Не гнетет немая млечность
Не тревожит звездный страх.
Полюбил я мир и вечность
Как родительский очаг.
Все в них благостно и свято,
Все тревожное светло.
Плещет рдяный мак заката
На озерное стекло.
И невольно в море хлеба
Рвется образ с языка:
Отелившееся небо
Лижет красного телка.
1917 г.
Non invano i venti hanno soffiato,
non invano ha infuriato la tempesta.
Qualcuno, misterioso, di calma luce
ha imbevuto i miei occhi.
Qualcuno con tenerezza primaverile
nella nebbia turchina ha placato la mia malinconia
per un’arcana e bellissima
terra straniera.
Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi turba la paura delle stelle.
Io amo il mondo e l’eterno
come il natio focolare.
Tutto in essi è benevolo e santo,
tutto ciò che turba è luminoso.
Il papavero scarlatto del tramonto
guazza sul vetro del lago.
E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine scatta dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.
1954
Sydney
Non invano soffiò il vento,
La bufera infuriò.
Lui, con luce di mistero
Nei miei occhi sussurrò.
Nella sua foschia celeste
Ho scontato la tristezza
Della terra, irrisolta,
Altra, e della sua bellezza.
Non mi soffoca il silenzio,
Del cosmo non ho timore.
Il mondo l’ho amato e l’eterno
Come della mia stalla il tepore.
Tutto è buono e giusto in loro
Ed è lampada il tormento.
Sullo specchio scarlatto
D’acqua piove il tramonto.
E per il campo dorato
Sulla lingua spunta un segno:
Il cielo lecca l’agnello
Il suo figlio sacrificato.
2026
Note di una slavista sciatta. Sciatta nel senso che non ha approfondito, ha conoscenze disperse, passioni sporadiche, intuizioni parziali, momenti di identificazione forse ingiustificati.
Sergey Esenin io all’università non l’ho letto, come molti altri poeti che ho conosciuto dopo. Nei miei programmi di studio, come in una lotteria, è capitata tantissima prosa ma comunque non abbastanza e, all’ultimo anno, alcuni poeti che hanno scritto anche dall’estero: Chodasevich, Baratinskij, Tjutchev.
Frequento questo club di letteratura russa che mi piace molto, ogni volta si legge un poeta diverso, e questa volta si leggeva Esenin: si leggeva, come sempre, in maniera informale e non necessariamente accademica, per questo non mi sono fatta lo scrupolo di informarmi su Wikipedia e di interrogare Google AI per sapere qualcosa, anche se, che il poeta era nato contadino si capiva anche così, perché ce lo ricorda in continuazione.
Però questo rosso vitello non si capiva cos’era, posto comunque che sappiamo tutti, perché la religione è un linguaggio dentro al quale stiamo senza avere scelta (e non c’è nulla di male, perché nessuno si alza e si lamenta mai di non aver scelto la parola “piede” per designare l’estremità degli arti inferiori), che agnelli e vitelli sono animali sacrificali.
Dice, però c’è il vello d’oro di Belyj, che è anch’esso un vitello e viene dalla mitologia greca. In cui anche, probabilmente, era uso fare sacrifici di vitelli.
Comunque a me Google AI e una sequela di risorse a casaccio successive mi hanno detto che il vitello rosso è un vitello molto raro e speciale, con le cui ceneri nell’antica tradizione giudaica si purificavano gli impuri, e la cui nascita è considerata una premonizione dell’arrivo del Messia. Avrò sovrainterpretato, fatto sta che nessuno mette un vitello rosso in una poesia solo perché è rosso come un tramonto (perché non un pesce rosso allora? – che in russo, ahimé, sarebbe un salmone, e non un “pesciolino d’oro”) e che se il poeta era contadino e rivoluzionario, anche se era il 1917, sicuramente era anche ortodosso, perché uno la religione dei genitori non la cancella da un giorno all’altro – la religione è un linguaggio dentro al quale stiamo senza avere scelta.
E a me, una volta capito cos’è questo vitello rosso, sembrava molto chiaro cosa si intenda esattamente con нездешний (non di qui, non di questo mondo, non di questo posto), che i traduttori fanno equivalere normalmente con “straniero”. Ma нездешний non significa esattamente “straniero”, ovvero di un altro paese, né “straniero” nel senso di sconosciuto, più che altro significa “straniero” nel senso di estraneo e non descrivibile in base alle categorie usate nella posizione in cui ci troviamo noi che osserviamo. E le parole благостно и свято, di per sé prese dal lessico religioso, assumono tanto più un significato religioso: cosa c’è di benevolo e di santo nel tramonto dopo la pioggia? È benevolo perché buono, è santo perché giusto.
E questo qualcuno che non si capisce chi sia, chi è? Nella poesia russa ci sono molti qualcuno e qualcosa, e poesie che arrivano, che vengono al poeta come può venire uno stimolo fisiologico (eppure l’ispirazione, quel concentrato di genialità che si manifesta improvvisamente per risolvere la tensione creata da un groviglio di emozioni o di paturnie, non è uno stimolo fisiologico anche senza la poesia russa?). E non avrebbe senso tradurre questo qualcuno dandogli un nome, decidendo di definire l’indefinitezza del pronome indefinito scelto dal poeta.
Però resta la domanda: chi è? Ci sono un vitello rosso probabilmente sacrificale non a caso, silenzi lattei, foschie nella gamma del blu, una terra (pianeta terra? terra da coltivare? terra come territorio?) “non di questo mondo”, “non di questo stato di cose”, “estranea”, ci sono immagini di caos e di cosmo oltre che di tempesta e tramonto, c’è il poeta che guarda, dal silenzio latteo e dalla foschia blu, con gli occhi imbevuti di luce silenziosa da qualcuno di misterioso, alla terra di cui sopra come a qualcosa di non suo, ma di amabile, qualcosa da compatire.
Infatti usa un verbo molto interessante, Esenin. Dice che, per via di questa terra, lui отгрустил, che non significa semplicemente provare malinconia, e in realtà a me non sembra nemmeno che significhi, come nella traduzione di Ripellino, che qualcuno gli ha placato la malinconia. Il prefisso от- trasforma il verbo грустить, essere tristi, in qualcosa come отсидеть, “stare seduti fino alla fine”, cioè “scontare la pena”. E per questo il poeta non ci sta dicendo che qualcuno gli ha placato la malinconia, ma che “con la tenerezza primaverile di qualcun altro”, lui “ha scontato la tristezza”, cioè ha vissuto fino in fondo la tristezza, di una terra “bellissima”, “non di qui”, e “arcana”, неразгаданной. Ma quest’ultima parola è di un registro elevato e ci fa perdere qualcosa della parola originaria, che viene dal verbo разгадать, che significa sì “indovinare”, “comprendere”, “decifrare”, ma che è anche proprio il verbo che si usa per dire “risolvere un cruciverba”. La terra di cui parla il poeta non è misteriosa nel senso di indecifrabile, ma nel senso di “indecifrata”, “irrisolta” (magari anche a sé stessa?).
A una lettrice cattolica e di origini contadine sembra proprio che questo qualcuno abbia qualcosa di divino (la primavera, del resto, non è il tempo della Pasqua, della pena che viene scontata e della rinascita, non solo nella testa dei cristiani, ma in tutta la letteratura russa?) e che il poeta si identifichi con chi “è in questo mondo, ma non è di questo mondo”.
E in realtà è vero che definire l’indefinito, se l’autore aveva scelto che fosse indefinito, non si fa. Ma è anche vero che “Lui” non è “Dio”, è un pronome senza nome, come senza nome deve restare Dio nel primo comandamento. Se noi capiamo, nell’economia del testo, chi è questo Lui, è perché abitiamo una lingua che abita nella religione insieme a noi (anche se non ci crediamo), ed è perché ho fatto un’altro paio di cose che non si dovrebbero fare.
Ho messo un agnello al posto del vitello. Che poi questa cosa che non si dovrebbe fare si chiama “domesticazione”: quale italiano capisce che un vitello rosso è un animale sacrificale che richiama la venuta del Messia? L’animale sacrificale che un cristiano identifica con il Messia è l’agnello. Però questa domesticazione non era necessaria, in principio, perché anche in russo i cristiani hanno l’agnello e non il vitello, e probabilmente per un russo il vitello rosso è tanto misterioso quanto per un italiano, quindi perché, da traduttrice, svelare il mistero?
E ho messo una stalla e il suo tepore al posto del родительский очаг, il focolare dei genitori.
Diciamo che mi sono presa delle libertà. La libertà di immaginare l’indefinito come il divino e di trasformarlo in Lui, la libertà di trasformare il vitello in agnello, la libertà di portare, con la stalla, il campo semantico dalla campagna del poeta all’esilio del profeta. Ho fatto una riscrittura, una nuova poesia, in parte fedele, in parte liberamente ispirata a Esenin, in cui c’è tutto il mio spirito pasquale di quest’anno.
E mi sono detta: ci si potrebbe fare un’intera raccolta, di poesie non esattamente tradotte, ma riscritte personalmente quasi come testi nuovi e propri del traduttore, come cover di canzoni con intere parti di arrangiamento contaminate. La intitolerei featuring Russian poets.
P.S. L’immagine è di Andrej Bodko, pittore di icone contemporanee, della serie Христос всегда рядом, Cristo è sempre vicino. Su tiktok ho visto qualcuno che diceva che oggi essere apertamente cristiani è cringe (sento di non appartenere alla generazione che usa questa parola), e dunque io sono cringe, ma vi svelo un segreto: Dostoevskij e Tolstoj sono cringissimi e ci sono molte cose della Russia che, secondo questa logica, sarebbero cringe. Così per me, traduttrice e autrice, Dio sta nascosto tra le pieghe del mondo e delle pagine, e ogni tanto lo vedo, magari anche dove non c’è, e coloro i suoi spazi vuoti tra le linee in modo che si noti.
Buona Pasqua. Христос воскрес! Cristo è risorto!
