Una questione di comodo


Nel 2023, in seguito a un’intervista rilasciata a un blogger locale, ci siamo ritrovati a parlare del fatto che ho preso la cittadinanza russa e della mia posizione rispetto alla guerra in Ucraina. E la mia posizione, in quel momento, era: io amo entrambe le mie patrie, sono cittadina del mondo, non approvo l’intervento della Russia in Ucraina, ma non penso comunque di essere abbastanza informata per approvare o disapprovare qualcosa apertamente, non approvo la guerra in generale comunque, in quanto provengo da una cultura della democrazia preferisco la democrazia, ma in Russia ci sono stata bene per tanti anni e so anche che non ha senso arrivare da fuori e pretenderla per sentito dire, la democrazia, o voler trasformare tutto il mondo in uno stampino dell’ideale del quale io crederei di essere portatrice, quindi mi tengo un po’ le cose così come sono.

“Eh ma è comodo così,” è il commento che ricevetti.

Da poco tempo ho riaperto questo blog e rispolverato la mia identità digitale. Perché ci ho messo così tanti anni a riaprire questo blog e a convincermi a raccontare la Russia in maniera sistematica? Perché la mia identità a cavallo tra Europa meridionale e Russia non è comoda.

Quando parlo bene della Russia vengo additata come filo-putiniana, ma quando ne evidenzio gli aspetti che reputo negativi, vengo additata come anti-russa. Considerato l’agguerrimento e il tifo da stadio che si fa online riguardo ai conflitti del momento, io divento spesso vittima di hating sia dall’una che dall’altra parte, ma hating è dire poco: a volte mi arrivano le minacce. E le minacce fanno paura.

Capita che augurino il male mio e della mia famiglia nei commenti su YouTube (perlopiù in quelli) persone che mi vedono come filo-putiniana e che mi vorrebbero fuori dall’Italia, dove sono comunque a casa mia, o capita che mi augurino o minaccino di farmi avere problemi con la legge in Russia, quelli che mi vedono come anti-russa, perché secondo loro io dovrei dire sempre che è tutto bellissimo.

L’assurdità della mia situazione è che, non facendo contento nessuno, faccio contenti tutti: perché quale grande soddisfazione deve essere stare comodamente seduti sul cesso a imprecare, o peggio, a minacciare una persona che, in principio, tanto tempo fa, voleva semplicemente tenere un diario aperto e fare un po’ di divulgazione spicciola sul semplice fatto che “tutto il mondo è paese”! E nel mio caso, qualsiasi cosa io dica, da qualsiasi prospettiva io analizzi qualsiasi situazione, qualunque defecatore digitale avrà almeno un motivo per rovesciare su di me la sua ira e far venire la cacarella anche a me.

È solo uno dei motivi per cui, a differenza di 8 anni fa, quando non conoscevamo ancora bene gli effetti dei Ferragnez sulla gente, la mia vita privata adesso entra nella mia vita digitale solo di striscio: io non ho solo la cacarella a leggere certi commenti che fanno accapponare la pelle, ma non sapendo chi ho di fronte (visto che io ci metto la faccia, mentre gli altri sono semi-anonimi) a volte ho proprio paura per le persone a me care, oltre che per me stessa.

E vi sembrerà os controcorrente e ipocrita che io non abbia paura del mostro rrusso che rrussa in madre Rrussia in sé: io ho paura della ggente.

È attribuita a Karl Stojka la citazione:

«Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, a uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore».

C’è una diffusa cultura del donòs (донос), della delazione, che sta riprendendo vigore in Russia, ma che ha ripreso piede anche nell’Italia del Covid, da quel che ricordo. Siamo bravi a giudicare i paesi lontani, ma in realtà molti di noi, mentre si cantava sui balconi, stavano affacciati a controllare quanta gente c’era in casa degli altri e perché, e se il passante in bicicletta era andato davvero solo a fare la spesa o se già che c’era si era fermato a prendersi una boccata d’aria.

Essere i primi della classe, essere conformi, è bello. Dà sicurezza poter alzare la mano e dire, senza sporcarsi, chi ha torto tra tizio e caio, dire “è stato lui!” e soprattutto “non sono stato io!”, ed essere premiati per la fedeltà al leader, che sia esso una persona o un’idea confortevole, ricevere lo sconto sui propri peccati per aver saputo segnalare debitamente i trasgressori della norma, o semplicemente quelli che pensano con la propria testa e agiscono secondo coscienza.

Io non sono conforme. Dice, ma non vuoi prendere parte, è comodo. E il punto non è che non voglio prendere parte per comodo, ma che:

  1. prima di prendere parte, in qualsiasi situazione, ho bisogno di capire bene;
  2. non sempre prendere parte è la cosa più saggia da fare, se implica fare del male piuttosto che fare del bene;
  3. la mia libertà di opinione include anche la possibilità di non condividere la mia opinione se non lo ritengo opportuno;
  4. ed è un mio preciso diritto non voler condividere la mia opinione rispetto a una quantità di cose, proprio come è un mio diritto che il mio voto sia segreto.

E su questo quarto punto c’è molto da riflettere, perché negli ultimi anni è diventato una moda qui in Occidente chiedere ai personaggi pubblici o quasi di dichiarare apertamente le proprie posizioni (purché siano quelle che vogliamo sentire) pena l’ostracismo, o costringere altri personaggi a scuse pubbliche e di facciata se non si sono conformati a quello che sarebbe opportuno dire.

Io lo ripeto sempre, periodicamente: ma non è che i russi siamo noi?

E quando lo ripeto, faccio infuriare i molti russi che si sentono offesi dalla presupposizione che siano i russi i portatori del reato di opinione, ma anche i molti italiani che si sentono offesi non solo dal sospetto che anche per loro il reato di opinione esista, seppure in via ufficiosa, ma soprattutto dall’insinuazione che loro possano essere simili a un popolo “meno sviluppato”.

Forse non ho ragione di avere paura delle spie, degli ufficiali, dei troll o delle casalinghe seduti sul water a minacciarmi ogni male, fortuito o organizzato dalle autorità. Resta comunque il fatto che la mia non è affatto una posizione comoda.

Ho tante cose da dire, e quelle sulle quali non mi sento sicura di poter dire qualcosa, avrei gli strumenti per ricercarle a dovere e dire quello che c’è da dire. Delle molte cose che ho da dire, tante non le dico, nell’una e nell’altra mia patria, per sicurezza, perché non si sa mai, e per non privarmi dicendole della possibilità di continuare a dire tutto il resto.

Insomma, comodi forse ci state voi che commentate dai vostri water. Chi sta in situazioni come la mia, o molto peggio, non sta affatto comodo: che poi se la viva con nonchalance e sembri non accusare i colpi, è tutta un’altra storia.

3 pensieri su “Una questione di comodo

  1. Di alterchi, di conflitti, di linguaggi sdruccevoli, non è pieno solo i social ma n’è piena anche la letteratura.

    Osip Emil’evic Mandel’stam uno dei miei poeti Russi preferiti, che segue Dostoevskij e suoi gaglioffi, ma ancora prima lo stesso Dante Alighieri, resta il più potente, tanto che prova con lui ad intrecciare una “conversazione”.

    Maldel’stam in uno dei suoi ultimi lavori poco prima di essere arrestato e spedito da Stalin nei Gulag, conversa con Dante Alighieri, ed incorre, incappa anche lui nell’incontro spiacevole e rischioso con Farinata proprio come i gaglioffi Dostoevskiani incontravano i loro persecutori: nel luogo meno indicato, forse per dimostrare la lontananza del limite del male Osip un giorno fu avvicinato da una ragazza che si dichiarò una sua fans e gli chiese di leggergli alcune sue nuove poesie.

    C’è da dire che era proprio un ingenuo perché proprio per le sue poesie era stato già posto in esilio da Mosca – infatti lo chiamavano il “centokilometri”, misura pari alla distanza minima che doveva intercorrere tra Mosca, città dove risiedeva ma a interdetta a lui e alla sua famiglia, e la cittadina dell’esilio-confino. Insomma la censura e i divieti di regime già lo perseguitavano. E così si apri a leggere le sue ultime poesie alla fanciulla – sua fans – ma che alla fine della giornata, si rivelò essere una delatrice della polizia.

    Lo segnalò di nuovo alla polizia proprio perché continuava a leggere e scrivere poesie e così fu definitivamente arrestato e spedito stavolta ai confini del mondo, condannato per giunta ai lavori forzati, dove mori a fine dicembre del 1938 nel gulag di Vtoraja rečka, un campo di transito presso Vladivostok.

    Una delle sue ultime opere che ci sono giunte a noi, grazie alla moglie che le custodì insieme ad altre poesie e saggi, furono le sue “Conversazioni con Dante”, dove come Dante fluttua per incontrare una voce, nel caso suo resta indelebile nei suoi ricordi la voce dell’amata moglie:

    «Mia cara bambina, non c’è praticamente nessuna speranza che questa lettera ti arrivi. Prego Dio che tu capisca quello che sto per dirti: piccola, io non posso né voglio vivere senza di te, tu sei tutta la mia gioia, sei la mia tutta mia, per me è chiaro come la luce del giorno. Mi sei diventata così vicina che parlo tutto il tempo con te, ti chiamo, mi lamento con te.» (da una lettera di Osip Ė. Mandel’štam a Nadežda Jakovlevna)

    E, cosi che citando Dante richiama la voce, del Farinata, che esegue un breve arioso dalla tonalità implorante, assai tipico dell’Inferno:

    «O toscano, che ti aggiri da vivo nella città infuocata e parli con tanta eloquenza! Non rifiutare di fermarti un momento. Dalla tua parlata ti riconosco come cittadino di quella nobile terra per la quale io – ahimè! – sono stato un fastidio eccessivo!”.

    Dante lo rappresenta come lui stesso si rappresenta: “uno spiantato” un esiliato, e a differenza di Lui denota che a Dante non gli sono certo proprie le buone maniere, piuttosto il contrario.

    Osip scrive:

    “Bisogna essere ciechi come una talpa per non vedere che Dante, nel corso di tutta la Divina Commedia, non riesce a darsi un contegno, non sa dove mettere i piedi, cosa dire, come salutare. Non lo sto inventando, lo ricavo dalle stesse ammissioni dell’Alighieri, di cui è disseminata la Divina Commedia. L’inquietudine interiore, il senso opprimente di imbarazzato disagio che a ogni passo accompagna quest’uomo insicuro, impreparato, incapace di mettere a frutto la sua esperienza interiore e di oggettivarla in regole di comportamento, tormentato e braccato: è questo che conferisce tutto il suo incanto, tutta la sua drammaticità al poema, è questo che ne crea la base preparatoria, l’imprimitura psicologica. Se si fosse lasciato andare Dante da solo, senza il dolce padre Virgilio, gli alterchi sarebbero fatalmente scoppiati fin dall’inizio, e avremmo avuto non un viaggio attraverso le pene e altre cose spettacolari, ma la più grottesca delle pagliacciate. Le figuracce che Virgilio evita a Dante correggono e rettificano sistematicamente il corso del poema. La Divina Commedia ci fa addentrare nel laboratorio delle doti morali del poeta. Dietro quel cappuccio all’apparenza impeccabile e quel profilo che viene chiamato aquilino si nascondeva un disagio interiore superabile solo a prezzo di acute sofferenze, una battaglia proprio come quella che aveva combattuto Puškin, da gentiluomo di camera a corte, per la dignità e la posizione sociale del poeta. L’ombra che incuteva timore alle vecchie e ai bambini era spaventata essa stessa, e l’Alighieri aveva i sudori freddi: passava da stupefacenti accessi di presunzione alla coscienza della propria completa nullità. La fama di Dante è stata finora il maggiore impedimento alla comprensione e a uno studio approfondito della sua figura, e sarà così ancora per molto. La sua lapidarietà non è altro che il risultato di un’enorme disarmonia interiore che ha trovato sfogo nelle pene viste in sogno, negli incontri immaginari, nelle sottili repliche, a lungo meditate e covate nell’astio, dirette a sbaragliare l’avversario e a ottenere un trionfo definitivo. Il dolce padre – maestro, mentore, guida – per l’ennesima volta redarguisce questo raznočinec del XIV secolo, alla tormentosa ricerca di un posto nella gerarchia sociale”. …..aggiuno adesso io come oggi…..il suo (di Dante) quasi contemporaneo Boccaccio si trastullava tra “I rapporti estetici tra arte e realtà” (dissertazione).

    Ci dovremmo chiedere:… se anche il sommo poeta, fosse vissuto oggi, starebbe anche lui nel “girone dei social” a sparlare degli altri nascondendo cosi le sue fragilità interiori …con sempre meno se non immaginaria privacy, al cospettto di più moderni delatori?

    Una bella riflessione la Tua.

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