Come ammalarsi in Russia e uscirne vivi


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Questo post lo scrivo perché me l’ha chiesto Sasha, che fa il tecnico nella scuola dove lavoro. Secondo lui racconto in modo molto avvincente le mie peripezie tra una poliklinika e l’altra e non devo pensare che il mio cabaret quotidiano non sia materia per scrivere.

Quindi, forse non sarò in grado di raccontarvi davvero come ammalarsi in Russia e uscirne vivi, ma potrò raccontarvi almeno del perché da un mese non scrivo e questa volta non solo a causa del lavoro.

E’ cominciato tutto il 9 maggio, o forse il 6, non lo so. Il 6 sera ho comprato un hachapuri col formaggio alle 19:00, prima di portare il gatto dai suoceri, in vista della nostra partenza per il Volga. Non si sa se il morbo misterioso che mi ha assalita fosse chiuso in quel hachapuri, in qualche pezzo di carne, uova o latte assunti sul Volga, nel vermetto da pesca che ho toccato e poi non mi sono lavata le mani, o se fosse già dentro di me in forma di sega mentale.

Fatto sta che il 6, il 7 e l’8 ho l’intestino bloccato. Ora, io il 6 e il 7 non mi sono allarmata, ma l’8 cominciavo a sentirmi pesante e nauseata. Stavamo in una baza otdyha, un posto molto sovietico dove la qualità dei pasti è considerata ottima… anche se ti servono carne a colazione, pranzo e cena. Dopo la salsiccia della colazione dell’8 ho deciso che non avrei mai più mangiato carne in tutta la mia vita.

La notte tra l’8 e il 9 ho avuto mal di pancia.

Il 9 mi sono alzata e sono cominciati vomito e diarrea. Avrei dovuto bere molto, ma non l’ho fatto, perché eravamo in partenza. Dalla baza otdyha del NYAU MIFI (Istituto di ingegneria nucleare) di Redkino a Mosca si arriva così: 5 minuti di barca, 20 minuti di macchina, 3 ore di treno, più se sei fortunato e non devi arrivare al centro, ma puoi scendere in periferia, 10 minuti di autobus fino a casa mia. Così, con i brividi addosso e usando i gabinetti più improbabili e con un sacchetto di plastica comprato al volo alla stazione sempre accanto a me, sono tornata a casa che non stavo in piedi. Lì ho preso qualcosa per farmi passare quello che avevo con un bel bicchierone d’acqua. Poi sono andata in bagno e ho vomitato tutta l’acqua che avevo bevuto comprese le pillole, così come stavano.

Allora ho chiamato l’assicurazione. Il mio cavaliere dice che la mia voce è troppo pimpante per far credere a qualcuno che sto male davvero. Io vorrei dire, ma ringrazia Iddio che non sto morendo. Ancora. Quelli dell’assicurazione, che io ho ottenuto per contratto dal mio datore di lavoro, mi informano che la mia polizza non include il medico a domicilio che io richiedo, quindi mi chiamano entro un’ora e mi dicono dove andare. Mi mandano a Krasnye Vorota, che sta a un’ora di trasporto da casa mia. Muoio.

Ci alziamo e andiamo con i mezzi a Krasnye Vorota. Entro, mi si presenta una dottoressa lunga, con i lunghi capelli tinti di nero con la ricrescita bianca, i sandaletti con il tacco e l’andatura e la voce biascicata della serie “Ah che lavoro di merda”. Le racconto, pare che mi stia a sentire, e invece a un certo punto si sveglia da un sonno e mi chiede di raccontarle da capo. Mi domanda quante volte ho vomitato: quattro, inclusa quella dell’acqua. Mi domanda quante volte sono andata in bagno, le dico che non lo so. Tre o quattro? Di più. Cinque o sei? Di più. Dieci?! Rido di un riso disperato. Più di dieci (la prego, dottore, faccia qualcosa!!!) Mentre racconto, scrive al computer. Finisco di raccontare, scrive ancora, scrive, scrive. Penso che se avessi la forza mi alzerei e la scollerei a pugni da quel coso. Che cavolo scrivi?! Visitami, miseria! Quella si gira e, senza avermi ancora toccata con un dito, mi dice che i miei sintomi fanno pensare ad una pancreatite cronica passata inosservata che potrebbe essere diventata acuta, o a una qualche altra malattia del tratto gastro-intestinale, e che se la mia assicurazione è d’accordo, mi manderebbe immediatamente a fare una gastroscopia in un’altra filiale. La guardo inorridita. Porca miseria! Ti sto dicendo che ho passato la mia giornata sui trasporti pubblici ad espellere roba da qualsiasi orifizio, e tu mi vuoi infilare un tubo giù per la gola senza nemmeno aspettare che mi reidrati? E che cosa speri di trovare lì dentro? La prova che ho vomitato? Te lo sto dicendo io, che ho vomitato, e di che colore, e in che quantità! “Dottoressa, mi scusi… Io non sono in condizione di andare in un’altra filiale adesso. Non so se si vede…”

La tipa mi prescrive le analisi, l’ecografia, le medicine, mi manda a casa. Con le ultime forze vado in farmacia, chiedo al mio cavaliere di chiamarmi un taxi. Il taxi arriva. Vomito nel taxi. Arrivo a casa, mi metto a letto.

La mattina dopo, a stomaco completamente vuoto, vado a fare le analisi. Nell’ecografia non trovano altro che aria nella pancia. Il medico mi dà due giorni di malattia. Io torno a casa, mi riposo. Il primo giorno solo acqua, che ho perfino i polpastrelli secchi. Il secondo giorno provo con del brodo. Il medico mi guarda, mi chiude il foglio di malattia, e mi manda giovedì al lavoro. Io non sono sicura che il medico abbia ragione di fare così, ma penso, forse mi sento debole perché sono stata troppo a letto.

Giovedì torno al lavoro, mi gira la testa, mi cadono i pantaloni. Mangio una patata bollita, mezza banana. Torno a casa completamente distrutta, chiedo al mio ragazzo di farmi la pastina in brodo.Di notte mi sveglio e ricomincio a vomitare. Chiedo di chiamare il pronto soccorso.

Il pronto soccorso non serve gli stranieri, che sono assicurati per legge. Fate un’eccezione, per favore, l’assicurazione ci fa aspettare fino a domani, e qua pare una cosa seria.

Arriva il pronto soccorso alle 4 di notte e, non so perché, accende la sirena sotto al palazzo prima di salire.

Entrano in casa. Mi vengono subito in mente i due medici di Pinocchio. Mi guardano, mi chiedono anche loro di raccontare la stessa storia tre volte (magari ho un ictus?!), mi toccano, poi dicono una cosa tipo: “Se la paziente non è morta, allora è segno che è viva,” “Al contrario, io penso che se non è viva, allora è segno che è morta”. Poi si mettono d’accordo e uno dei due mi dice di non preoccuparmi, che non sto morendo. Gli spiego che non mi preoccupo perché penso di stare morendo tra cinque minuti, ma perché se continuo a vomitare e nessuno mi aiuta, io mi do massimo un mese (e sono molto ottimista). Loro mi prescrivono altre medicine, di quelle che si usano non appena hai avuto un’intossicazione, per ripulire lo stomaco (ma non dovevate darmele prima? Cosa volete ripulire dopo cinque giorni?!) e mi mandano un altro medico, a casa, che verrà il giorno dopo.

Il giorno dopo viene il medico. E’ una donna tafagnotta e indaffarata. Mi fa stendere, mi tocca, mi tasta, mi dice: “Faccia vedere la lingua,” mi fa delle domande, “Faccia vedere la lingua,” mi domanda che medicine prendo, “Faccia vedere la lingua,” mi dice che ho solo un po’ di gastrite, “Faccia vedere… gliel’ho già chiesto?” Mi toglie una delle cinque medicine che prendo, me ne prescrive un’altra (non capisco perché, forse la marca le piace di più?), se ne va, non mancando di complimentarsi per il mio russo e di domandarmi se mio marito è russo, al che io rispondo “Sì”, e mi confondo, perché non è mio marito.

Nel frattempo si rende disponibile il mio omeopata, che mi toccherà cambiare, perché ha aperto una clinica in Spagna. Il giorno dopo mi risponde al telefono, gli racconto cosa mi è successo, tutta l’avventura. Lui consiglia di lasciar perdere le cinque medicine e di prendere degli antibiotici, che secondo lui si sarebbero potuti evitare se avessi fatto una bella pulizia dell’apparato digerente con metodi naturali immediatamente. Mi dà anche dei rimedi omeopatici e consigli sulla dieta. Scopro che oltre al brodo di pollo e al purè di patate, posso mangiare le mele cotte e le pere crude, delle quali ho molta ma molta più voglia.

Lunedì torno al lavoro, mi sento meglio. Ma qui il mix di narcotici che ho preso per una settimana più gli antibiotici, fanno un miracolo: il mio intestino si blocca per 10 giorni. Ho un pancione enorme, ho molta fame e posso mangiare molto poco, e sto molto male.

Finiscono gli antibiotici, cominciano i fermenti, mi sento meglio. Comincio a mangiare cose più diverse tra loro, e a mangiare più spesso, tipo sei volte al giorno piccole porzioni. Ricomincio, con lentezza, a fare sport. Passa una settimana. E’ sabato, sono a danza e mi viene una colica biliare o non so cosa, perché mi tira tantissimo il lato destro e il dolore in petto tipo infarto che sento da alcuni giorni è molto più forte e mi sento come se qualcuno mi desse dei colpetti dietro lo sterno. Chiamiamo il primo gastroenterologo disponibile, gli chiediamo di salvarmi.

Il gastroenterologo è caro, ed è obeso, ma ha una faccia da simpaticone. Prova a toccarmi la pancia e non riesce nemmeno a farmi il solletico senza che urli. Mi manda dall’ecografista, insieme scoprono che ho una colecisti gigantesca e tutto il resto in ordine. Mi manda a fare un lavaggio, perché mi piego in due. Dopo il lavaggio sono così drogata che mi sembra quasi di stare bene, il medico mi prescrive nuove medicine, mi domanda se sono una persona nervosa e gli dico di sì, mi dice di stare calma, mi prescrive una dieta, mi domanda se io normalmente faccio abuso di grassi e di alcolici. Ma tu ti sei guardato, cu stu panzone?!, gli vorrei dire io, dal basso dei miei attuali a occhio e croce quarantacinque chili per un metro e sessanta. Poi, mi convince che bisogna fare la gastroscopia. Io sono disperata, accetto.

Comincio la nuova cura, lunedì mi faccio accompagnare da mia cognata a fare la gastroscopia e a dare di nuovo il sangue. Il tipo che mi fa la gastroscopia è obeso anche lui e il tubo è largo come una pompa da giardino. A parte spruzzarmi in gola la ledocaina, non mi fanno manco un po’ di droga per stordirmi un po’: sono cosciente e pimpante, e quando comincio a tossire e ad avere conati di vomito perché il mio corpo non è cretino che si fa infilare dentro una pompa da giardino così, e lui mi sgrida che mi ha detto di respirare, non di tossire, io vorrei con tutto il cuore dirgli che non lo faccio mica apposta e provasse lui a farsi infilare un coso così grosso dentro, poi ne parliamo, ma non posso, perché se non fosse che le vie respiratorie sono libere, starei soffocando.

Il tipo tira fuori il tubo, ritorno un attimo in me, poi mi racconta che lo la gastroduodenite. Ma va?! Ma cioè veramente con la tecnologia moderna era indispensabile infilarmi un tubo nelle budella per capire una cosa che i medici di cinquant’anni fa capivano soltanto con una visita?!

Vado alla cassa e pago le analisi, la gastroscopia e il lavaggio dell’altro giorno: undicimila rubli. Spero quasi di avere l’helicobacter perché ne valga la pena.

Mercoledì comincia il campo estivo. Mi gira e mi fa male la testa e mi sento che cammino sull’ovatta già da due giorni. Mi viene il dubbio che siano le medicine. Leggo i bugiardini: il farmaco contro la gastrite può provocare nausea, vomito, stitichezza e diarrea, mal di testa, sonnolenza, capogiro, allucinazioni; l’antidolorifico: mal di testa, sonnolenza, capogiro… e così via. Tutto quello che può farmi sentire non presente a me stessa, lo tolgo di mezzo. Preferisco sentire dolore che sentirmi scema.

Giovedì vado dal gastroenterologo. Gli dico che ho tolto alcune medicine e gli spiego perché. Mi raccomanda di continuare a prendere per un lungo periodo, da lui non precisato, almeno quelle per la bile e per lo stomaco. Mi dà il suo numero di telefono per sapere, tra qualche giorno, se nel mio stomaco c’è l’helicobacter. Mi dice che la colica biliare potrebbe essere dipesa dal digiuno prolungato o da un passaggio non abbastanza graduale ad un’alimentazione completa. Ma va?! E questo l’avevi capito prima o dopo gli undicimila rubli?! E come mai l’alimentazione è la causa, e non il cocktail di medicine che ho preso? Che a occhio, senza una laurea in medicina, mi pare più possibile la seconda…

Mi saluta facendo il simpaticone e dandomi alcuni aiuti per la digestione che se li può prendere pure lui, visto che io non sono solita farmi le abbuffate di cui lui parla, perché ovviamente chillu panzone da qualche parte deve essere uscito.

Continuo a prendere le sue medicine per tipo quattro giorni. Di nuovo mi si blocca l’intestino. Riapro i bugiardini; effetti collaterali: stitichezza, stitichezza, stitichezza. E’ capace che se lo dico al medico mi prescrive un lassativo, così, per aggiungere qualche pillolina alla mia collezione. Smetto di prendere le medicine. Se muoio, il Signore mi accompagna dove vuole lui.

Vado anche a ritirare le analisi, il giovedì successivo. Non ho l’helicobacter.

Torno a casa, comincio a sentire un leggero pizzicorio alla gola. Penso sempre che mi abbia irritato la pompa da giardino. Dice, ma non dovrebbe irritare così a lungo: ma voi che ne sapete? Lo sapete che le malattie hanno una forte componente psicologica e che se le mie interiora si sono incazzate forte, col cavolo le vostre statistiche? Domenica il mal di gola è più forte. Provo a mangiare due fette di pizza, mi viene di nuovo mal di stomaco. Decido che non mangerò pizza per un mese. Lunedì sono completamente raffreddata. Combatto contro me stessa, perché veramente io volevo fare un digiuno purificante, ma non posso, perché lavoro al campo estivo e già così mi cadono i pantaloni; e perché nelle bustine per il raffreddore e i sintomi influenzali c’è scritto che fanno male a chi ha la gastrite. Così tengo fino a giovedì. Venerdì sono afona. Basta, le compro, mi purificherò un’altra volta. Mi spruzzo pure il Tantum Verde, mi bevo pure le tisane, e mi imbottisco di miele e limone.

Oggi è lunedì, mi sento meglio. Sto mangiando, sto respirando, e ho speso circa 25mila rubli, lo stipendio medio di una cassiera del supermercato, in medicine. Cosa abbia avuto, non si sa. Forse la salmonellosi? Dice, ma non avevi la febbre alta, massimo 37°. Io le detesto le vostre statistiche. Io quando sono malata non ho quasi mai la febbre alta.

Come ammalarsi in Russia e uscirne vivi?

Ammalatevi in Russia. Andate dai medici. Uscitene vivi.

Informatevi un po’ sulle medicine alternative, leggete articoli su internet, fate  un po’ i medici di voi stessi.

E non credete: che in Italia spesso fanno lo stesso, anche se non c’è lo stesso bastardo sistema delle assicurazioni.

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5 risposte a “Come ammalarsi in Russia e uscirne vivi

  1. Leggerti è un vero piacere, non solo per come racconti ma per come scrivi. Sarebbe bello che di tutte le tue esperienze e considerazioni ne facessi un libro…
    Complimentissimi!

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  2. Prendere “medicine alternative”, cioè non-medicine, è un consiglio orribile che può seriamente inficiare la salute delle altre persone. L’omeopatia è semplicemente acqua, a volte acqua e zucchero, non ha ALCUN VALORE! Funziona solo l’effetto placebo, ma per vere malattie servono veri farmaci!

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    • L’omeopatia non è l’unica medicina alternativa. Ed è comunque vero che spesso i medici “tradizionali” fanno danni che non sapremo mai. Informarsi e imparare a conoscere il proprio corpo è un passo in avanti per rapportarsi criticamente ai consigli di qualsiasi medico e riuscire a dialogarci (se lo permette). Forse mi sono espressa male, ma non era mia intenzione pubblicizzare l’omeopatia come soluzione di tutti i mali. Inoltre nel post c’era molto di ironico, perché non è nemmeno vero che ammalarsi in Russia è sempre così: sono stata sfortunata.

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