I Vicini Russi


kaminer

Le lamiere del balcone isolato tintinnano (ma piuttosto tantannano) sotto il temporale, Sasha Andreevich, il gatto, si fa il bidè, come sempre, vicino a me, mentre sono con i miei libri; è quasi l’una ma non ho sonno, perché sono un’insegnante in vacanza, che significa che dopo 9 mesi finalmente posso vegetare, o preparare torte, o leggere libri che si sono accumulati in pila, o scrivere questo blog, o pensare a come rendere più interessante la mia vita e il mio percorso professionale.

Per esempio, cinque anni fa io sapevo il tedesco. Lo sapevo male, si capisce: ho studiato tedesco per tre anni al liceo, e più precisamente in uno sgabuzzino in cui mandavano noi 9 germaniste, quando arrivava la prof di spagnolo per il resto della classe. Nello sgabuzzino leggevamo i dialoghi e le lettere di una certa Paola che era andata a fare la tata a Heidelberg, facevamo tonnellate di esercizi di grammatica (della quale non riesco quasi per niente a fare uso quando parlo, ma che almeno mi aiuta a seguire il filo della frase quando leggo), e guardavamo certe videocassette degli anni ’80, dove un ragazzo con i pantaloni marrone chiaro di velluto a coste rincorreva per la città una ragazza con i jeans a vita alta e una T-shirt con una rosa, chiamandola “Rose!” E poi c’era la parte (che allora non ero anche specialista in glottodidattica, e non lo sapevo che si chiamava così) audiolinguale (beh, se non erro), in cui venivano prese frasi dai dialoghi e ci venivano fatte ripetere allo sfinimento: “L’ascensore nicht funkzioniert!”.

Quando sono andata all’università ho deciso che il tedesco non era per me: ho preso inglese e russo e ci ho infilato francese come terza lingua, tanto era facile. Poi ci ho ripensato, ho deciso di chiedere la borsa di assistentato in Germania, e mi sono rimessa a studiare il tedesco, del quale non ricordavo quasi più nulla – si vede che gli uomini pallidi con i pantaloni a vita alta e i mocassini mi avevano traumatizzata. In Germania ho vissuto a Lauf an der Pegnitz, bel posto, tranquillo, un po’ infattibile senza macchina: ci vuole mezzora di treno per arrivare a Norimberga e il treno costa tipo cinque euro solo andata. Al centro di Lauf c’è la gelateria Campo Eis, in cui lavorano dei siciliani – ma io per qualche motivo che non so spiegare bene, sono sempre stata un po’ restia a fare “we, paisà” con gli italiani all’estero. A volte sapevo che mi stavano guardando e che avevano capito che ero italiana, ma mi guardavano con tanta insistenza che mi sentivo allo zoo, quindi mi passava la voglia di fare due chiacchiere. Voglio dire, non da Campo Eis, ma in generale. A Lauf vivevo con una famiglia turca che aveva appena traslocato nella casa nuova. La mamma era bulgara di minoranza turca, il papà era di Ankara, i figli erano nati e cresciuti in Germania ed erano bilingue; ma in quella casa si parlava moltissimo turco, quindi dopo quattro mesi il mio tedesco era diventato più svelto, ma non più accurato, però sapevo dire:

(scrivo come si pronuncia)

– Chok (troppo)

– Yok (no, e no, non mi ricordo come si dice sì)

– Ikegeler (Buona notte)

– Kara chaj (tè nero)

– Durak (fermata dell’autobus)

e altre cose tipo: “Vado a letto”, “Ho fame”, il numero di telefono di casa e “Bana sen lazimsin” (ho bisogno di te, dove “sen” è il soggetto, tu, “bana” è il dativo di “ben”, io, e “lazimsin” è la seconda persona del verbo, beh, in italiano un verbo simile da usare con la stessa struttura grammaticale è solo “servire”). E cosa molto interessante e bella: la desinenza del verbo ripete sempre il pronome personale soggetto: in questo caso “sen lazimsin“. Il turco è una lingua agglutinante, non flessiva: quindi non cambia la desinenza, ma si aggiunge un pezzo.

Mentre ero in Germania, preparavo l’esame di letteratura comparata: studiavamo l’immigrazione dei turchi in Germania (per esempio, Mutterzunge / La Lingua di Mia Madre di Emine Sevgi Özdamar) e l’emigrazione dei russi (per esempio, Necropoli  di Vladislav Hodasevich). Un giorno andai a Schwabach e, nella libreria della stazione, trovai un libro (sì, siamo arrivati al dunque!) che mi colpì subito, e dovetti comprarlo assolutamente, anche se da allora sono rimasta a pagina 20.

Quest’anno ho conosciuto Maria, una collega tedesca alla quale ho dato lezioni di italiano, e ho ricominciato a parlare in tedesco. Così, il libro, che da tre anni si sposta di mensola in mensola nelle mie diverse case, e che per un misterioso impulso avevo deciso di portare con me fin quaggiù, è riapparso stasera: ho tolto il segnalibro e ho ricominciato dall’inizio.

Il libro si intitola Meine russischen Nachbarn (I Vicini Russi – Monaco: Golden, 2009) e l’autore è Wladimir Kaminer, nato a Mosca nel 1967 ed emigrato a Berlino nel 1990.

Il libro comincia con delle lettere all’autore, che è anche giornalista:

Im Hamburg hatte ich eine Blondine als Nachbarin, ich glaube, es war eine Russin. Einmal saß ich zu Hause un langweilte mich, da dachte ich, gehe ich doch mal rüber und lade sie auf ein Glas Wein zu mir ein, die Russinen müssen doch einen guten Sinn für Humor haben. Ich klopfte an ihre Tür und sagte: “Hören Sie mal, Frau Katjuscha, ich möchte nicht drum herumreden. Ich bin allein, Sie sind allein, kommen Sie doch mit mir mit.” Dazu machte ich eine einladende Geste. Die Russin wurde plötzlich rot. Sie sagte so etwas wie “kren tebe” und knallte die Tür zu, ganz spießig. Zu Hause blätterte ich im Wörterbuch. “Kren” soll auf Russisch Meerrettich heißen. Was das mit mir zu tun hatte, weiß ich bis heute nicht. (p. 10)

Provo a tradurre:

Ad Amburgo la  mia vicina di casa era russa, credo. Una volta ero da solo a casa e mi stavo annoiando, così ho pensato, quasi quasi vado e la invito da me a bere un bicchiere di vino, che poi secondo me le russe devono avere un buon senso dell’umorismo. Ho bussato alla porta e ho detto: “Senta, Frau Katjusha, non ci giriamo intorno. Io sono solo, lei è sola: venga con me.” E le ho fatto segno di seguirmi. La russa si è fatta tutta rossa. Ha detto qualcosa tipo “kren tebe” e mi ha sbattuto la porta in faccia, molto bruscamente. A casa sono andato a cercare nel dizionario: “Kren” in russo dovrebbe significare rafano. Che cosa c’entrasse con me il rafano, ancora non l’ho capito.

(Nota: “kren tebe” = “хрен тебе”, “hren tebe”, è un po’ come: “ma va’ al diavolo”)

Ok. Ho fatto lo sforzo di non usare il passato remoto, perché mi dicono che nell’italiano standard di questi anni, il passato remoto non lo usa nessuno. Il fatto è che nessuno non siamo certo noi meridionali che, sì, facciamo anche un uso dialettale del passato remoto per dire che ieri siamo andati alla posta, ma lo usiamo ancora normalmente in italiano come tempo della narrazione: ed è bello, musicale e crea l’atmosfera. Per questo, per essere fedele a me stessa:

Ad Amburgo la mia vicina di casa era russa, credo. Una volta ero da solo a casa e mi stavo annoiando, così pensai, quasi quasi vado e la invito da me a bere un bicchiere di vino, che poi secondo me le russe devono avere un buon senso dell’umorismo Bussai alla porta e dissi: “Senta, Frau Katjusha, non ci giriamo intorno. Io sono solo, lei è sola: venga con me.” E le feci segno di seguirmi. La russa si fece tutta rossa. Disse qualcosa tipo “kren tebe” e mi sbatté la porta in faccia, molto bruscamente. A casa andai a cercare nel dizionario: “Kren” in russo dovrebbe significare rafano. Che cosa c’entrasse con me il rafano, ancora non l’ho capito.

Il libro non l’ho finito, lo sto solo ricominciando ma, come ricordo, si preannucia interessante. Forse cinque anni fa mi sono fermata a pagina 20 perché non capivo l’umorismo. Se conoscete il tedesco, ve lo consiglio. Altrimenti, in Italia di Kaminer sono stati pubblicati da Guanda MilitärmusikRussendisko, Berliner Express Cucina Totalitaria. Con un ricettario del socialismo di Wladimir e Olga Kaminer.

E mo lo devo dire. Perché al posto di perdere tempo non faccio la traduttrice letteraria? Argh.

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