Robbo se n’è andato


“Non piangete la mia assenza. Sentitemi vicino e parlatemi ancora. Io vi amerò dal paese come vi ho amati in Russia”.

Per salutarlo gli ho fatto questa battuta, ma non so se l’ha capita. Le cose tra il nero, il blasfemo e il cattolico dovrebbero piacergli; perché per me Robbo è la leggenda dell’insofferenza dei valori.

Robbo se ne va, torna in Italia.

Robbo è il primo italiano che mi ha incontrato a Mosca, quando è cominciata quest’avventura. Era il 12 giugno 2012 e avevo discusso la tesi specialistica 12 giorni prima. Ero stata in Russia soltanto due volte, un mese a Pietroburgo nel 2007 e un mese a Rostov sul Don nel 2010: parlavo in russo, ma con una povertà di lessico e una quantità di errori che mi facevano cadere le braccia. Questa volta avevo deciso di partire per tre mesi e poi si vede. Non lo so perché: nonostante quando parti ormai per la sesta volta hai perso l’incoscienza e sai quanto tutto sarà difficile, ti rimane comunque una forma di incoscienza, quella del ritorno. Cioè tu parti, e non ti poni domande definitive, dici “poi si vede” come se fosse possibile continuare a tornare e a ripartire all’infinito e macinarsi nel tritacarne della nostalgia.

Comunque, all’aeroporto mi raggiunse il tassista chiamato dalla scuola. Era un tipo socievole, che mi raccontò delle lingue che conosceva sua moglie, di Albano, di Celentano, e che mi disse che Mosca non è la Russia, Mosca è una Russia nella Russia, ed è anche come New York. Tra l’aeroporto e l’inizio della città, dal finestrino vidi le dacie. Non le avevo mai viste prima e non avevo idea di cosa fossero: piccole case di legno colorate con il recinto intorno. Il sole brillava sulle pozzanghere e io cominciavo a sudare nella T-shirt minuscola azzurra sotto alla giacca di velluto a strisce viola e verdi. Mi ero vestita così per il viaggio. Scelgo sempre con attenzione i vestiti per il viaggio. E non porto più quelle T-shirt minuscole: appartengono ad una me che non sono più.

La mia casa si trovava a 10 minuti a piedi dalla metro Ulitsa 1905; in una traversa vicino a un parco, circondata dal verde, con le aiuole recintate da una ringhiera verde e gialla, dei nani e altre creature delle fiabe piantate sotto gli alberi e un campetto di calcio. Sul marciapiede stava piantato, grande e grosso, Robbo, nei suoi jeans e nella sua giacca da lavoro, scura, con la camicia bianca sotto, come gli assicuratori o gli impiegati di Tecnocasa.

No, Robbo all’inizio non mi ha fatto una bella impressione. Era grasso, grosso, gesticolava sommariamente e parlava con questo accento del nord che troppo spesso associo alla spocchia anti-terronesca del milanese degli aneddoti. E poi, mi aveva già dato dell’esagerata.

L’appartamento era al piano terra di uno Stalinskij (un palazzo costruito sotto Stalin), in una di quelle ex-kommunalke poi ridivise in maniera oscena. La porta d’ingresso dava su un corridoio buio: a destra c’era l’attaccapanni e il ripiano per le scarpe, a sinistra il frigorifero. Dopo il frigorifero, la camera da bagno e dietro l’angolo, dopo la camera da bagno senza finestre, la toilette e la cucina. La cucina era piccola e primitiva, con il pavimento di linoleum marrone e il finto legno sulle pareti che riflettevano una luce rossastra; c’erano piante sul davanzale della finestra e fiori sul tavolo. La porta della mia camera era un po’ sulla destra di fronte alla porta d’ingresso e la camera di Sofia, la mia coinquilina, era accanto, dopo l’attaccapanni. La mia camera era azzurra: pareti azzurre, tende bianche, finestrone di legno tenuto insieme con lo scotch per chiudere gli spifferi durante l’inverno, mobili beige. Le lenzuola che mi erano state lasciate erano rosse e grigie con disegni giapponesi: il destino, che la mia voglia ancora non appagata di Giappone mi seguisse anche qui. Soprattutto, la mia camera era grande: avevo un letto matrimoniale solo per me e tanto spazio per girarci intorno. “E’ bellissima!” gridai, e lui: “Che esagerata!”

E poi, mentre Sofia, con cui mi ero presentata sulla soglia del palazzo, nella sua T-shirt gialla e con i capelli neri raccolti a cipolla, mi accompagnava a fare la spesa per la colazione del giorno dopo, dietro al parco, era venuto fuori che Robbo non aveva bevuto tutto il suo caffé: lei lo aveva preparato con amore, con la cannella e gli aromi, bello lungo; lui l’aveva mandata in tondo, aveva chiacchierato con lei a lungo di cose diverse e detto ah, che buono, ah, che interessante, e alla fine se n’era andato e aveva lasciato la tazza piena. E a me, qualche giorno dopo, al lavoro, Robbo disse: “Quel caffè era proprio una merda, ma che cazzo ci mette Sofia?”

E poi Robbo bestemmiava sempre la Madonna. Lui ha fatto il chierichetto da ragazzino, ma poi un giorno ha deciso che erano tutte stronzate e si è associato all’esercito dei Bukowsky dei nostri giorni, con il buon senso, però, di non pubblicare milioni di copie di poesie in cui si descrivono donne ubriache che russano. Però, anche se Robbo non aveva pubblicato nemmeno certe bellissime traduzioni di Dovlatov che tiene nascoste all’umanità, ci teneva a farti sapere, giorno e notte, che la Madonna gli sta proprio sui coglioni. E irritarti o ignorarlo non faceva alcuna differenza: Robbo avrebbe comunque infilato questa Madonna in qualsiasi frase contenente sei o sette parolacce di fila e nemmeno allitterate come si deve.

A me la gente che bestemmia mi dà fastidio. Se ci credi, la bestemmia è uno sputo su ciò che hai di più sacro. Se non ci credi, allora non hai motivo nemmeno di bestemmiare, e se lo fai, stai sputando sul sacro altrui, e non è rispettoso. Mio padre bestemmia sempre, anche Gesù. Poi un giorno, mentre lavoravano in giardino, il signore che lo aiuta, Qamar, che viene dal Pakistan, ha urlato: “Mannaggia a’ Maronna!” Mio padre l’ha rimproverato e Qamar l’ha guardato perplesso. Credo che Qamar non avesse idea di cosa stava dicendo, ma stesse solo ripetendo dei suoni che la gente intorno a lui usa per imprecare. Papà però si è offeso e a tavola ha minacciato di bestemmiare Allah, la prossima volta. Ho provato a fargli capire che non aveva senso tutta questa storia …

Ma questo non c’entra con Robbo. Robbo in Russia era un veterano. Era quello che ci stava da più tempo di tutti. Quando era più giovane era rimasto a Pietroburgo ancora un anno dopo la scadenza del visto in casa con dei narcotrafficanti sudamericani: la polizia durante un’incursione l’aveva beccato e deportato per 5 anni, e lui se n’era andato a riempire il buco in Kazakistan, insegnando all’università sulla noiosissima grammatica della Dobrovol’skaja. Perché poi, tra tante cretinate che ormai si pubblicano, non scrivere un romanzo su questo viaggio?

A Robbo piacciono Voinovich e My di Zamjatin, dal quale Orwell nel suo 1984 ha solo scopiazzato. Voinovich gli piace fin troppo, cita in continuazione certe frasi ciniche su facebook e poi si lamenta dei miei status: ma non te li leggere, fratello, ma chi ti deve cacare che pare che la vita per forza non ti deve sorridere, che gli studenti sono tutte teste di cazzo, i preti tutti pedofili, l’amore tra uomo e donna non esiste ma è una costruzione culturale e tutto si riduce a come ti sei fatto l’ultima tipella rimorchiata dietro a una birra, la quale cosa per quanto squallida ti sembra meno squallida di una triste esistenza vicino ad una donna con le tette avvizzite o di una conversazione su skype con un fidanzato lontano.

Eppure Robbo aveva fascino. Per esempio, detestava essere abbracciato. Ma una volta io ero molto delusa da uno di quei cinici come lui, che però a differenza di lui fanno finta di stare nell’esercito degli angeli del Bene, e prima della lezione sono scoppiata in lacrime. Lui è rimasto in silenzio, senza parole. Io mi sono asciugata il viso, mi sono lavata la faccia, sono andata a lavorare. In classe, stavamo facendo una ricostruzione di conversazione: è un gioco in cui l’insegnante mima un dialogo che gli studenti hanno ascoltato e loro devono ricostruirlo parola per parola, riflettendo sulla grammatica. Con il poco di forze che mi rimanevano, mentre sentivo il cuore approssimarsi pesantemente verso il pavimento, sorridevo e parlavo con gli studenti e provavo ad usare i loro sforzi di pensiero per tirarmi su. A un certo punto la porta si è aperta e Robbo mi ha tirato addosso un bicchiere d’acqua.

Per questa e altre piccole cose, io ho voluto bene a Robbo.

Adesso un momento difficile lo chiama alla responsabilità, alla serietà, e forse non è che tutto questo gradasso cinismo lo aiuterà, adesso, adesso che deve tornare a casa forse per sempre. Che poi, non mi piace la parola per sempre: tutto è in cambiamento; io preferisco dire “fino a chissà quando”. Chi aveva voglia lo ha raggiunto nel solito ristorante georgiano dove ci si ritrovava dopo il lavoro, per abbracciarlo. A Robbo non piace essere abbracciato.

Una parte della mia Mosca se ne va. Non è una questione di essere tristi o essere felici. E’ una cosa tipo che succedono delle cose e noi stiamo solo a vedere come succedono, e il loro succedere segnala il passaggio del tempo; anzi no: il nostro passaggio nel tempo. Come quando eri bambino e stavi in macchina e vedevi la macchina accanto muoversi e pensavi di starti muovendo; ma poi dopo comunque ti muovevi anche tu e magari un altro bambino in un’altra macchina pensava che tu stessi fermo. Insomma, non so più che sto dicendo.

Volevo parlare di Robbo, con i suoi jeans e la giacca del lavoro e la camicia panciuta, che tra una bestemmia e l’altra con le gengive sanguigne canticchiava La Cura di Battiato e io pensavo che gli fosse venuto un tocco.

La mia avventura moscovita è cominciata lì e lui l’ha segnata.

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