Perché non mi piacciono le Pussy Riot, ovvero i simboli dell'Occidente

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Quali cose, per voi, rappresentano l’Oriente? Vediamo. Forse, lo yoga. La danza del ventre, anche se è Vicino Oriente, e in realtà, per un italiano, è molto più Sud che Oriente; ma tanto, di geografia e di danza, chi ne capisce niente. I tappeti, volanti magari. Gli incensi, e anche l’oro e la mirra, che non sappiamo a che serve. Il bindi… scusate, che parola erudita ho usato! Volevo dire, quel puntino che si disegnano le donne in mezzo alla fronte. I giapponesi, o i cinesi?, che vabbè tanto è la stessa cosa, scrivono tutti e due con i geroglifici, per qualche motivo (parole di mio padre), hanno deciso di avere un alfabeto tutto loro! Ma come??? Innanzitutto si chiamano IDEOGRAMMI, perché rappresentano IDEE, e sono diversi dai geroglifici; e poi, non hanno deciso niente: è il loro alfabeto, ce l’avevano già quando “noi”, con il “nostro” alfabeto, con il “nostro” Marco Polo, siamo andati laggiù a scoprirli. Stessa cosa con l’alfabeto arabo: se proprio vogliamo essere precisi sono stati loro a darci i numeri, e l’alfabeto loro non ha nessun significato di rifiuto verso di noi… non sta scritto da nessuna parte che devono cambiare alfabeto per farci un favore. Ma ecco, siamo arrivati agli arabi.
Le donne col burqa, le lapidazioni. Il caffè? I TERRORISTI ISLAMICI, l’11 settembre, “Obama Bin Laden”, come diceva il cuoco del ristorante italiano dove lavoravo, a Canterbury. Quei posti dove, se rubi, ti tagliano la mano, se parli, ti tagliano la lingua, se fai sesso, ti tagliano la… no, ma te la tagliano anche da illibata. Il petrolio. Gli sceicchi, i deserti, i matrimoni combinati, questi strani Pakistani che da una decina di fusi orari diversi vengono a inchinarsi tutti dallo stesso lato su uno zerbino a determinate ore del giorno. Gli indiani che vendono braccialetti sulle spiagge. Si vede che sono indiani, perché in India fa caldo, e loro ci sono abituati, perciò non gli fa effetto camminare tutta la giornata sotto il sole con la bancarella sulla spalla.
Poi c’è una parte dell’Oriente, che non si capisce veramente da che parte sta. In realtà, prima era abbastanza Oriente, tant’è vero che, durante il nostro Rinascimento, era assediata dai Mongoli, ma poi tra il 17esimo e il 18esimo secolo ha cominciato a venirle una crisi d’identità, un po’ perché certi italiani andavano a svolgere lì la loro professione di cuoco, esploratore, architetto, insegnante, un po’ perché lo zar Pietro I (il Grande) studiò in giro per l’Europa, tornò, decise di far costruire una nuova capitale in stile europeo sul delta di un fiume ghiacciato almeno 7 mesi l’anno, e obbligò gli uomini a tagliarsi la barba e a comportarsi da persone “civili”. O “civilizzate”, mi sfugge la differenza. Così, adesso, questa parte di Oriente è un po’ Occidente. Infatti l’Occidente sta a metà tra dare per scontato che quella è una terra abitata da Zulù (qualsiasi cosa voglia dire) e indignarsi che, per Bacco, nonostante siano gente come noi, spesso si comportano ancora come degli Zulù. Per esempio, bevono il cappuccino dopo l’insalata e si presentano alle feste in piscina con i tacchi. E poi, scrivono in cirillico, e hanno il Natale in un altro giorno. A questo mondo, ognuno vuole fare le cose come gli gira. Questa parte è la Russia.
Però non vi siete mai domandati, forse, quali cose rappresentano l’Occidente. Non ne avete mai avuto bisogno. Forse, perché non sapevate nemmeno voi di essere a Occidente, fino a 5 minuti fa. Siete nati a Occidente, siete cresciuti dentro l’Occidente, vi siete imbevuti in lunghi anni di istruzione statale ed educazione familiare e televisione e giornali, della convinzione che voi avete raggiunto cose che loro non hanno raggiunto ancora, che per voi sono state vinte lotte che loro non hanno vinto ancora, che i frutti della vostra filosofia e della vostra teologia sono universali e universalmente applicabili, che è normale che la loro lingua possa essere trascritta… e con stupore un giorno avete appreso che anche il vostro nome va trascritto, perché in banca qualche vecchietto non sa leggere il passaporto in caratteri latini. Io me lo sono domandata, ultimamente, da questo paese ibrido e immenso, temuto, diffamato, adorato. L’Occidente, per Dovlatov, erano un paio di calzini finlandesi presi al mercato nero. Per molti giovani degli anni della perestroika, erano i jeans denim, la musica jazz, la barbie, Gina Lollobrigida, la Piovra, Adriano Celentano, il trucco, le minigonne, le scarpe col tacco, i capelli cotonati. Poi, a seguire, i MacDonald’s, i KFC, la pizza, le vacanze in Italia, i vestiti firmati, la libertà. Perché a Occidente c’è la democrazia, e la democrazia significa la libertà, la libertà di fare e di essere tutto quello che vuoi. Lo diceva anche il mio prof di russo a Pietroburgo: la democrazia per i russi dopo la caduta dell’URSS è questa, che puoi parcheggiare la macchina dove è vietato e litigare col vigile che ti fa la multa, perché è un tuo diritto, che puoi fare una festa fino alle 3 di notte nel palazzo e fregartene se il vicino si lamenta, perché è un tuo diritto. A Occidente, è tutto più bello: tutti possono fare quello che vogliono, sono tutti ricchi; pensate, addirittura, in Veneto si dice che siano tutti nobili. Le ragazze non si truccano e si vestono unisex, perché sono femministe. I ragazzi non pagano la cena, non regalano cose d’oro, perché le ragazze sono femministe.
In Europa si sposano quasi vicino alla menopausa, ma perché sono liberi, loro, hanno tante cose da pensare, da valutare, hanno il clima buono e la qualità della vita è migliore, perciò si vogliono divertire fino a quando non si sentono troppo soli per non sposarsi. Non come in Russia, dove uno lo sa che al massimo campa fino a 60 anni, quindi è meglio se si sposa e fa un figlio appena ha l’occasione. A Occidente sono evoluti. Non come in Russia, dove prima che arrivassero i compositori occidentali, esisteva solo la musica popolare. La musica, si sa, che l’hanno inventata in Occidente, in Russia non esisteva nemmeno, prima. In Russia è arrivato l’astrattismo, e subito se n’è scappato a Occidente, perché a Occidente ovviamente lo potevano capire, mentre in Russia lo sanno tutti che “un quadrato nero lo so disegnare anch’io”. L’Occidente è un paese incantato, di gente incantata, che crede che si può fare un mondo senza la guerra, senza andare a zappare, senza sposarsi e fare figli, che crede che si può vivere senza vivere. Sono tutti così simpatici, così spensierati! Cosa ci vengono a fare in un paese così serio, grigio, concentrato sulla gravità del destino umano? Deve essere così bello vivere liberi, come loro, come stare in vacanza tutto l’anno. E però l’Occidente, certo, ad andarci in vacanza o a studiare è il paese dei balocchi, anche se appena dici che sei russo ti domandano cose tipo: “Ma se butti una carta per terra, ti arrestano?”, però è pure un po’ una presa in giro, diciamoci la verità. A Occidente hanno gli “artisti concettuali”. Questi non sono quelli che disegnano i quadrati neri e strappano le tele, no, questi per esempio si mettono seduti su una panchina a tirarsi i baffetti, poi li conservano e li mettono in un museo, per simboleggiare la caducità della giovinezza, per esempio. Pensare che Dostoevskij alle disperazioni di Nastasja Filippovna per la giovinezza perduta e irrecuperabile ha dedicato pagine e pagine… e invece bastava che si facesse crescere i capelli, si facesse delle foto mentre li tagliava e poi li mettesse in una scatola trasparente.
A Occidente si parla molto di uguaglianza, e sono così uguali che l’Eurovision non lo vince una persona dall’aspetto qualunque, ma una donna con la barba, o un uomo con la barba, o insomma, abbiamo le idee confuse. Le suore cantano in TV. Ai bambini vogliono insegnare che essere gay è una cosa bellissima, perciò se lo sono lo devono capire il prima possibile e dirlo subito a mamma, a papà, alla televisione: tanto se poi si sono sbagliati nella fretta di entrare in una categoria, possono tornare da mamma e papà e dire che, in realtà, sono eterosessuali, qualsiasi cosa questa parola voglia dire. A Occidente ci hanno certi cantanti che urlano, perché per fare musica non c’è bisogno di studiarla, bisogna avercela dentro. Ma diciamoci la verità, queste ultime cose non sono una presa in giro, sono la pura verità. In un paese come la Russia, dove non si mangia che pane e cipolla, dove non puoi fare una telefonata senza che venga la polizia a interrogarti, dove al mattino al lavoro devi cantare l’inno a Putin, per telefonare in Italia devi andare al centralino con la busta con i dollari, dove i giornali occidentali li devi comprare dai contrabbandieri, bisogna assolutamente fare qualcosa per evolversi, per diventare come l’Occidente, per raggiungere le stesse vette, camminare a braccetto con gli stessi obiettivi. Almeno nella forma, per ora. Per questo ci servono persone come le Pussy Riot o come quell’altro artista concettuale che, per sostenerle, si mise fuori alla cattedrale di Kazan a Pietroburgo e si cucì la bocca (non metaforicamente, ma proprio con ago e filo).
Perché ragioniamo: le Pussy Riot, nella loro storia, non rispecchiano per niente l’identità russa. Innanzitutto il nome, in inglese, che significa “La rivolta della passera”. Con la consapevolezza della Guerra Fredda finita, ma ancora attuale, scegliere un nome in inglese è un’idea geniale per farsi amare all’estero e farsi guardare con sospetto a casa propria. In più, un nome che sottintende una posizione di taglio genderista, ma come nel genderismo della scuola più recente, svuotato di ogni significato e fine ultimo che abbia veramente qualche cosa a che fare con il mondo reale. No no no, non sono io che me ne sto nel mio mondo con i coniglietti rosa che saltano questa volta, scusate. Cosa c’entra la passera? Perché se vogliamo proprio fare le femministe, allora da femminista potrei sentirmi addirittura offesa dall’uso di questo linguaggio e dall’uso della mia fica come strumento del contro-potere. E perché cosa mi sta a significare? Che per liberarci di Putin abbiamo bisogno di passere? Che Putin è al potere grazie al consenso di genere maschile? Nel senso, voglio dire, non dei maschi, ma delle forme di potere instaurate nel modello di società patriarcale. Mi vengono i brividi solo a usarle, queste parole.
Ma siamo clementi. Queste innocenti fanciulle volevano, sulla falsariga delle Femen, lottare per il bene della Russia, e con l’aiuto delle loro passere e… del punk. Mo, mi dovete dire una cosa. Io ho la cultura musicale di un cammello e non sono la persona più adatta a giudicare, ma queste Pussy c’entrano davvero qualcosa col punk? Ma col punk forse come modello di presentazione, ma non come genere musicale, giusto? Perché qualcuno le chiamava “gruppo musicale”, “performative group” e cose del genere. Siamo davvero sicuri che sia punk, e se è punk, la scelta del punk non è anch’essa marcata ovest? Certo, non si può protestare per una Russia più giusta cantando accompagnate dalla balalaika: che banalità. Non si è mai visto che in uno di questi paesi buzzurri combattano con le loro stesse armi, no: perché le armi per combattere ce le abbiamo noi, e loro hanno bisogno delle nostre, e noi abbiamo un disperato bisogno di vederli combattere secondo i nostri modelli culturali.
Quindi queste fanciulle, in un’età che in Russia è considerata ormai adulta, tant’è che una di loro ha pure una bambina, si travestono e vanno a fare la loro “performance” in luoghi pubblici, con l’intento e con la consapevolezza (perché mi voglio augurare che non vivessero nel mio stesso mondo con i coniglietti rosa) che avranno dei problemi… e che quanto più si faranno parare il culo dal colosso americano con i suoi simboli, tanto più saranno cazzi amari a partire dall’opinione pubblica fino ad arrivare, un po’ anche per conseguenza, ai dibattimenti in tribunale.
Ma loro sono delle vere eroine. Sono il modello del film americano per adolescenti della ragazzina sfigata che senza nemmeno diplomarsi, senza mai aver studiato, senza avere la minima esperienza in quel campo, da un giorno all’altro diventa una stella del cinema. Tant’è vero che Madonna fa un concerto in loro onore. Mo mi dovete spiegare una cosa: io non è che creda in quelle cose del complotto contro la Russia, ma nella stupidità di certe manifestazioni del mondo occidentale, ci credo. Che cazzo ci azzecca Madonna?
Dice, ma la lotta deve essere fatta su tutti i livelli. Certo. Ma Madonna ha pensato che pubblicizzando queste ragazze non ha fatto un piacere ai russi che hanno bisogno di un cambiamento, ma a tutti gli americani e gli europei che hanno bisogno di credere di vivere in paesi liberi perché, laggiù, ci sono ragazze che passano un guaio per aver disturbato la quiete pubblica?
E no, non sono d’accordo con la pena. Due anni è troppo. E’ evidente che ce l’avevano a morte con loro per la questione dell’opposizione; ma mi permetto di dubitare che ce l’avrebbero avuta così tanto con loro se i media occidentali non si fossero divertiti ad attizzare il fuoco. Per un reato del genere, come presentarsi in una importantissima chiesa ortodossa restaurata sul modello originale dopo essere stata usata come piscina durante tutta l’Unione Sovietica (un edificio simbolo della caduta dell’URSS e del ritorno alla libertà di culto e ai valori tradizionali), salire sull’altare (luogo al quale i fedeli non hanno accesso), e cantare alla Madonna di liberarci da Putin, avrebbero dato di norma massimo due settimane.
Troppe parentesi non vanno bene: vi devo spiegare della Madonna. Vedete: in Russia le Chiese non sono musei, come in Italia, a meno che non siano chiese dove non si dice messa. In Russia non puoi nemmeno entrare e metterti a fotografare le icone, perché l’icona, nella religione ortodossa, trasmette la santità di quello che rappresenta e il suo potere viene tramandato da copista a copista. L’icona non ha il valore di un affresco, infatti davanti all’icona ci si inginocchia e si prega come se fosse il santo in persona. Immaginatevi queste arrivare, mettersi sull’altare, e chiedere alla Madonna (e di Madonne in persona lì ce ne sono diverse) di liberare la Russia da Putin. E’ una cosa sconveniente, di cattivo gusto, blasfema, e in più, è un modo di farsi pubblicità in quel mondo fuori dal confine, dove tutto è permesso e dove non c’è più religione.
Una bravata. Oppure, l’ennesima di tante bravate, così poteva essere punito il reato delle Pussy Riot. Le cose sono andate diversamente, si è alzato un polverone, Madonna ha dato una mano: Madonna. Poi queste sono state mandate nelle colonie.
Ad ovest è cominciata a correre la voce che in Russia li mandano nei campi di lavoro, che cosa orrida. Ma un russo direbbe: se hai commesso un reato, devi pagare con un processo di rieducazione; si sente dire di gente da voi che sta una vita chiuso in quelle stanzette e ha pure la televisione… ti pare che per punirti pago le mie tasse per mantenerti al posto di farti lavorare?
Poi a ovest abbiamo saputo tutto sui crimini contro l’umanità che vengono commessi in questi campi di lavoro, perché la Tolokonnika ce l’ha raccontato in un blog. Ci ha raccontato che lavorava 18 ore al giorno, che aveva fame, che la trattavano malissimo, che non dormiva la notte. E direi io, certo che non dormiva: scriveva il blog. Perché 24 meno 18 fa 6, e se la Tolokonnika riusciva a scrivere tutta quella roba dalla colonia, innanzitutto aveva internet e un computer, e in secondo luogo io sono molto più dissidente esiliata di lei: ho bisogno di dormire più di 6 ore a notte e riesco a scrivere pochissimo sul mio blog. O forse, sì, forse non ci capisco niente io. Queste cose le può scrivere anche un ghost writer al giorno d’oggi. Ma chi glielo fornisce un ghost writer ad una che sta in colonia? Cioè, per favore, facciamoci un paio di domande e diamoci un paio di risposte.
Non è che sia giusto essere puniti per due anni per una cosa che valeva due settimane, ma non è nemmeno giusto montare su balle su balle.
Poi queste genie ricevono l’indulto, escono, si separano e si dissociano che manco Beautiful, si precipitano a Sochi a fare le stesse identiche cose che facevano prima, e poi te le trovi nelle interviste della CNN a raccontare di quanto sia terribile la situazione in Russia, nei meeting dei Verdi a parlare delle intenzioni di Putin riguardo alla guerra in Ucraina (in colonia devono non aver mai interrotto la loro ampia e comprovata attività di analiste di politica internazionale), e sulle enciclopedie on-line come attiviste dei diritti umani dei carcerati in Russia.
Ma questo, a Occidente, non la insulta nemmeno un po’ la vostra intelligenza?
Non che i carcerati non abbiano diritti, ma analizziamo la cosa e prendiamo un attimo come assunto che il carcerato viene appunto privato dei propri diritti durante il periodo della carcerazione, per aver violato delle leggi, il rispetto delle quali non ammette ignoranza. E sì, queste leggi possono non essere giuste e può valere la pena, a volte, non rispettarle se si vuole cambiare qualcosa. Ma non credo che fosse il caso delle Pussy Riot.
Anche perché, alla fine, non hanno cambiato niente. Il commento dei russi che conosco è stato un “Pfff”. Si sono fatte una grande pubblicità, hanno ricevuto il favore degli USA che, con tutto il rispetto, danno gloria gratuita a qualsiasi fenomeno da baraccone che li faccia sentire una grande democrazia e i paladini della giustizia in confronto al resto dei paesi Lazzari e Maddalene da salvare, e hanno lasciato la Russia così come stava.
Qualcuno non mi perdonerà il mio scetticismo, eppure io credo che se da qui mi metto solo a parlar male dell’Italia, mi faccio intervistare per parlare solo delle cose che in Italia non vanno, non farò del bene al mio paese.
Ci sono altri personaggi, in Russia, che influiscono sul quotidiano cambiamento (Aleksej Navalnyj, per fare un solo famoso esempio), che provano a portare dei miglioramenti nel sistema politico, che hanno problemi con la legge, e su di loro si tace. Madonna non canta concerti in loro onore, i Verdi se ne sbattono, la CNN non se li caca. E forse questo succede anche perché loro non lasciano che questo accada, non cercano di diventare un fenomeno pop occidentale, ma restano concentrati sui loro valori, sui loro obiettivi.
Non come quel tipo, Petr Pavlenskij, che dopo aver sostenuto le Pussy Riot, l’anno scorso ha provato a inchiodarsi le palle in Piazza Rossa e poco tempo fa si è tagliato il lobo sul tetto di una clinica psichiatrica contro la “psichiatria politica”. La Tolokonnika, sempre lei, ha spiegato il fenomeno dell'”artista concettuale” alla luce della disillusione della generazione degli anni dopo il 2000. Il che mi fa capire solo una cosa: alla Tolokonnika piace tantissimo rilasciare interviste, ha imparato bene la canzone occidentale dell’arte concettuale, della disillusione e bla bla bla, e noi poveri cretini ci caschiamo come fessi.
Sapete cosa è diventato l’Occidente nell’ultimo periodo, per i russi? Uso parole di persone che conosco: “Una donna con la barba”. E’ rimasta solo la forma, il contenuto si è dissolto. In questi mondi che voi vi rappresentate con singoli oggetti o fenomeni, il contenuto invece c’è, ce n’è tanto: ma anche voi vedete solo la forma.
Non mi piacciono le Pussy Riot perché ci insegnano espressamente a non guardare oltre, ma è esattamente quello che avremmo bisogno di fare.

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