Esiste un posto, tra le metropolitane Dinamo e Begovaja, dove ci si può iniziare al gioco d’azzardo. Tutto quello che serve è un opuscolo che si può comprare da una finestrella all’estero, che illustra i cavalli del giorno, le loro ultime vincite, e un mare di tabelle con numeretti incomprensibili; dei soldi; uno smartphone o una macchina fotografica, se il vostro obiettivo non è semplicemente cadere nel vizio, ma documentare l’esistenza di un luogo di perdizione: l’ippodromo, ovvero quel posto in cui, nei romanzi, la gente va a “giocare ai cavalli”. Quello di Mosca è stato costruito tra il 1889 e il 1894 dagli architetti Barjutin, Kulagin e Žarov; ma la corsa che ne ha inaugurato la storia si tenne nel più lontano 1834.

Io e il cavaliere senza macchia e senza paura entriamo senza biglietto, perché guarderemo le corse da una tribuna più sfigata. Entriamo comunque nella sala delle scommesse, dove uomini fumosi, panciuti e con la voce roca si affollano imprecando vicino alle casse. Dopo che un signore ha provato a spiegarci più volte, con impazienza, come scommettere e su chi, scopriamo che c’è bisogno di una tessera federale. Ci presentiamo allo sportello di competenza, improvvisamente mi sembra che sia molto alto e che mi arrivi al naso, come quando sono andata alle poste a pagarmi la tassa di iscrizione al liceo.

“Vorrei giocare ai cavalli…” dico quasi con un filo di voce, ché giocare è una vergogna, “… ma è la prima volta.”
“Le serve la tessera?”
“Sì. Ma si paga?”
“È gratuita. Favorisca un documento.”
Così, non ricordo più perché, faccio favorire il documento al cavaliere, compiliamo l’anketa con i suoi dati, e poi andiamo al piano di sopra, a uno sportello dove una donna grassoccia risponde goliardicamente alle battute licenziose di un incallito e fumante giocatore – ma se dovessi ripetere che cosa si stanno dicendo, non saprei farlo, perché non ho capito niente: magari stanno semplicemente parlando del tempo che fa.

Scommettiamo cento rubli sul cavallo numero tot, non chiedetemi il numero e non chiedetemi perché: non ho capito niente. L’unica cosa che so è che sono l’unica donna giovane che scommette: c’è solo un’altra donna, sulla sessantina, che fissa sconcertata il suo opuscolo e sputa parolacce, mentre uno dei giocatori incalliti e fumanti grida: “cinquemila rubli!” Tutti sanno che le pensioni in Russia sono basse. Conosco persone che sono andate in pensione a sessant’anni e percepiscono massimo ventimila rubli. Non convertiamo in euro, se no si fa confusione. Però, assodato che ventimila rubli sono pochi per vivere decentemente a Mosca, a meno che tu non abbia una casa di proprietà e una salute di ferro, è sorprendente che qualcuno sia disposto a giocarsi un quarto, se non addirittura metà della pensione. Ne traggo una conclusione: all’ippodromo la crisi non esiste e i soldi crescono nel Campo dei Miracoli. Io però sono il grillo parlante, e col cavolo che mi gioco più di cento rubli su un cavallo che ho già dimenticato come si chiama.

Usciamo in tribuna. Immaginavo che fosse semplice capire quando comincia la corsa, che fosse come nei film: uno sparo, polvere che si alza, urla… e invece niente. A un certo punto questi cavalli piccolissimi in lontananza si muovono dietro a un affare tecnologico, una specie di gru di traverso, fanno due giri senza che si senta nessun nitrito, e poi si fermano. Io non ho nemmeno capito, con le lenti a contatto, qual è il mio cavallo, ma va bene: se ho la stessa fortuna che mi tocca nei giochi a carte, posso stare tranquilla che ho perso. E infatti, viene fuori che abbiamo scommesso sul cavallo più sfigato dell’ippodromo.

Vabbè, rimaniamo a guardare. Non sembra poi così popolare questo posto, c’è poca gente. Forse nessuno si è accorto che è bello. Sono belle le decorazioni sotto le arcate, è bella la facciata, è bella la sua aria demodé. Fuori corrono le macchine giapponesi; dentro, invece, questo mezzo di trasporto antico, misterioso, e a volte letale, importato dal vicino oriente.
