Perché bisogna vedere "Under the Sun"

Raramente, quando esce un film nuovo, mi precipito al cinema per guardarlo e poi parlarne con gli amici. Capito al cinema sempre per caso e solo qualche volta mi capita di vedere un buon film. Questa volta non è stato così. Non appena ho saputo che nelle sale usciva un documentario sulla Corea del Nord, mi è bastato leggere un paio di righe sulle avventure del regista, Vitalij Manskij, in un regime totalitario, per decidere che assolutamente dovevo andare al cinema.

Innanzitutto, perché è un documentario.

Ho sempre trovato che la realtà sia molto più affascinante della finzione, proprio perché la nutre. In nessun grande romanzo le storie sono inventate di sana pianta. In questo, sì, pecco, nel mio essere incapace di inventare di sana pianta storie prendendo soltanto spunti dal reale: riesco solo a raccontare in modo colorito e a volte un po’ falsato quello che colpisce il mio sguardo. Ed è proprio quello che succede in Under the Sun, il cui titolo russo è V Luchakh Solntsa: la realtà è ancora più affascinante della finzione, perché è la realtà stessa ad essere una meravigliosa architettura pronta a mostrarsi in tutta la sua vanità davanti alle telecamere.

Secondo, perché è un’utopia, ma anche un’anti-utopia.

Il mondo raccontato è ideale: tutti sono felici, tutti credono nelle stesse cose, nessuno ha bisogno di niente. Non ci sono lacrime, tormenti interiori, desideri, questioni irrisolte. Il che significa, secondo i canoni della narrazione: non c’è storia. I dialoghi sono impacciati e scontati come quelli dei giochi di bambole delle bambine, perché non c’è veramente nulla da comunicare: gli interlocutori sono sempre d’accordo l’uno con l’altro. “Bisogna aggiustare questa macchina: cosa ne pensi?” “Penso che è vero, e tu, cosa ne pensi?” “Anche io penso che bisogni aggiustare questa macchina.” “Bene, siamo tutti d’accordo. Cosa dobbiamo fare allora?” “Io farò tutto il possibile per aggiustare questa macchina, e tu?” “Ovviamente, anche io farò tutto il possibile. Se lavoreremo tutti insieme aggiusteremo bene questa macchina.” “Ben detto!”

Le videocamere, però, non si spengono tra una scena e l’altra, per questo potrete vedere il veterano che in realtà non sa cosa dire, i bambini che sbadigliano, la protagonista che scoppia in lacrime per lo stress, perché non sa cos’altro fare nella sua vita, a otto anni, per essere all’altezza di Kim Jong-Il. E quando li vedrete, non si può nemmeno dire che vedrete gente infelice, gente che non vede l’ora di raccontare al mondo quanto faccia schifo, in realtà, questo paese in cui non si può non essere d’accordo. Al contrario, in quelle lacrime, in quegli sbadigli, in quelle facce spente in posa per le foto, voi vedrete l’assoluta semplicità dello stare al mondo: non esiste un altro mondo possibile. Forse qualcuno sa che esiste: quello sguardo curioso che, dietro la porta del vagone del metrò che si è appena chiusa, guarda incuriosito e intimorito l’occhio della telecamera; il membro della troupe nordcoreana che suggerisce le battute e richiede naturalezza, naturalezza e patriottismo.

In Under the Sun si possono vedere l’utopia e il suo contrario, ma non si sa quale sia il contrario di cosa, perché le due si sovrappongono continuamente: la realtà diventa finzione in un mondo in cui, pare di capire, la finzione è diventata la realtà.

Non è 1984. Di più.

Terzo, è un documento storico.

Della Corea del Nord si parla sui giornali, come di molti altri paesi, per cliché. Putin è lo zar, Kim Jong-un un chiattone con la bomba atomica. Molto poco si sa di che cosa sia veramente la Corea del Nord: cosa mangia questa gente? come va al lavoro? che faccia ha? cosa studia a scuola? che tradizioni ha, che feste celebra? Da qualche parte, tra le cronache e le critiche della politica internazionale, vengono risucchiati i volti umani dei paesi: ci rimangono soltanto linee a tratteggiare i confini e colori a definire le competenze territoriali. Dove sono finite le persone?

Under the Sun è uno di quei progetti che mette l’essere umano al centro della Storia, l’individuo al centro del Paese, un documentario che coinvolge lo spettatore in una geografia umana urgentissima, sempre urgente, ma urgente più che mai adesso che con un testo facile e spicciolo puoi guadagnarti milioni di like e forgiare il pensiero umano uniformandolo secondo gli stereotipi del momento.

Come sono le strade di Pyongyang? Cosa si vede nei loro sguardi? Cosa desiderano? È con il desiderio incontenibile di tendere la mano ai miei simili del paese più misterioso del mondo, di quel paese che viene spesso paragonato alla Russia di Stalin, che può insegnarci tanto ancora sul funzionamento della macchina del totalitarismo e anche aiutarci a fare autoanalisi; è con la voglia matta di farmi un giro in quel paese dal quale a volte non si esce più e nel quale non è più impossibile entrare, che mi sono precipitata al cinema. Volevo vedere negli occhi le persone che abitano in Corea del Nord.

Ultimo e più importante, appunto: è un film finanziato da vite umane.

E quando dico questo non mi riferisco all’ansia generale creata dal caso internazionale: oddio potrebbero ucciderli tutti o potrebbero averli già uccisi tutti. Il documentario è stato girato col pretesto di realizzare un film di propaganda, ma nel montaggio è stato inserito tutto il materiale rubato e trasferito su una scheda di memoria mai mostrata alla censura. Il governo coreano, una volta a conoscenza dell’intenzione di distribuire il film nel mondo come documentario e non nella versione ridotta e dolcificata proposta al pubblico coreano, ha chiesto che fosse ritirato, ma questo è avvenuto, almeno a Mosca, in tutte le sale meno quattro. Il panico è relativo al fatto che le persone che hanno partecipato al film potrebbero pagare con la vita a causa della sfacciataggine del regista, venuto meno agli accordi.

Se fosse vero, queste persone avrebbero già pagato, quindi varrebbe la pena guardare il film per onorare la loro memoria. A me sembra più probabile il contrario: in un mondo così poco informato su quello che succede fuori, mi sembra difficile che una bambina possa essere accusata di tradimento solo perché all’estero compaiono delle scene in cui lei scoppia in lacrime – e lei forse non lo sa nemmeno dov’è questo estero e che queste scene sono state girate. E se fosse come penso io, sarebbe comunque una buona ragione per vedere (e quindi per distribuire) questo film: perché il suo vero costo sono gli sforzi di tutti gli attori che hanno creduto di mostrare al mondo il loro bellissimo paese; sono gli slanci delle loro anime, rubati dal regista; è la conoscenza che avremo di loro un giorno, quando la cortina sarà caduta, e loro potranno sapere che noi non ci eravamo limitati a leggere dei titoli facili, ma ci eravamo presi la premura di guardarli negli occhi.

under-the-sun
kinopoisk.ru

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