Sorpresa a Elektrozavod


Per il suo compleanno, Lyuba ci ha invitate al Mac di Elektrozavodskaja. Ci ha chiesto di metterci un vestito o una gonna e di portarci delle scarpe di ricambio, preferibilmente ballerine o décolleté. Mi è sembrato che la festeggiata fosse un po’ esigente, quando all’ultimo momento, pensando che non avrei avuto il tempo di tornare a casa dopo la lezione di danza, ho pensato di presentarmi con i jeans: ma lei è la festeggiata e bisogna accontentarla. Così mi sono infilata la gonna a mezza ruota rossa, ho infilato le scarpe col tacco nello zaino, e come una tartaruga sono scappata dopo la lezione ad Ohotnyj Rjad; ho comprato le calze, un regalo di Natura Siberica per i bellissimi capelli di Lyuba, e ho trovato per caso una camicia tigrata in saldi da Kira Plastinina – che non sapevo che mi sarebbe servita.

Nel Mac c’erano tutte le amiche di Lyuba – ci aveva chiesto anche di non portare i ragazzi. Ci siamo incamminate per via Elektrozavodskaja tra cavalcavia e pozzanghere, e senza sapere dove ci stesse portando Lyuba. Poi siamo arrivate davanti a Elektrozavod.

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Elektrozavod è la fabbrica di materiali elettrici sovietica fondata nel 1928 dal Fondo Fiduciario Statale per l’Elettrotecnica, che fu premiata con l’Ordine di Lenin nel 1930, per aver portato a compimento gli obiettivi del piano quinquennale in appena due anni e mezzo, e che nel 1993 si è trasformata in una holding polifunzionale. E’ dalla fabbrica che prendono il nome la strada e la stazione della metropolitana. Girare per Mosca non è come girare per una città: è piuttosto come girare per un intero paese. Irina cammina vicina a me e condivide la mia sorpresa: puoi abitare una vita a Mosca e non avere idea di cosa ci sia in uno o nell’altro quartiere.

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Cosa ci facessimo in una vecchia fabbrica sovietica, con la gonna e i tacchi, non lo potevo immaginare. All’entrata abbiamo dovuto mostrare i passaporti a una vecchia guardiana, ci siamo infilate dentro e siamo salite al terzo piano della fabbrica deserta, ma non del tutto. Da qualche porta usciva la scintilla solitaria di un saldatore, e tutto intorno si sentiva un potente odore di pane. Dietro a un’altra porta, una luce fortissima, come di un riflettore, nell’angolo uno specchio da camerino, incorniciato da lampadine: un signore sorridemte con i rasta ci ha dato il benvenuto, siamo entrate, Lyuba e le sue amiche hanno messo il sushi, la frutta e lo champagne sulla tavola, mentre le altre si cambiavano, si facevano belle e io mi nascondevo dietro a un tendone per mettere la camicia tigrata al posto del vecchio maglioncino infeltrito con le rose rosse.

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Nella vecchia fabbrica sovietica Elektrozavod, Lyuba ci ha portato a festeggiare il suo compleanno in uno studio fotografico. Il fotografo non è il.signore con i rasta, ma un’amica di università di Lyuba, che fa foto per hobby. Ci fotografiamo a tavola, sul lettone, davanti a un camino finto, con un manichino, sulle scale, e cantiamo sulle note di Moby. Chissà cosa si faceva in questa stanza, e su quali note, cinquant’anni fa.

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E sapete cos’era l’odore del pane, come un fantasma nel corridoio deserto? Una fabbrica di dolci, che occupa alcuni locali sullo stesso piano. Dietro alle torte nei supermercati di Mosca c’è un corridoio vecchio in stile garage, con le pareti lucide verde smeraldo scorticate, i bagni spartani come nel vecchio pastificio in cui facevo il liceo, un silenzioso scintillare di saldatrice e la luce abbagliante di un riflettore che esce da una porta segreta.

Grazie a Lyuba, per avermi regalato questa suggestione. A Lyuba, che poi, tra l’altro, significa “amore”.

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