Donne russe, cioè donne di molte nazionalità diverse. Unite, oggi (già ieri), da quella che viene comunemente chiamata anche “la festa della primavera”, sebbene la neve non si sia ancora sciolta del tutto e non è detto che abbia nemmeno cominciato, e durante la quale verranno regalati tanti fiori e mimose (e la mimosa, state bene attenti al possibile gioco di parole, in russo, oltre che un fiore, è la ricetta di un’insalata).
Ma chi sono queste donne e soprattutto, visto che siamo qui, chi sono le donne russe? Perché in tanti mi fanno questa domanda, sulle donne russe, sugli uomini russi, come se uscissero confezionati a uso rigatoni Barilla. Eppure, dando un’occhiata, soprattutto nel web, negli ultimi vent’anni (perché siamo così anziani e perché ci divertiamo a fare etnografia digitale molto casual e senza pretese), vediamo rappresentate le donne russe in un certo modo. E non me ne vogliano le femministe più agguerrite di me che oggi ho deciso di parlare proprio di un quadretto della femminilità ideato da un uomo (perché è un uomo, Sergey Shnurov, quello che ha scritto il testo dei Leningrad del video che vi propongo) e che non mi soffermo su un’altra compagine di contenuti femministi in lingua russa in cui viene rappresentata la donna come vorremmo che fosse, a mio avviso.
In questo video del 2016, secondo me, viene rappresentata una donna che sta veramente a metà tra lo stereotipo occidentale del femminile in Russia, quello dell’uomo russo sul femminile, e il disagio di ogni donna che, nella speranza di essere vista e accolta, cerca di conformarsi allo stereotipo. Perché lo facciamo, lo abbiamo fatto un po’ tutte, prima o poi, anche senza la crisi post-perestroika e anche senza essere russe.
Но я не недотрога / дала понять с порога / На выставке Ван Гога я главный экспонат – trad: Sergio mi ha portato a una mostra di Van Gogh, là di vrenzole ce n’erano tante, e i nervi erano tesissimi, ma io non sono una che fa la preziosa, gliel’ho fatto capire da subito. Alla mostra di Van Gogh io sono il principale oggetto di esposizione.
Il video si intitola Экспонат (Eksponat), che significa “oggetto di esposizione in una mostra”, ma è meglio noto al pubblico come Лабутены, Labuteny, le Louboutin, che è il nome di un iconico paio di scarpe con i tacchi a spillo, proprio il paio di scarpe per cui la protagonista si afferra con la sua cara amica al telefono, dicendole: “Чтобы тебе мужики давали, как ты мне лабутены!” (“Che i maschi te lo diano proprio come tu me le stai dando a me, le Louboutin!”). Proprio il paio di scarpe indispensabile per completare l’outfit ideale per andare all’appuntamento che deve cambiarci la vita.
Che poi non sono vere Louboutin, perché bisognerà dipingere la suola con lo smalto rosso per farle sembrare vere. Che poi l’outfit non è comunque ideale, perché bisogna farsi aiutare dalla mamma a trattenere il respiro per entrare nei jeans e sorbirsi una ramanzina: mai accusare il pane di averci fatto venire il culo da balena quando i tuoi nonni hanno patito la fame durante l’assedio di Leningrado. Che poi quest’outfit ideale è una sofferenza, perché bisogna depilarsi con dolore, gonfiarsi le labbra, arricciarsi le ciglia, e viene da chiedersi: bisogna davvero? Per andare a una mostra di Van Gogh alla quale siamo state invitate da un belloccio in videochiamata solo perché abbiamo avuto la geniale idea di raccontargli che siamo super indipendenti, artiste, e che dipingiamo in toni pastello (e in russo пастельный, pastello, suona esattamente come постельный, “da letto”). E per questo, abbiamo cominciato a sognare già il matrimonio, ma attenzione, non quello dei decenni passati insieme a vivere la routine e gli sbattimenti, ma quello di un giorno solo, vestite di bianco e perfette.
Ma in fondo, questo belloccio in videochiamata, chi lo conosce? E se stesse anche lui facendo finta di interessarsi di arte per farci piacere? E se, una volta tanto nello scenario stereotipicamente russo, non gliene fregasse molto di vederci come Barbie, nel qual caso comunque non farebbe alcuna attenzione al colore della suola delle Louboutin?
Un oggetto, le Louboutin. Come tanti, in realtà, che raccontano la Russia contemporanea, e raccontano più che ciò che è, ciò che non è. Perché la donna media in Russia non può permettersi le Louboutin e non le vanno comunque comode quelle che vagamente ci assomigliano, tant’è che in estate, seduti in metropolitana, è comunissimo vedere alluci valghi di tutte le misure e di tutte le età. E viene da pensare, alla donna “europea” e un po’ trasandata che sono io: “Нахрена?!” (E a che ca$$o è servito?!)
Tanto più che quando pensiamo al femminile in Russia, potremmo pensare al femminismo delle rivoluzionarie, ma anche ai milioni di donne che hanno sostenuto lavorando fuori di casa e anche dentro casa, il paese privato dei milioni di uomini morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Donne forti, indipendenti per forza di cose, eppure bisognose di cure, di attenzioni, di accettare, quel passo indietro che si fa, nella Russia contemporanea, quando si propone la nostalgia sovietica ma additando il femminismo come il male assoluto e ci si rifugia nei valori tradizionali come lo stendardo del paese che salverà il resto del mondo dalla dissoluzione.
Quando osserviamo la Russia da fuori, proprio come quando guardiamo questo video tanto divertente e attuale anche per le donne che non sono in Russia, dovremmo chiederci: dov’è la realtà e dove comincia la finzione? E a cosa servono l’una e l’altra?
Ma soprattutto, come mi piace sempre domandare: non è che siamo un po’ russi anche noi? E fino a che punto ci fa bene esserlo?
P.S. Parliamo di cose come questa in lingua russa al mio club di conversazione del sabato online per i livelli B1-B2. Scrivimi per unirti a noi!
